Archive for agosto 2012

h1

15) Kites (Simon Dupree & The Big Sound) by 39 Lyon Street

21 agosto 2012

La più strana e bizzarra canzone mai entrata nella Top ten inglese (assieme a Oh Superman di Laurie Anderson e Party Fears Two degli Associates); di sicuro la più sconosciuta. Una di quelle cose che potevano accadere soltanto negli anni Sessanta dove – checchè ne dicesse successivamente certo revisionismo d’accatto – tutto era ancora ingenuo, naif, davvero possibile.

E dunque anche che uno stralunato trio di fratelli (Derek, Phil e Ray Shulman), accompagnati da una band altrettanto stralunata, incidessero una simile umbratile sinfonia, uno zampillare gelido di marimba e soffi di vento. Si facevano chiamare Howling Wolves, agli inizi di carriera, prima di sostare brevemente come Road Runners ed infine scegliere la denominazione definitiva. Un gruppo innamorato di Otis Redding, Bo Diddley e Wilson Pickett, che di questi mostri sacri proponevano dei rifacimenti nell’area di Portsmouth.

Poi cambia qualcosa, si sceglie in velocità un nome più consono agli stilemi di fine sessanta e la Parlophone accetta di spendere una manciata di sterline su quei tre umbratili fratelli, forse desiderosa di tentare una via più pop e commestibile ai Walker Brothers (che, per la verità, vincoli di parentela non ne avevano affatto). I See The Light, il primo singolo, passa completamente inosservato, nonostante una buona, buonissima attrattiva rhythm and blues declinata su tenui velocità.

Read the rest of this entry ?

Annunci
h1

16) Song To The Siren (Tim Buckley) by This Mortal Coil

7 agosto 2012

Ludwig Wittgenstein affermava che discernere di musica fosse impossibile e di nulla utilità, tanto erano dissimili i due linguaggi in collisione. Ma il linguaggio per Wittgenstein non era solo quello che parliamo (‘il virus venuto dallo spazio’, come era solito appellarlo William Burroughs), è anche l’enorme capacità d’espressione che ha l’uomo: dalla pittura alla matematica, dalla musica alla scultura. L’arte in generale.

Wittgenstein però non aveva mai potuto godere delle opere di Tim Buckley, non aveva avuto il tempo di rimanere immerso in quell’utero accogliente chiamato Song To The Siren. Ne avesse avuto la possibilità forse l’intera sua vita sarebbe stata diversa, sicuramente meno incline a rendere logica in maniera ossessiva la filosofia del linguaggio. In ogni caso forse non aveva torto: come rendere a parole e oggettivamente, l’imponderabilità delle emozioni che sgorgano all’ascolto della musica? Come riuscire a infondere almeno in minima parte ciò che una canzone come Song To The Siren provoca all’interno di ogni essere umano dotato di sensibilità?

Read the rest of this entry ?

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: