Archive for aprile 2011

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73) Love Will Tear Us Apart (Joy Division) by Jah Division

26 aprile 2011

Paletti e steccati esistono principalmente nella testa di chi ascolta, nell’ottusità di chi è incapace di poter vedere oltre il proprio naso, o sentire oltre le proprie orecchie. Colonne d’Ercole inesistenti che precludono immense gioie sonore, una brutta malattia che nessuno può guarire, se non la tua apertura mentale e una discreta voglia di conoscenza. Una nota è soltanto mero fenomeno di compressione e rarefazione dell’aria, eppure può essere declinata in mille modi diversi, pur rimanendo sempre e soltanto una nota.

Il desiderio di rimanere abbarbicato a sonorità care alla propria adolescenza oppure fossilizzarsi in un solo genere è sempre stato il limite massimo di chiunque abbia mai ascoltato musica seriamente, rifiutando in blocco – per paura, snobismo, rabbia giovanile o chissà cos’altro – tutto il resto dello scibile musicale. Un pericolo sempre in agguato e un peccato mortale, commesso anche dal sottoscritto in giovane età, convinto d’essere duro e puro e invece ritrovatosi soltanto stupido e impaurito da ciò che non conosceva, con l’unico risultato (postumo) di maledire sé stesso per il tempo e le meraviglie perdute.

Come moltissimi miei coetanei mi aggrappai ai Joy Division chiudendo gli occhi, certo di aver trovato l’epifania definitiva dalla quale mai più mi sarei schiodato; non avevo bisogno di null’altro, mi ripetevo compiaciuto, rigettando in blocco di volta in volta tutto ciò che passava sotto il naso e che non avesse le medesime coordinate, in un ottuso diagramma Cartesiano di ascolti perfettamente allineati.

Poi però mi ripresi quasi subito, complice anche quella rilettura dei Magazine che svetta al numero 82 e che contribuì ad aprirmi la mente, e cominciai a voltare la testa anche verso anfratti che sino a pochi mesi prima la mia aridità avrebbe trovato discutibili, quando non grotteschi.

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74) Theme From The Persuaders (John Barry) by The Umbrella

22 aprile 2011

Mi piacerebbe farmi promotore per un deciso revival degli anni settanta. Sissì. E non sto parlando di tutto quel fuffame televisivo che – di volta in volta – estrae dal cilindro il Cubo di Rubik, Giochi Senza Frontiere o Santa Esmeralda.

Io parlo dei miei anni settanta, o meglio: di quelli della mia generazione. Quelli che si sono fermati al 1977 perché dopo è stata tutta un’altra storia e il decennio ha scartato di botto dentro ad un nuovo secolo e a mille dolori. Quelli che mi fanno ricordare le domeniche mattina (poi, per ventanni, saranno un buco nero), i sapori, gli odori di fine settimana autunnali.

Quei primissimi anni Settanta pronti ad ergersi (da allora e per sempre) su un triangolo equilatero formato da tre punti fissi, emozioni feroci attese con ansia per tutta la settimana dall’alto della mia quarta elementare e una cartella rossoblù troppo pesante: S.H.A.D.O. e The Avengers su Tele Capodistria e Attenti A Quei Due sulla Rai.

C’era stato poco altro prima di cotanto stiloso vedere, giustappunto Gianni e Il Magico Alverman e vaghissimi ricordi di Dorellik prima di venire attirato da qualche puntata di Pippi Calzelunghe (avevo anche io la mia Bjork ante litteram, che credete? Ed era molto più drogata, oh sì!) le domeniche pomeriggio del 1972.

Oppure Il Tesoro del Castello Senza Nome, telefilm cult da raccontarci il lunedì mattina di ritorno a scuola persi d’amore verso Marianne, la protagonista, immaginandoci tutti come Jean-Lup, il biondino coraggioso. E quindi via alla ricerca del tesoro dei Templari nel cortile della scuola.

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75) Love Is The Drug (Roxy Music) by Grace Jones

17 aprile 2011

Premesso che Warm Leatherette non dovrebbe mancare in nessuna discografia degna di tal nome, non solo perché apice e zenith di una Grace Jones catturata in un momento di forma (fisica e sonora) strepitosa, e nemmeno per la pletora di cover buttata sul piatto, bensì soprattutto per la sciarada di musicisti da paura – Sly Dunbar, Robbie Shakespeare, Wally Badarou – che avevano partecipato alle registrazioni di cotanto capolavoro.

Premesso questo (perchè immagino vi siate assentati per andare a riprenderlo in mano, nel glorioso formato vinile) sarebbe invece doveroso spendere due paroline sull’Island Records visto che, sia l’originale dei Roxy Music, sia la cover della Pantera Nera uscivano per la storica etichetta.

Ma dire Island significa da sempre dire Chris Blackwell, ovvero l’uomo che ha consegnato il reggae ai bianchi facendoli innamorare dei tempi dispari. Colui il quale ha consacrato una vita alla musica nera e che ha sempre voluto un catalogo di altissima qualità. Eppure stranamente rimasto ai margini del giro che conta, di volta in volta surclassato da personaggi più bravi ad amministrarsi o a far parlare le cronache, quindi Richard Branson, Seymour Stein, Alan McGee e via discorrendo.

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76) Shack Up (Banbarra) by A Certain Ratio

13 aprile 2011

A Manchester si viaggiava coi calzoncini corti, in quel finir d’anni settanta, nonostante il freddo e quella terribile umidità che oltre alle ossa ti prendeva anche il cuore, e chiedete a ciò che resta dei Joy Division quanto fosse vero, se non ci credete.

Quei pantaloncini pseudo mimetici – color Rommell in pieno deserto africano – una tinta cachi, tenue e che smagriva assai oltre a far risaltare l’eterno candore di gambe che mai avevano visto o soltanto immaginato il mare.

Una sorta di divisa più dal sapore scolastico che militare, il segno distintivo d’appartenenza ad una squadra, un gruppo, un circolo d’amici desiderosi di svago. Gli stessi calzoncini che – se avete una qualche dimestichezza con le cos(c)e rock o soltanto qualche anno sul groppone – ricorderete indossati dal Bernard Sumner di Joy Division memoria, appena prostratosi al Nuovo Ordine.

Furono però gli A Certain Ratio (eh, sì…ok…anche Angus Young sebbene d’altra foggia) a sdoganare quegli stupidi pantaloni corti da scolaretto, con somma gioia di Tony Wilson, pronto – con una delle sue solite esternazioni – ad equipararli a ‘dei Joy Division vestiti meglio’. Forse proprio per via dei calzoncini, chissà.

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77) I Can See For Miles (The Who) by Lord Sitar

8 aprile 2011

Diede lezioni di chitarra a Ritchie Blackmore e Steve Howe. Persuase Jim Marshall a costruire i suoi famosi amplificatori. Fu la prima persona in Inghilterra a possedere una Gibson Les Paul.

Sempre suo il primo effetto fuzz usato in una registrazione di studio (Hold Me di P.J. Proby). Scrisse gli arrangiamenti per la versione orchestrale di Tommy degli Who. Fu il chitarrista ufficiale di Top Of The Pops e Ready, Steady Go! durante gli anni sessanta.

Ha suonato in 200 Motels di Zappa e The Ballad Of Melody Nelson di Serge Gainsbourg. Sono sue le parti di chitarra nelle sigle televisive di Spazio 1999 e Thunderbirds. Andò in tour con Gene Vincent e Eddie Cochran. Partecipo’ alle registrazioni – sotto la direzione di John Barry – del James Bond Theme.

Mise le sue dita al servizio di una infinita serie di classici, tra i quali Ferry Cross The Mersey, Itchycoo Park, He’s Gonna Step On You Again, Anyone Who Had A Heart, Puppet On A String, It’s Not Unusual, The Sun Ain’t Gonna Shine Anymore, You Don’t Have To Say You Love Me, Everlasting Love, Je T’aime…Moi Non Plus, Chirpy Chirpy Cheep Cheep. Fu amico intimo di Elvis Presley e membro della James Last Orchestra.

Prestò la sua Gibson J-200 a Jimmy Page per la registrazione di Led Zeppelin. E’ stato calcolato che abbia partecipato ad oltre 1000 (sì, mille!) registrazioni entrate nelle classifiche inglesi.

Veniva amichevolmente chiamato Big Jim, in contrapposizione al soprannome dato a Jimmy Page (Little Jim).

Potrei continuare per pagine, ma mi fermo qui e riprendo fiato, immaginando i vostri occhi strabuzzati ed increduli, meravigliandomi di come sia possibile – dinanzi a cotanto senno – ignorare un chitarrista come Big Jim Sullivan (vero nome James George Tompkins), probabilmente il più famoso session man (anche se il termine è riduttivo alquanto per un musicista dalla simile statura) d’Inghilterra dagli anni Cinquanta agli Ottanta. Non sono esente da peccato dacchè arrivatoci per vie traverse e tardi.

Molto tardi. Stramaledettamente tardi.

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78) The Girl From Ipanema (Perry Ribeiro) by Antena

4 aprile 2011

Ci sono tante piccole storie dietro una semplice canzone, frammenti di vita vissuta, scorci emozionali, flashback pronti per essere raccolti e raccontati. Sì, spesso è solo una stupida canzone, da maneggiare un paio di settimane e poi gettare come un chewing gum al quale è scemato il gusto, eppure dietro vi sono intere vite.

Forse è – anche – per questo che ci attacchiamo alla pop music e sovente riusciamo (non senza difficoltà, invero) a saltabeccare da Kylie Minogue a Nick Cave (o a riunirli entrambi, come Where The Wild Roses Grow, singolo del 1995, dimostra) o dai Tool a Carly Simon senza provare capogiri o rimescolamenti di stomaco, anzi riuscendo a ritrovare pezzetti delle nostre esistenze, fili spezzati che credevamo d’aver dimenticato ma che invece sono lì, fermi in qualche nostro remoto frammento di passato.

Parcheggiati in attesa di qualcosa che li scuota dal torpore. Datemi una canzone tra le centinaia di migliaia che ho fagocitato in questi anni e vi solleverò il mondo. O quantomeno vi potrò dire cosa stavo facendo l’esatto momento in cui la udìi per la prima volta. Le uso per una sorta di orologio personale, percorso segnaletico che mai mi ha fatto smarrire la strada maestra.

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