Archive for maggio 2013

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01) Persuasion (Throbbing Gristle) by Spooky & Billie Ray Martin

23 maggio 2013

Lei – Billie – era e rimane donna da ritmi sintetici e prospettive house ed electro, con buone soddisfazioni commerciali (Your Loving Arms fu successo planetario in quei primi anni Novanta) e una discreta carriera che ancora oggi continua con lusso, lascivia e signorilità. Insomma, non la solita gnocca dalla vocina intercambiabile e l’assoluta mancanza di talento, pure se fisicamente – la signorina Billie Ray – era fornita alquanto.

Lo dimostra la copertina di questo 12” ove svetta, novella Dominatrix, con uno stacco di gamba da piscina olimpionica, in un improbabile crasi fisica tra Kylie Minogue (una allungata Kylie) e una ripulita Diamanda Galas. Un 12” che finiva puntualmente nelle vasche geneticamente modificate dei white label, dei ritmi tunz tunz fatti in serie in qualche laboratorio sonoro del pianeta e da lì distribuiti in tutti gli anfratti dove i disc jockey vanno ad approvvigionarsi, con occhiali scuri, jeans slavati e voce roca.

Ogni sabato pomeriggio, perché l’ora che volge al desìo i naviganti della consolle è il sabato pomeriggio, quando corrono ad affollare i negozi di dischi, o meglio: ciò che resta dei negozi di dischi, gli ultimi che ancora strenuamente resistono. Andrebbero salvaguardati da un’apposita legge i negozi per dj, gli unici che ancora si battono per tenere in vita il vinile nella sua forma più pura: ovvero il dodici pollici. Il disco mix, insomma.

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And The Winner Is…

23 maggio 2013

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02) The Model (Kraftwerk) by Balanescu Quartet

4 maggio 2013

Amanda Lear: che donna. C’è stato un tempo in cui la quasi totalità dell’intellighenzia europea pareva pendere dalle sue labbra orientali e dai suoi tratti angolari. La storia è nota, ma di sfuggita non sarebbe male ripetere come fosse stata la musa di Salvador Dalì, la mitica immagine di For Your Pleasure dei Roxy Music (che classe, in quella copertina!), la ragazza di David Bowie e il pettegolezzo più pruriginoso di quei mediani anni settanta. Che donna, ripeto.

Ne fui talmente invasato da sfidare le beghine e la catena di delatori che stazionavano nel centro della mia angusta cittadella per fiondarmi in edicola e far mio il Playboy che la riportava nuda con un titolo in ‘corpo’ 24: sono donna donna donna!

Ricordo ancora nitidamente quello strillo in prima pagina su sfondo marrone, con l’Amanda a seno nudo e la mia pruderia adolescente a nasconderlo nella scoppiettante cartella di terza media. Me lo portai persino in gita scolastica, desideroso di divulgare al mondo – o perlomeno la parte di mondo che conoscevo, ovvero la mia classe – un simile personaggio, togliendole quella patina di offese e sberleffi che i miei compagni erano solti riservarle, con il cinismo insito in quella porzione di età. Fu inutile, il cattolicissimo veneto non era disposto a tollerare deviazioni di sorta, se l’aveva detto la televisione doveva esserci del vero. Amanda era un uomo, no? Quindi non c’era storia. Non poteva essere affascinante, bella, intelligente, accattivante o anche solamente avere del talento. No, non poteva.

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