Archive for gennaio 2011

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93) It’s A Fine Day (Jane) by Opus III

30 gennaio 2011

Questa è la storia di un poeta, uno dei rari cesellatori di parole che inciampano nella musica, e si trovano catapultati in un mondo dalle zanne affilate dal quale vorrebbero fuggire, rimanendone invece invischiati dentro un perenne ed instabile equilibrio.

Un poeta incespicato nel pop albionico, ma plastico abbastanza per evitare l’incontro col terreno grazie ad un supremo scatto di reni e delle dita da clown. Perché i poeti non sentono il dolore, fanno solo da tramite tra lo stesso e un foglio di carta.

Si chiama Edward Burton, ed è un nome che poco o nulla dirà anche al più esperto tra i filologi del pop; un nome innocuo, forse persino inutile nella sua ruspante mediocrità, ma quintessenzialmente inglese. Un nome che non si presta a gloriose allitterazioni e non fa figo sfoggiare nelle copertine dei dischi; un nome molto poco pop, in definitiva. Non mi prenderei mai un batterista che si chiama Edward Burton, ad essere sincero. No, proprio no.

E’ un nome forse buono per un usciere di qualche tribunale di campagna della Cornovaglia, o per un pugile di seconda scelta dai natali scozzesi, sfinito dal whisky doppio malto e da un setto nasale ridotto in poltiglia. O ancora per un vecchio scrittore misogino e sparagnino; o un cafone solito passare la sua vita tra i campi di polo, vestito di tutto punto come il Piccolo Lord e i cd di Cliff Richard in bella mostra sul caminetto.

Al massimo potrei immaginarmi il classico inglese d’altri tempi, di quelli che potreste trovare in qualche uggiosa cittadina di campagna, solito passeggiare con pipa, completino di lana, libro sotto braccio e fox terrier al seguito; magari partorito dalla fantasia di Arthur Conan Doyle. Oppure, ecco…lo vedrei bene nei Television Personalities dei tempi d’oro, ma in quella congrega v’era già un Edward e quindi non se ne sarebbe fatto nulla dacchè due eccentrici si annullerebbero a vicenda e non potrebbe esservi sventura peggiore.

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94) Suspicious Minds (Mark James / Elvis Presley) by Fine Young Cannibals

26 gennaio 2011

Ognuno di noi ha delle idiosincrasie che non sa vincere nè tantomeno spiegare, cose magari di nullo conto ma che rappresentano un ostacolo insormontabile seppure talvolta stupido e privo di motivazioni. A qualcuno sfociano in traumi, ad altri in fobie o ossessioni ma in tutti provocano un moto di disagio inspiegabile. Colpiscono senza distinzione di censo, sesso, età o religione.

Colpiscono e spesso rimangono incollate per tutta una vita. Io, per esempio, non ho mai retto la Juventus, repulsione creatasi nei primi anni Settanta e cresciuta esponenzialmente con l’andare dell’età. Una faticaccia, credetemi, riuscire a convogliare e controllare cotanto disagio e avversione. Gli stessi sentimenti li ho vissuti verso i ragni, le altezze, il bollito misto ed Hemingway (50 le pagine che sono riuscito ad approcciare de Il Vecchio e Il Mare prima di ritirarmi con i capogiri e la puzza di salsedine sul maglione).

Pure nella musica (materia che mi ha appassionato ben più del bollito misto o dei ragni) ci sono degli artisti che – a pelle o proprio grazie al loro percorso artistico – non sono mai riuscito ad avvicinare; parlo di gente di grana grossa, mica i Wet Wet Wet o le povere Mel & Kim, intendiamoci.

Gente tipo i Genesis del post Peter Gabriel e Steve Hackett. O Bob Dylan. O Elvis Presley. Ecco, Elvis è sempre stato – al pari di Dylan – un cruccio irrisolto e inspiegabile, che se i Genesis di Collins e Rutherford sono sempre stati facili bersagli (quasi come i Simple Minds post New Gold Dream) sullo Zimmerman e sul re del Rock And Roll qualche paturnia in più me la sono fatta venire, sensi di colpa e autoflagellazioni da farci un trattato Junghiano. C’era qualcosa di sbagliato in me, mi dicevo, se trovavo simpatici gli Abba e antipatico Dylan, poco ma sicuro, e forse avrei dovuto fare outing per scoprire se qualcuno fosse uguale a me.

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95) Jet Boy Jet Girl (Elton Motello) by Plastic Bertrand

21 gennaio 2011

1979: sono stravaccato in camera dei miei genitori, guardando un Sanremo che – tolto un Franco Fanigliulo in piena forma – ha pochissime emozioni al suo interno. Devo ancora uscire dalla pubertà, decidermi da che parte stia il nemico e se sarò mai in grado di debellare questo virus che coltivo in corpo da qualche anno (il pop); ma ho già un album dei Ramones in casa, quindi mi sento come un Comunista d’altri tempi sorpreso a servir messa.

M’appisolo e sbadiglio, mi stiracchio infilandomi le dita nel naso per noia, troppo pigro per alzarmi e cambiare canale in quel gran tubo catodico ancora in bianco e nero (perlomeno in casa mia) e senza uno straccio di telecomando ad alleviare sofferenze indicibili.

Un Festival a bassissimo voltaggio e dalla tolleranza ridotta ai minimi termini, il primo di una lunga serie di kermesse che mi inflissi e che continuo a portare come un cilicio, nell’attesa della Rivelazione. Un imbarazzante tapis roulant nel quale vedo scorrere Enrico Beruschi, il vincitore Mino Vergnaghi (con Tiziana Rivale emblema del Carneade Sanremese di quegli anni), la Schola Cantorum e inenarrabili altre porcherie che prima o poi – ne sono certo – qualche buontempone proveniente dall’intellighenzia rivaluterà, trovandoci chissà quali spiegazioni sociologiche, un po’ come Tarantino e le Commedie della Fenech.

Brividi e nausea nel vedere (e sentire) astrusi partecipanti privi di talento rincorrersi uno con l’altro in quel lungo tapis roulant di sofferenze assortite: canzoni imbarazzanti e performance che sarebbero dovute essere arrestate per crimini contro l’umanità. In poche parole, uno dei peggiori Sanremo mai trasmessi fino ad allora (a ripensarci, oggi fa quasi la figura del Premio Tenco in confronto a ciò che dobbiamo subire).

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96) I Feel Love (Donna Summer) by Curve

19 gennaio 2011

Ai tempi della Disco – da me vista come il Male Assoluto che nemmeno il Cattivone di Guerre Stellari o l’Uriah Heep di David Copperfield – avevo il chiodo, i capelli spilky e la t-shirt di Adolf Hitler con la scritta European Tour 1939-1945. Tanto per sottolineare il mio essere extraparlamentare nel Grande Transatlantico del rock. E dunque I Feel Love mi faceva schifo.

La trovavo ripugnante allora come oggi, pure se l’età mi ha un po’ ammorbidito il giudizio, fermo restando la mia più profonda convinzione del suo essere pezzo tra i più sopravvalutati dell’intera storia del pop. Un sottofondo per postriboli con bagasce di seconda scelta. Un grappolo di note ottimali per sesso promiscuo nel quale Moroder non ci faceva certo gran bella figura, nonostante i proclami, le galoppate di sequencer e il suo atteggiarsi a Gran Mogol dell’allora nascente scena disco.

Per lustri se n’è letto in ogni dove, sbrodolamenti assortiti da revisionismo storico nei quali si è cercato d’argomentare riguardo una sua (del pezzo, non del buon Giorgio) cristallina bellezza. Argomentazioni che m’hanno sempre lasciato freddino, ‘che se proprio dovevo puntare il dito allora avrei scelto Love To Love You Baby, uguale seppure diversa nel suo essere leggermente meno sciocca, meno volgare e con un senso armonico più consono.

A me, degli orgasmici sospiri di Donna Summer e del gommoso incedere sequenziale del Tenero Giorgio proprio non poteva importare di meno in un mondo che mi stava dando Blitzkrieg Bop, New Rose, Anarchy In The UK e Gary Gilmore’s Eyes. Era il 1977, si stava innalzando una rivoluzione epocale ed io non potevo perdermela, magari costretto a letto dalla Febbre del Sabato Sera. C’erano troppe cose – lì fuori – che stavano procedendo spedite verso di me perché io me le perdessi a causa di una pista (da ballo, chiaro); e non si trattava solo dei soliti venti del cambiamento, quelli che spirano sempre ma non rinfrescano mai e ti lasciano la stessa sensazione d’afa di un triste ferragosto solitario, appiccicaticcio compreso.

Era la prima ribellione culturale alla quale mi fosse concesso partecipare, e le Rivoluzioni (come le comete) non ti bussano alla porta ogni mattino. Il 1977 fu un anno grandioso su ogni sponda atlantica ed anche – massì – a ridosso del Mediterraneo: ci furono gli indiani metropolitani; il punk che scese sotto il Vallo di Adriano ed eruppe nelle nostre case; L’Altra Domenica; il terribile blackout di New York che bloccò per 12 ore la città innescando la miccia per saccheggi e devastazioni; arrivò la televisione a colori in Italia, le Brigate Rosse, il serial killer Son Of Sam, la fine della Banda Baader-Meinhof…Ok, tecnicamente devo ammettere che fu l’anno della Disco e dello Studio54, ma con tutto questo ben di dio io avrei dovuto perdermi dietro ad una cavallona sospirante?

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97) Batyar (The Smiths) by The Ukrainians

14 gennaio 2011

Nessuno la conosce, eppure tutti l’hanno sentita. Mi spiego: se mai c’è stato un riflesso Smiths nel panorama pop, beh… allora è un riflesso che colpiva in fronte i Wedding Present di David Gedge, spesso accecandoli per troppa buona fede.

La trasposizione senza troppi fronzoli ma con molti più muscoli e calli della coppia Morrissey/Marr. Niente miserabilismo, assoluta mancanza di yodel (che – diciamocelo – alla lunga svangava non poco le gonadi) e un treno merci inadatto a fermarsi in ogni stazione per sculettare proclami. Forse i Wedding Present erano il vagone di coda, ma è altresì vero che nemmeno il talento poteva competere con i due di cui sopra.

Insomma, laddove I Signori Rossi cesellavano di femmineo fioretto, Il Regalo di Compleanno mazzava di maschia spada. Sta di fatto che Peter Solovka, che del Gedge fu il sodale chitarristico, sul finir degli Ottanta salutava la congrega tutta andando a portare altrove la sua chitarra, inventandosi ex novo un estemporaneo divertimento chiamato Ukrainians nel quale si divertiva a rileggere i successi degli Smiths con un impeto tzigano dalla spiccata energia. Violini, tamburelli e un pizzicar di corde che ti trasportavano nella steppa, eoni prima di tutti i Gogol Bordello del pianeta. Batyar era una festa di zingari lanciati al galoppo nelle ventose pianure con urla, vodka e cori russi. Armata Rossa Goes Pop.

Non una novità tout court, dacchè i Wedding Present avevano già avuto modo di confrontarsi con la materia e con la lingua qualche mese prima in Ukrayinki Vystupy Vs. Johna Peela (Ukrainian John Peel Session); ma qui si fa di un lampo la regola. E dunque, oltre a Batyar (ovvero Bigmouth Strikes Again, visto che la conoscete tutti?) scorrono Koroleva Ne Polerma (The Queen Is Dead); M’Yaso-Ubivstvo (Meat Is Murder) e Spivaye Solovey (What Difference Does It Make?) per un intuito e una perspicacia fuori dal comune, verso le quali mai smetterò di far proselitismo o soltanto essere grato.

E vi spiego perché.

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98) Pretty Woman (Roy Orbison) by Van Halen

10 gennaio 2011

Chi ha detto che i Van Halen erano una banda di stupidi e di cazzoni? Voglio dire, okay per la seconda (soprattutto con l’avvento del rassicurante e sonnolento Sammy Hagar), ma il resto è pura calunnia, ‘che i fratelloni erano una bella macchina da guerra che non aveva nemmeno bisogno dell’onanismo di Eddie per vincere le battaglie.

E poi, quando hai 15 anni, di che cos’altro hai bisogno se non di una rock and roll band ganza, caciarona e drogata al punto giusto? Oddio, i miei 15 anni avevano bisogno di Ian Curtis e un po’ di gnocca a dir la verità, ma quel bastardo se n’era andato giusto due giorni prima del mio compleanno e i New Order mi parevano (ancora) un cocktail al quale era stato messo troppo ghiaccio e poco spirito. La gnocca, dite? Beh… inutile parlarne.

Quindi tanto valeva buttarsi anche sui Van Halen oltre a tutto il florilegio post punk appena scoppiato. Non che l’uno o l’altro pari fossero, intendiamoci, però a me David Lee Roth era sempre stato simpatico.

Come i Fleetwood Mac e tante altre cariatidi che i miei coetanei chiodomuniti, presi da un’immotivata fregola purista, deridevano alla grande. I Fleetwood Mac soprattutto, mi pare ovvio che ci sia sempre stata una sostanziale differenza tra loro e tutto il bailamme di gruppi ai quali sono sempre stati accumunati: tipo Reo Speedwagon, i Boston, le Heart o quegli odiosi saputelli degli Eagles. Insopportabili come il tuo capoclasse vestito di tutto punto pronto a scrivere il tuo nome sulla lavagna, colpito da improvviso afflato delatorio. I Mac erano di ben altro spessore, foss’altro per la chitarra di Lindsey Buckingham, e poi … Vogliamo parlare di Stevie Nicks?

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99) There’s A Ghost In My House (Richard Dean Taylor) by The Fall

5 gennaio 2011

Uno dei riempipista della gloriosa stagione Northern Soul, un baluardo del Wigan Casino, incidentalmente – nonostante quello che si puote evincere dall’ascolto – sagomato da un bianco. Sì, Richard Dean Taylor era un bianco ed è ancora il più famoso sconosciuto d’Inghilterra. Bastò solo questo brano, così intenso ed appicicaticcio, per farlo entrare in tutte le case, nell’immaginario collettivo o solamente in questa o quella raccolta che ad intermittenza viene propagata nel mercato pop. Dire There’s a Ghost In My House significa danza, agitar di chiappe, schioccar di dita, scuotimento d’anche e piroette sudate. Asciugamani e borotalco. Piste da ballo in legno e tanta extravaganza.

Significa Inghilterra, anni sessanta, football e Modernismo, Vespe, Lambrette, completi Tonic, brillantina e anfetamine.

George Best e la Motown.

Il prototipo della coolness, praticamente. E dunque che ci fa il ghigno di Mark E. Smith lì in mezzo, lui che è – dopo 30 anni dal debutto – è ancora il guru dell’anti-moda, del cinismo e della trasandatezza ringhiante? Lui, brutto come una scimmia, da sempre vestito come un cinese in saldo e che sui Modernisti (e sulle Vespe, le Lambrette, i completi Tonic) ci sputerebbe sopra con malcelata spocchia, magari facendosi cadere anche la dentiera.

I Fall sono sempre stati l’antitesi di tutto, anche di loro stessi, ed è questo cinismo portato all’estremo ad averne consentito la sopravvivenza e una discografia così pantagruelica da far invidia a Bob Dylan, con il quale il nostro ha più affinità che divergenze, perché Mark E. Smith è il Robert Zimmermann del post punk, che diamine! Soltanto con tanta rabbia e accidia in più, ma sono molti i punti di contatto tra le due fertili creature, non ultima una particolare voce nasale e strascicata che è diventata il vero marchio di fabbrica di entrambi.

Non sarebbe male sentire Dylan sputare sentenze su un disco dei Fall, o Smith declamare dylaniane poesie con fetido ghigno. Sono le cover a dividerli, le cover version e i natali. Sta di fatto che, lo spigoloso Mark, nel 1987, andava a rileggere quel riempipista Northern, senza troppo pigiare il pedale dell’acceleratore e del cinismo, in una versione rispettosa assai; troppo rispettosa (così come fece per Victoria dei Kinks) per non dar adito a qualche sospetto. Qualcosa doveva esserci stato, nell’adolescenza del buon Mark, per farlo desistere dalla consueta catarrosa blasfemia; forse, ed è di più di un ipotesi, quel qualcosa si chiama proprio northern soul. Ovvero un genere che appartiene al DNA di ogni cittadino britannico over 40.

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