Archive for novembre 2011

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42) I Second That Emotion (Smokey Robinson & The Miracles) by Japan

29 novembre 2011

Tra le centinaia di gruppi usciti dal magma ribollente che espettorò i lapilli del dopo punk pochi – oggi – suonano così datati e quintessenzialmente legati a quell’età irripetibile come i Japan. Non avrebbero potuto nascere e crescere in nessun altro periodo storico (a parte forse il 1973, ma solo agli albori della loro carriera, quando scherzavano con il glam rock), inchiodati agli anni Ottanta dei (dai?) Duran Duran, dei quali rappresentarono la versione intelligente e sofisticata, ed equidistanti dai Roxy Music.

Lì nacquero e lì dovevano morire prima di trasformarsi in patetiche macchiette bistrate e sovrappeso. Così fecero, e va dato atto al Piccolo David d’aver capito al momento giusto quando si stava intravedendo il fondo del barile.

Fu la solita losca e triviale storia di donne a porre il sigillo sui Japan, la classica sindrome di Yoko Ono stavolta declinata davvero sul Sol Levante, quasi sia una maledizione dagli occhi a mandorla. David ruppe i già precari equilibri di un gruppo tenuto assieme da sottile nastro isolante rubando la ragazza di Mick Karn (r.i.p.), talentuoso bassista autodidatta che rappresentò uno dei punti di forza di quel gruppo di eccelsi strumentisti. La spaccatura fu immensa e ci vollero anni per ricucire – almeno in parte – lo strappo. E se davvero è stato questo il tempestivo motivo che decretò la scissione del quintetto nel momento in cui esattamente avrebbe dovuto avvenire allora siano benvenute e benedette tutte le Yoko Ono del mondo.

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43) Surfin’ Bird (The Trashmen) by The Ramones

16 novembre 2011

Ai Ramones dobbiamo tutto. Patrimonio dell’umanità al quale andrebbe reso omaggio come si fa con reliquie di taglio religioso dacchè – probabilmente – uno dei quattro o cinque gruppi davvero fondamentali di quella lunga corsa in autostrada chiamata rock and roll.

Sono stati l’esatto motivo per il quale io ora sono qui, il mio vero battesimo musicale, forse l’unica vera fede che mai abbia avuto in tutta la mia vita. Senza piagnistei o sentimentalismi d’accatto sono ragionevolmente tenuto a credere che la mia vita (e, ne sono sicuro, anche quella di migliaia di miei coetanei) sia stata in qualche modo salvata dai Ramones.

Dovremo dunque essere sempre eternamente grati ai quattro fratellini del Queen’s, e portarci il santino di Joey dentro il portafoglio in saecula saeculorum.

Cosa sarebbe stato il rock se, nel 1974, quei quattro teppistelli non avessero impresso una forza centrifuga ad un mondo musicale stantio ed onanista? Sono stati loro e soltanto loro a togliermi da una grigia esistenza, a farmi scoprire un mondo del quale fino ad allora ne avevo soltanto annusato il profumo (ma quanto mi piaceva!) e a darmi quella scintilla ancora lungi dallo spegnersi.

La mia vera, consapevole – e abbracciata in toto, naturalmente – conversione sulla via per Damasco è da attribuirsi a loro e a nessun’altro. Sono passati ormai più di 30 anni (erm, quasi 40, invero) dal momento in cui li approcciai per la prima volta (una delle rarissime epifanie, e conservo ancora ben vivo nella mente quel momento); molto è stato detto e fatto nel mondo del pop, rimasticato e risputato in mille forme ma i miei dischi dei Ramones sono ancora lì in bella mostra sugli scaffali, vinili consumati da lunghi ascolti e lunghi sospiri, gracchianti nel loro fumettistico furore rock and roll.

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44) That’s The Way (I Like It) (KC & The Sunshine Band) by Dead Or Alive

6 novembre 2011

Peter Burns è stato – assieme a Grace Jones e Klaus Nomi – la presenza più inquietantemente autentica del pop (ho scritto pop), personaggio troppo sopra le righe per essere preso sul serio, eppure eccentrico davvero (al punto d’esser diventato una specie d’ermafrodito transgender) e non per spettacolarizzazione della propria immagine. Insomma, non un Alice Cooper qualsiasi che si esibiva con pitoni e gran dispiego di granduignolesche vestigia e poi il mattino dopo rilasciava interviste sul campo di golf, perfettamente sobrio e ripulito, pronto ad ammettere all’intervistatore di turno che ‘una cosa è l’arte, un’altra la vita, non vorrà mica che io passi le mie giornate a morsicare pitoni, vero?’.

Ora, potremmo perdere interi capitoli nel discutere se Alice Cooper fosse arte (anche se il mio sì è su tutta la linea), di sicuro non difettava di sincerità. Burns no. Lui era (ed è tuttora, cercate su Youtube le sue performance al Grande Fratello inglese) matto davvero, linguacciuto e vizioso, isterico e sessualmente indeciso sin dai tempi dell’adolescenza in quel di Liverpool, perniciosa presenza agghindata come uno Zulu in tailleur pronto a rischiare le botte ad ogni attraversamento di passaggio pedonale.

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