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02) The Model (Kraftwerk) by Balanescu Quartet

4 maggio 2013

Amanda Lear: che donna. C’è stato un tempo in cui la quasi totalità dell’intellighenzia europea pareva pendere dalle sue labbra orientali e dai suoi tratti angolari. La storia è nota, ma di sfuggita non sarebbe male ripetere come fosse stata la musa di Salvador Dalì, la mitica immagine di For Your Pleasure dei Roxy Music (che classe, in quella copertina!), la ragazza di David Bowie e il pettegolezzo più pruriginoso di quei mediani anni settanta. Che donna, ripeto.

Ne fui talmente invasato da sfidare le beghine e la catena di delatori che stazionavano nel centro della mia angusta cittadella per fiondarmi in edicola e far mio il Playboy che la riportava nuda con un titolo in ‘corpo’ 24: sono donna donna donna!

Ricordo ancora nitidamente quello strillo in prima pagina su sfondo marrone, con l’Amanda a seno nudo e la mia pruderia adolescente a nasconderlo nella scoppiettante cartella di terza media. Me lo portai persino in gita scolastica, desideroso di divulgare al mondo – o perlomeno la parte di mondo che conoscevo, ovvero la mia classe – un simile personaggio, togliendole quella patina di offese e sberleffi che i miei compagni erano solti riservarle, con il cinismo insito in quella porzione di età. Fu inutile, il cattolicissimo veneto non era disposto a tollerare deviazioni di sorta, se l’aveva detto la televisione doveva esserci del vero. Amanda era un uomo, no? Quindi non c’era storia. Non poteva essere affascinante, bella, intelligente, accattivante o anche solamente avere del talento. No, non poteva.

Sarebbe stato come ammettere implicitamente una devianza sessuale. E una volta che la diceria avesse trovato pertugio in quella scolaresca beghina, non ci sarebbe stato più scampo per il malcapitato. Io, in questo caso. Talmente affascinato da quello strano personaggio da correre il rischio. Questo, in soldoni, il commento finale dell’ultima fila di quell’autobus che ci stava portando chissà dove, con mia somma delusione per non essere riuscito a fare proselitismo.

Avevo anche un paio di 45 giri della baritonale chanteuse, poca roba invero, ma a me importava sentirla incatramare le parole, con quel suo accento sexy e una voce che pareva Nico immersa a gorgogliare in una vasca piena di bolle di sapone mentre Serge Gainsbourg la scopava a sangue.

Non conoscevo né Gainsbourg né tantomeno la teutonica chanteuse dei Velvet Underground io, allora.

Ma cosa importava dinanzi ad una simile ossessione? Come che sia nessuno fu disposto a seguire la mia crociata pro Amanda, in quell’autobus puzzolente e scomodo. Da allora decisi di non esporla più al pubblico ludibrio e di seguirne le gesta da lontano, senza lordarne la verve, l’intelligenza e la sensualità innata con la trivialità da portuali dei miei compagni di classe, giovani eppure già indirizzati in un umorismo crasso e segaligno (per non dire segaiolo).

Non sapevo nulla di transgenderismo, confusione sessuale e permutazioni cromosomiche assortite; io sul quel Playboy vidi un seno (anzi: due tette) da favola e tanto mi bastava per decretarne la femminilità, dall’alto dei miei 13 anni. In saecula saeculorum. Non sapevo nulla di tutti quei prime movers del cambio di sesso, di Giò Stajano, di Coccinelle, di Lili Elbe (il primo caso accertato di transessualismo nell’era moderna), di Christine Jorgensen. O di Robert(a) Cowell, aviatore (figlio di Sir Ernest Cowell, medico personale di Re Giorgio VI!) nonchè primo uomo a sottoporsi al cambio di sesso, il 15 maggio 1951 presso la clinica del dottor Harold Gillies, inventore della vaginoplastica. Non conoscevo nulla e manco mi interessava, nonostante qualche sbirciata a DuePiù (un ricordo sbiaditissimo ormai) a intervalli regolari io me la concedessi.

Poi, giusto qualche mese dopo l’uscita di quel Playboy, nelle radio italiane (e in qualche trasmissione televisiva) cominciarono ad imperversare degli strani figuri e una canzone. Loro erano quattro algidi geometri del suono (che la mia classe ancora una volta liquidò come ‘la versione noiosa dei Rockets’) e il pezzo si chiamava The Model. Avrebbe raggiunto (dopo 4 anni) la sommità della classifica dei singoli in Inghilterra, ma intanto ce la sorbivamo ad ogni ora del giorno tanto suonava magnetica e rivoluzionaria in quelle neonate radio libere altrettanto magnetiche e rivoluzionarie.

Un passo di danza geometrica e squadrata, glassata di un’armonia fredda ma di quel freddo che rivitalizza le membra, quasi fosse una sauna sonora con conseguente immersione nel ghiaccio.

Era tersa The Model, spigolosa ma pronta a farsi smussare, e poi conservava quel benefico effetto da canzone pop che non riuscivi a staccarti di dosso. Solo dopo un decennio scoprìi che quei tre minuti e trentotto secondi erano stati dedicati (il testo, è bene ricordarlo, è di Emil Schult) proprio a Re(gina) Lear, chiudendo un inconsapevole cerchio dove andava ad intrufolarsi Alexander Balanescu con il suo quartetto, entrando a gamba tesa nel pop con una bomba a mano e un archetto per una rilettura semplicemente straordinaria.

L’hanno rifatta anche: Warm Jets, Big Black, Snakefinger, Ride, Demolition Group, Zoot Woman, Mogul, Cardigans, Members, Scala & Kolacny Brothers, Overproof Soundsystem, Divine Comedy, Rammstein, Somegirl, Terrorvision, Malcolm McLaren

KRAFTWERK – Das Model (Lp, Kling Klang/EMI, 1978)
BALANESCU QUARTET – Possessed (Cd, Mute, 1992)

One comment

  1. bel servizio, da provare, complimenti per il blog😉 Continuo a seguirvi, aspetto con ansia nuovi aggiornamenti!!



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