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Stayin’ Alive (Bee Gees) by Tiny Tim

21 maggio 2014

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Ora, perdonatemi… Non vorrei fare la figura dell’eccentrico a tutti i costi, ma come non rimanere con la forchetta a mezz’aria davanti a quel folle giullare da trattamento sanitario obbligatorio chiamato Tiny Tim? A me quantomeno capitò così, un pomeriggio di millemila anni orsono.

Dio l’abbia in gloria; lui e tutte le sue malefatte (parecchie delle quali sono ammirabili sul Tubo). Dopo una vita di nefandezze armoniche, talmente disgustose da risultare – talvolta- sublimi, nel 1980 andava a rileggere il multimilionario successo dei Bee Gees in una versione da musicarello zoppo nel quale pareva rifare il verso ad un Elvis Presley sorpreso a ruttare all’Oktoberfest.

Guardatelo alla Tv statunitense choccare 40 milioni di telespettatori con le sue filastrocche tra il dadaista e il demenziale; scrutatelo nelle sue performances con l’ukulele; ascoltate qualcuno dei suoi dischi; ammiratene infine l’incedere dinoccolate e sghembo. Il mondo di Tim potrebbe riservarvi enormi sorprese, sempre siate disposti a farvi delle scorpacciate di LSD e glucosio.

Il ‘piccolo’ Tim era altissimo (un Joey Ramone come avrebbe potuto immaginarlo Tim Burton) talmente alto che ha raggiunto il Paradiso. Il 30 Novembre 1996.

L’hanno rifatta anche: Mina, Happy Mondays, Brotherhood of Man, Fausto Papetti, N-Trance, Ozzy Osbourne, Alvin And The Chipmunks, Jovanotti, Sugarland, Les Claypool, Dweezil Zappa, The Twang.

BEE GEES – Stayin’ Alive (7″, RSO, 1977)
TINY TIM – Chameleon (Street Of Dreams, Lp)

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Good Vibrations (The Beach Boys) by Psychic TV

14 febbraio 2014

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Che sagoma Neil Megson, vero? Non che Brian Wilson e le sue paturnie siano mai stati da meno, intendiamoci. Ma Neil (Genesis P-Orridge per gli amici) ha sempre avuto quella sana, autentica, imbrigliabile follia insita nel suo dna. Una follia anti establishment che meriterebbe trattati sociologici, perchè se c’è mai stato qualcuno davvero ‘contro’ in questo finto mondo musicale pieno di Live Aid, azzeramenti dei debiti vari e buone intenzioni da prima pagina, beh… E’ stato lui.

Più dei Residents o di qualsiasi altro nome vi possa tornare in mente. E non starò qui a dilungarmi su tutte le ‘buone vibrazioni psicotrope’ che i Throbbing Gristle prima e Psychic Tv poi hanno compiuto nel corso di questi lunghi decenni. No.

Potrei semplicemente rimandarvi alla recente intervista nella quale il pettoruto Genesis elenca una serie di dischi essenziali all’accorpamento della sua formazione (su TheQuietus.com), una lunga catena di pepite psych che potrebbero far luce su alcune (molte) delle sue produzioni.

Eh no… Non ci sono i Beach Boys tra le sue scelte primarie ma siamo ragionevolmente tenuti a credere che Wilson e Megson siano ‘figli’ (perdonatemi il calembour sul cognome) di un certo modo di intendere il pop, facce di una stessa medaglia soltanto apparentemente antitetiche.

E dove il primo lavorava di cesello e sinfonie tascabili per creare melodie contagiose e indispensabili (Good Vibrations può essere considerato il primo edit della storia, a pensarci bene) il secondo affondava la lama per squartare il corpo macilento del pop, ritraendone un golem dalle luciferine fattezze di Dorian Gray.

Il punto d’incontro tra cotanto sferragliar di menti? Forse uno Smile, lo stesso che portò i 60es dentro l’acid house.

L’hanno rifatta anche: Todd Rundgren, Troggs, Nina Hagen, The Shadows, Jan & Dean, Russ Abbott,

THE BEACH BOYS – Good Vibrations (7″, Capitol, 1966)
PSYCHIC TV – The Magickal Mystery D Tour E.P. (7″, Temple, 1986)

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Mother Sky (Can) by Loop

9 gennaio 2014

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I. Loop. Che. Rifanno. I. Can.
Cosa volete di più, un Lucano?

L’hanno rifatta anche: Th’ Faith Healers, Calla, Vibravoid, Sneaky Thieves

CAN – Soundtracks (Lp, 1970, Liberty)
LOOP – Black Sun (12″, Chapter 22, 1988)

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Bachelor Kisses (The Go Betweens) by The Radio Dept

7 dicembre 2013

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Non ho speranze. Nemmeno dubbi, a dir la verità. Non credo che i seguaci dei Radio Dept. abbiano approfittato dell’occasione per scoprire il mondo dei Go Betweens; così come ho forti perplessità anche riguardo il contrario. Del resto ci sono un paio abbondante di generazioni in mezzo. 27 anni e due versioni di una canzone talmente perfetta nella sua semplicità da risultare quasi indigesta.

Non che gli svedesi abbiano svolto male il compitino, anzi. Originalmente inserito nella fanzine I Godan Ro (mp3, Friendly Noise, 2007) – con una una misera e asfittica tiratura di 10 copie – e poi lasciato libero di vagare per la rete e in qualche raccolta, veniva ri-scritto in bella e pallida calligrafia.

Ma come si potrebbe svolgere svogliatamente simile compito? Il problema semmai è traslare il pathos e la magniloquenza della coppia Forster & McLennan e di una struttura semplicissima ma che tende all’infinito. Bellissima certo, la resa. Ma è appunto una ‘resa’, inutile arrendevolezza sdraiata al tepore di un camino crepitante.

Però funziona. Funziona la glassatura shoegaze, funziona tutta la paraphernalia nordica fatta di renne, Henning Mankell, sidro e distese gelide. Funziona il minimalismo infuso dai Radio Dept, funziona il loro gioco di sottrazioni, funziona la loro onestà nell’approcciare un capolavoro che difficilmente potremmo immaginare riconvertito da mani altrui. Invece funziona. Funziona anche quel camino, a dirla tutta.

Non credo ci sia bisogno di sottolineare quanto i Go Betweens siano stati indispensabili durante la loro esistenza. Ma anche dopo. Nonostante tutto intorno a loro diventasse oro (dagli Smiths ai R.E.M) e la silente banda australiana rimanesse sempre al palo, guadagnando attestati di stima senza però mai sfiorare il grande successo. Forse è meglio così, l’indispensabile ha in uggia le grosse tirature e le copertine dei rotocalchi. E i Go Betweens – mi ripeto, e lo farò in saecula saeculorum – furono davvero davvero davvero indispensabili. Al mondo, all’intero sistema della musica pop, al lavoro dell’onesto e dotato artigiano cesellatore di armonie e….sì, a me.

Adesso però spegnete quella radio svedese e andate a comperarvi l’originale.

L’hanno rifatta anche: John Pyke, Pray TV, Paul Handyside

THE GO BETWEENS – Bachelor Kisses (7″, Sire, 1984)
VV.AA. – Splendid Isolation (Cd, Friendly Noise, 2008)

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Are You Gonna Go My Way? (Lenny Kravitz) by The Moog Cookbook

15 novembre 2013

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Non entrerà mai un disco di Lenny Kravitz in casa mia, potete giurarci. Anzi no, visto che il mio ex voto è stato ampiamente infranto con Justify My Love di Madonna in versione 12″; brano principalmente farina del sacco del belloccio brunito (e dei Public Enemy ai quali quel superbo campione ritmico veniva furtato).

Come che sia ho sempre considerato il capelluto tatuato lo specchio deformante del decadimento del rock – di certo rock, quantomeno – resosi volontariamente dietetico e pronto per vernissage e copertine, sfilate e passerelle. Ciò che avrebbe dovuto, per sua natura, avere la residenza al Whisky a Go Go (o al Max’s Kansas City) si è trovato domiciliato presso Vogue.

Puah.

Ergo, il modellone mi è sempre sembrato un inutile frullato di nulla, una finta aggressività armonica patinata e hollywoodiana, un fascio di muscoli (un fascio e basta, forse) da gettare in pasto a discoteche alternative imbevute di RCHP e Anouk, di Offspring e Dandy Warhols. Un incubo, in due parole. Disgustoso e poseur come pochi, aggiungerei.

Quanto mi ha nauseato, in quei mediani Novanta, quando sbrodolava su tutte le interviste riguardo la sua passione per il rock vintage, portata all’estremo pretendendo un mixer degli anni Sessanta in sala di registrazione per dare al suo ‘lavoro’ quel dejà vu sixties che tanto faceva pendant con le sue zeppe. Niente di cui stupirsi, anzi. C’aveva già provato il buon Lee Mavers dei La’s pochi anni prima, rispedendo al mittente quel banco mixer ritenendolo non idoneo dacchè la polvere depositatasi non era certo quella dell’epoca.

Che poi parte del mio nervosismo verso il figlio di colei che impersonava Helen Willis nel telefilm dei Jefferson provenisse anche dal suo ramazzare alcune tra le più belle donne del pianeta (Lisa Bonet e Natalie Imbruglia comprese) aumentava considerevolmente il mio più profondo disprezzo per la musica proposta.

Godetti assai dunque quando, nel 1996, i Moog Cookbook, folle duo di svampiti composto da Uli Nomi e Meco Eno (veri nomi: Brian Kehew e Roger Jospeh Mannin Jr.) andavano a saccheggiare e dissacrare come degli Smurfs sotto acido un bel po’ di icone del rock (Smells Like Teen Spirits, Black Hole Sun, Basket Case tra le altre) in un album demenziale piuttosto ed anzichenò, e dunque per questo gustoso assai.

Canzoncine autistiche, salterelli di gommapiuma, synth goderecci e una intensa attività parodistica che faceva sembrare i beneamati Chicory Tip (o i Silicon Teens) una versione basica dei Rush. Are You Gonna Go My Way nelle loro mani diventa un marshmallow diabetico, una sigletta per qualche vecchio gioco Atari, un brutale pasticcio atto a ridimensionare cotanta nullità piena di boria. Assolutamente stupidi, inadatti a qualsiasi ruolo e per questo irresistibili nel loro svolgere una missione sulla carta impossibile.

Insomma, roba che persino i Daft Punk potrebbero cadere in tentazione.

L’hanno rifatta anche: Tom Jones, John Paul Young, Metallica, Robbie Williams, Kato, Gun, Mambo Kurt, IQ20, The Party Animals.

LENNY KRAVITZ – Are You Gonna Go My Way (Cds, Virgin, 1993)
THE MOOG COOKBOOK – The Moog Cookbook (Cd, Restless, 1996)

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Telegram Sam (T-Rex) by Bauhaus

2 novembre 2013

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Certe volte i maestri hanno dei pessimi allievi. E’ il caso dei Bauhaus, caduti da subito in quell’inciampo gotico e catacombale dove aleggiavano pipistrelli, ragnatele, Bela Lugosi e funerali assortiti. I biechi figuri che compongono le tribù nerovestite andarono a – ehm – nozze con ‘sì tanta materia oscura e quindi – da allora e per sempre – i quattro di Wolverhampton furono il gruppo gotico per eccellenza, diminuendone (almeno da queste parti) portata e impeto.

Un peccato visto che – guardando sotto la cotonatura di Daniel Ash (un Andy Taylor emaciato e sottopeso) – si potevano scorgere spore hard rock (Led Zeppelin, e non si pensi all’oltraggio) e migliaia di lustrini glam (Bowie, Bolan). Insomma, un po’ quello che faranno – rettificando il tiro – di lì a poco i Janes Addiction. Al netto di tutta la paraphernalia da depressi cronici intenti a scavare nell’ossianesimo spinto, rimangono quattro poderosi musicisti, una sezione ritmica tra le più potenti e precise del post punk e carisma a profusione dalla figurina di Peter Murphy, scaduto a macchietta troppo presto.

E certo, le canzoni. Disseminate un po’ ovunque nella prima parte di carriera, prima che egocentrismi e orde di nerovestiti rompessero l’equilibrio. Quella nuova musica nervosa e digrignante non aveva inventato nulla, e questa versione di Telegram Sam (dal catalogo di Zio Marc Feld, appunto) ne certifica la paternità. Ma che rock and roll epilettico, ragazzi! Ora però levatevi quel cerone e siate uomini.

L’hanno rifatta anche: Beki Bondage, Jump The Gun

T-REX – Telegram Sam (7″, EMI, 1972)
BAUHAUS – Telegram Sam (7″, 4AD, 1980)

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Echo Beach (Martha & The Muffins) by Dub Spencer & Trance Hill

12 ottobre 2013

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Ma pensa te. Cento e passa post, due anni e spiccioli di battute sparse e solo una volta (per i Jah Division. al n. 73) del buon dub ha affumicato queste cartelle. Che peste (e wordpress con essa) mi colga. Rimedio subito dunque, certo di fare cosa gradita nell’estrarre dal cilindro un altro fumigante progetto in tempo dispari. Nello specifico quella congrega chiamata Dub Spencer & Trance Hill. E se mai c’è stata una denominazione più felice ed azzeccata, beh…è proprio quella del quartetto elvetico (l’avreste mai detto? O immaginavate calde provenienze caraibiche?), titolare di una manciata di album sulla falsariga di questo Riding Strange Horses, edito sulla loro – ohibò – Echo Beach. Copertine che scimmiottano con disinvoltura i grandi classici (bellissima la rivisitazione di London Calling per il recente Live In Dub & The Victor Rice Remixes – 2013), curiosi rifacimenti di canzoni immortali (da Enter Sandman a Stop Bajon tanto per dire), il tutto rivisto con indolenza e massiccio uso di camere d’eco.

A proposito del quale: proprio un fantasioso Umberto Echo (occhio alla lettera in più) il titolare dell’etichetta e collaboratore primario dei nostri. Mi pare ce ne sia abbastanza per sviscerare l’oppiaceo mondo siglato Spencer & Hill, magari partendo proprio dalla rilettura di Echo Beach di Martha & The Muffins, pezzo che così tanto pare li abbia colpiti; anthem che ballammo allo sfinimento – noi vecchi babbioni waver – in quel vertiginoso inizio di anni ottanta. E quella che era una semplice (?) canzone di nuevo rock sulla falsariga di certi Cure più soleggiati (o meno ombrosi, vedetela come preferite) diventa un gratificante viaggio spiazzante, un saliscendi ritmico-temporale sopra una nuvola di spliff fosforescenti.

Mai stato più interessante rimanere sdraiati (e stonati) su quella spiaggia, fratello. One Love.

P.S.: Da abbinare al poderoso Echo Beach – 30 Years Anniversary Remixes (Cd, Echo Beach 2010)

L’hanno rifatta anche: Toyah, Robert Foster, Gabriella Cilmi, La Grande Sophie, Dimestars

MARTHA & THE MUFFINS – Echo Beach (7″, Dindisc, 1980)
DUB SPENCER & TRANCE HILL – Riding Strange Horses (Cd, Echo Beach 2010)

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Chirpy Chirpy Cheep Cheep (Middle Of The Road) by Lush

17 settembre 2013

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Alle elementari lo cantavamo sempre, vero e proprio tormentone urlato a squarciagola oscillando dalle altalene dell’oratorio, gareggiando a chi riusciva a storpiarne il testo e l’allitterazione con il maggior numero di volgarità, in un improbabile gramelot di parolacce. E sono sicuro che tutti voi, lì fuori, ne ricordiate l’incedere e l’astruso – ma contagioso – ritornello. Tutto questo per dire che…sì, c’è stato un tempo in cui questa strana formazione – sorta di Abba ante litteram per svantaggiati – dominò le classifiche e l’etere di tutta Europa. Un brano sciocchino, un Sugli Sugli Bane Bane geograficamente arroccato ben oltre il Vallo di Adriano (dacchè scozzesi). Insomma, 3 minuti talmente scemi e melensi da risultare irresistibili e totalizzare in breve tempo 10 milioni di copie vendute, uno dei pochissimi 7″ a potersi fregiare di tal titolo.

Miagolìo talmente zuccheroso che non poteva non avere natali autoctoni, dato che la band fu costretta a trasferirsi per qualche periodo in Italia in guisa di session men per alcune incisioni di Armando Trovajoli prima che il coinvolgimento del produttore Giacomo Tosti ne mettesse a fuoco le particolarità armoniche che li avrebbe di lì a poco consegnati al successo. Come che sia Chirpy Chirpy Cheep Cheep è un chewing gum usa e getta che vi inviterei a far vostro, magari proprio tramite la versione di quella strana entità senza sesso e senza collocazione (Pop? Shoegazer? Bubblegum brit?) chiamata Lush, che ne opacizzava quell’aria da Pippi Calzelunghe con un maelstrom di chitarre granulose, cinguettìi e svolazzi sognanti. Dei Middle Of the Road si persero le tracce quasi subito; nonostante un ulteriore calembour semantico titolato Tweedle Dee, Tweedle Dum e una manciata di altri ininfluenti singoli rimase solo il pulviscolo di un forzato esilio nelle classifiche tedesche, una apparizione al Festival di Sanremo del 1971 (quale gruppo di accompagnamento di Jordan) ed una partecipazione in proprio allo stesso nel 1974 con la canzone Sole Giallo.

Curiosità: anche quello strano unabomber del pop chiamato Lawrence Hayward si genuflesse su questa progressione armonica citando il brano in Middle Of The Road (Cd, London, 1992), singolo dei suoi Denim.

L’hanno rifatta anche: Mickie Krause, Tom Mathisen and Herodes Falsk, James Last, Cartoons, Briars, Soul Control

MIDDLE OF THE ROAD – Chirpy Chirpy Cheep Cheep (7″, Rca, 1971)
VV.AA. – Alvin Lives (In Leeds) Anti Poll Tax Trax (Lp, Midnight Music, 1990)

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Gothic People (Pulp) by Libitina

11 agosto 2013

A+Closer+Communion

“Bella forza” – dice il saccentino – “scrivi solo di grandi canzoni, ‘sso bboni tutti. Trovami un rifacimento infame o semplicemente ridicolo e poi ne riparliamo. Ciao.”
Ciao. Premesso che le cattive notizie sovrastano di gran lunga – da sempre – le buone, non sarebbe stato male lasciare intonso questo spazio virtuale, evitandogli pacchianate e guano assortito. Ma give the people what they want, giusto? E allora, se qualcuno di voi ha un particolare e morboso attaccamento alle cattive notizie eccovi qualcosa che può agevolmente rovinarvi la settimana.

Volete la peggior cover mai incisa? Il gotha dell’orrido? Lo zenith del liquame? Sia. Per chi scrive, dopo tanto baccanar di goduriose note, è questa. Ed è cosa buona et giusta tenervi lontani da siffatti figuri, a monito e futura memoria. Questa è fuffa che manco al Batcave dei tempi d’oro avrebbero permesso d’oltrepassare la soglia. Un immonda accozzaglia di pacchianerie oscure, di mascara colante, di cerone ammuffito. Un unico, lungo incommensurabile tapis roulant di luoghi comuni nei quali in questi lunghi anni il goticume spiccio s’è andato ad abbeverare, autofecondandosi in un pericoloso virus. Non v’è nulla qui dentro che possa attirare l’attenzione dell’ascoltatore sano di mente. Non v’è del sano trash, non v’è lo sberleffo che uccide, l’humour dissacrante, lo sfregio, l’omaggio, la coltellata finale. No. Non riescono nemmeno a sembrare simpatici questi poveracci diversamente dotati, tanto sembrano prendersi sul serio nel loro catacombale e teutonico dispiegarsi. Però, ci credereste? Nonostante gli indizi i figuri sono britannici. Di Sheffield per la precisione, e mi stupisce che Adi Newton, Martin Fry, Glenn Gregory, Philip Oakey, Stephen Mallinder, Gavin Bryars, Paul Carrack, Joanne Catherall, Jamie Cook, Bruce Dickinson, Joe Elliott, Richard Hawley, Paul Heaton, Stephen Jones, Richard H. Kirk, Róisín Murphy, Mark Gouldthorpe e Joe Cocker (che di Sheffield furono cittadini illustri, e sicuramente più dotati) non abbiano organizzato una spedizione punitiva sotto le finestre di casa di questi babbei. Naturalmente capeggiata dall’altro Cocker, Jarvis.

P.S. Se volete rifarvi i padiglioni auricolari trovate un’ottima versione di Common People al n. 47 di Nudespoonseuphoria

L’hanno rifatta anche: Scouting For Girls, Tori Amos, William Shatner

PULP – Common People (7″, Island, 1995)
LIBITINA – A Closer Communion (Cd, 1997, Libation)

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Y.M.C.A. (Village People) by Adam And The Ants

9 luglio 2013

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Flexipop era un nome bellissimo. Un nome che sapeva di bubblegum e musica stupida. Di Monkees e chewing gum frizzanti al gusto di Orange Juice. Di Haysi Fantayzee e Wire. Di Big Babol al gusto di post punk. Flexipop era ‘il nuovo’, 30 anni orsono. Fondata nel 1980 da Barry Cain e Tim Lott, ex giornalisti del Record Mirror la rivista conteneva – appunto – un flexidisc (manufatto desueto per i nati a cavallo del millennio) in ogni numero, oltre a satira, trivia, trash, cazzate immonde e musica…con particolare cura e predilezione per i primi quattro addendi. Un contenitore a prima vista dedicato agli adolescenti, sicuramente poco convenzionale e nemmeno troppo politicamente corretto. Un Futurama con tanta visionarietà di seconda mano lasciata libera di scorrazzare senza ingombranti paletti. Non era ‘un bel giornaletto’, anzi. Eran più le pagine che saltavi a piè pari di quelle che ti soffermavi a leggere con gusto: grafica sguaiata, articoli scritti con la proboscide, umorismo da caserma e qualità cartacea da disinfestazione immediata. Eppure.

Durò giusto un paio d’anni la fiabetta isterica, ma in quei 24 mesi furono in parecchi a mettersi in fila per apparire nel volatile dischetto allegato, dai Depeche Mode ai Jam, dagli Associates ai Motorhead, dagli XTC ai Pretenders. Scelte discrete, quando non ottime, ma niente potè battere il rigurgito blasfemo di Adam Ant pronto a rigettare una versione di Y.M.C.A. (qui giustamente ribattezzata A.N.T.S.) davvero gustosa che anticipava – inconsapevole – alcune scudisciate (Whip in my valise?) Franz Ferdinand.

E male non sarebbe stata nell’esordio degli Arciduchi, con quel sussultar d’adulterine chitarre e la sguaiatezze da fine della scuola di un cantato approssimativo e ondulatorio. Sì, v’era un tempo in cui Adamo e le sue operose formiche s’adombravano sui Village People. E se strano vi pare cercate di tuffarvi (in rete) su quel cartaceo zibaldone di stranezze.

L’hanno rifatta anche: Tupa’s Band, The Twang, Black Lace, The Skunks, Party Animals, William Hung, BB Band, Claudia Barry, Crazy Frog, Glamorama, King Diamond, Nite-Life, Pulsar, Russ Abbot, Spectrum, The Eurobeats, The Party Cats

VILLAGE PEOPLE – Y.M.C.A. (7″, Casablanca, 1978)
ADAM AND THE ANTS – A.N.T.S. (7″ flexy, Flexipop, 1981)

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Gimme Some Lovin’

9 luglio 2013

Non sono entrate nelle 100, qualcuna manco i 500 ha sfiorato. Eppure sono qui riunite, da ora e per sempre. In ordine sparso.

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01) Persuasion (Throbbing Gristle) by Spooky & Billie Ray Martin

23 maggio 2013

Lei – Billie – era e rimane donna da ritmi sintetici e prospettive house ed electro, con buone soddisfazioni commerciali (Your Loving Arms fu successo planetario in quei primi anni Novanta) e una discreta carriera che ancora oggi continua con lusso, lascivia e signorilità. Insomma, non la solita gnocca dalla vocina intercambiabile e l’assoluta mancanza di talento, pure se fisicamente – la signorina Billie Ray – era fornita alquanto.

Lo dimostra la copertina di questo 12” ove svetta, novella Dominatrix, con uno stacco di gamba da piscina olimpionica, in un improbabile crasi fisica tra Kylie Minogue (una allungata Kylie) e una ripulita Diamanda Galas. Un 12” che finiva puntualmente nelle vasche geneticamente modificate dei white label, dei ritmi tunz tunz fatti in serie in qualche laboratorio sonoro del pianeta e da lì distribuiti in tutti gli anfratti dove i disc jockey vanno ad approvvigionarsi, con occhiali scuri, jeans slavati e voce roca.

Ogni sabato pomeriggio, perché l’ora che volge al desìo i naviganti della consolle è il sabato pomeriggio, quando corrono ad affollare i negozi di dischi, o meglio: ciò che resta dei negozi di dischi, gli ultimi che ancora strenuamente resistono. Andrebbero salvaguardati da un’apposita legge i negozi per dj, gli unici che ancora si battono per tenere in vita il vinile nella sua forma più pura: ovvero il dodici pollici. Il disco mix, insomma.

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And The Winner Is…

23 maggio 2013

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02) The Model (Kraftwerk) by Balanescu Quartet

4 maggio 2013

Amanda Lear: che donna. C’è stato un tempo in cui la quasi totalità dell’intellighenzia europea pareva pendere dalle sue labbra orientali e dai suoi tratti angolari. La storia è nota, ma di sfuggita non sarebbe male ripetere come fosse stata la musa di Salvador Dalì, la mitica immagine di For Your Pleasure dei Roxy Music (che classe, in quella copertina!), la ragazza di David Bowie e il pettegolezzo più pruriginoso di quei mediani anni settanta. Che donna, ripeto.

Ne fui talmente invasato da sfidare le beghine e la catena di delatori che stazionavano nel centro della mia angusta cittadella per fiondarmi in edicola e far mio il Playboy che la riportava nuda con un titolo in ‘corpo’ 24: sono donna donna donna!

Ricordo ancora nitidamente quello strillo in prima pagina su sfondo marrone, con l’Amanda a seno nudo e la mia pruderia adolescente a nasconderlo nella scoppiettante cartella di terza media. Me lo portai persino in gita scolastica, desideroso di divulgare al mondo – o perlomeno la parte di mondo che conoscevo, ovvero la mia classe – un simile personaggio, togliendole quella patina di offese e sberleffi che i miei compagni erano solti riservarle, con il cinismo insito in quella porzione di età. Fu inutile, il cattolicissimo veneto non era disposto a tollerare deviazioni di sorta, se l’aveva detto la televisione doveva esserci del vero. Amanda era un uomo, no? Quindi non c’era storia. Non poteva essere affascinante, bella, intelligente, accattivante o anche solamente avere del talento. No, non poteva.

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03) Istanbul (Not Costantinople) (The Four Lads) by They Might Be Giants

12 aprile 2013

Avete presente Mona Lisa Smile? Quella pantomima virata femminile di Dead Poet’s Society dove Julia Roberts si ritaglia una parte così cool (la solita insegnante illuminata e incompresa) da rendersi ancor più antipatica di quanto già non fosse? Ecco, v’è una scena – verso la fine del film – dove, nel bel mezzo del ballo scolastico, si sente echeggiare uno swing d’antan cantato da una manciata di comparse, agghindate come una immacolata squadra di cricket.

Lo riconoscete subito, perché farebbe muovere le chiappe e battere il piedino anche ad un morto, tanto è contagioso nella sua suprema semplicità armonica. Ecco, quel gran pezzo di swing è una delle mille versioni orchestrali di Istanbul (Not Costantinople) che si sono succedute nel corso degli anni e che servono ancora da palestra per tutti coloro che vogliano testare il vocalese o darci dentro con un po’ di sano groove d’antan.

Pochissimi minuti di superbo schioccar di dita, talmente breve che non fai in tempo a tuffarti dentro per godertela che è già svanita. Un capolavoro, in poche parole, così semplice da risultare inaccessibile se non sai maneggiare più che bene le note, le armonizzazioni e…il pop. Un capolavoro che io mai avevo approcciato e del quale ignoravo l’esistenza fino all’arrivo di quella fantasiosa fanfara chiamata They Might Be Giants.

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04) Can’t Smile Without You (Barry Manilow) by Menswear

9 marzo 2013

Qualcuno – più di qualcuno, invero – potrebbe obiettare la presenza di Barry Manilow in mezzo ad una lista dai nomi eccellenti. Che ci fa qui il Memo Remigi del pop zuccherino d’oltreoceano? Il compositore dal più alto tasso di colesterolo sonoro (dopo Liberace, s’intende) che abbia mai calcato i palchi? In virtù di quale accozzaglia sonora si è osato inserire (tra i primi 10, poi!) un’artista spesso esposto al pubblico ludibrio per la sua innata capacità di vergare tra le più bieche pagine di muzak? Un Michael Bolton ante litteram e nemmeno vocalmente dotato come il tricotico biondo; un Dudley Moore meno simpatico.

Questo è sempre stato – in soldoni – Barry Manilow alle orecchie del pianeta tutto. E dunque obiezione accolta. Pure se con qualche riserva, figlioli. Perché il signor Barry Alan Pincus (questo il suo vero nome) si è perduto nel corso degli anni, finendo con il sembrare sempre più una versione dietetica oscillante tra Burt Bacharach da edicola e un Richard Clayderman al quale avevano messo sotto le dita un pianoforte di zucchero filato (più il secondo che il primo, invero).

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05) We Have All The Time In The World (Louis Armstrong) by My Bloody Valentine

17 febbraio 2013

Un classico, semplicemente. Un evergreen ormai entrato in tutte le orecchie del pianeta, in questa o quella versione. Ma più questa, che tutte le altre.

Appurata l’irraggiungibilità dell’originale, scritto da John Barry e Hal David (mica pizza e fichi) per uno dei migliori James Bond (On Her Majesty’s Secret Service, del 1969) di tutti i tempi e cantata da Louis Armstrong. We Have All The Time In The World sono le ultime parole pronunciate da Bond alla fine del film, giusto per lasciare tutti a bocca aperta, mentre Satchmo si insinua nei nostri brividi col suo sgraziato ma delizioso vocione.

Potrei anche fermarmi qui, senza commenti o altre spiegazioni visto il Pantheon dispiegato, ma come si fa a liquidare un capolavoro in tre minuti e il più grande musicista jazz (e non solo jazz) del XX Secolo in due righe? Stringere una carriera e alcune tra le più grandi pagine di musica del Novecento in uno sterile e veloce batter di tastiera? Sarebbe imperdonabile, volgare e – per una volta – davvero delitto di lesa maestà.

Perché Satchmo (a proposito: soprannome derivante da Satchelmouth, ovvero il modo in cui Armstrong suonava la tromba) è stato davvero il Re della musica popolare (e si prenda il termine con l’accezione più nobile possibile) del secolo scorso; l’uomo dalla più ampia gamma di possibilità sonore, il genio applicato ad uno strumento a fiato, l’eterogeneità stilistica fatta persona. Uno che poteva passare da Hoagy Carmichael a When The Saints Go Marching In, da Bessie Smith a Hello Dolly, da Duke Ellington al Festival di Sanremo (nel 1968 portò Mi Va di Cantare assieme a Lara Saint Paul) da Grassa è Bella (canzone in italiano che cantò in uno spettacolo RAI) a Dave Brubeck.

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06) Right Now (Herbie Mann / Mel Tormè) by The Creatures

26 gennaio 2013

Avere almeno 25 dischi a tuo nome tra i 200 più venduti di Billboard e rimanere sconosciuto al grande pubblico è davvero un paradosso inspiegabile. Eppure il nome di Herbie Mann compare in almeno 500 produzioni (100 delle quali interamente a suo nome), nelle più svariate mansioni (autore, session man, ospite e chi più ne ha più ne metta); stakanovista sempre pronto a saltabeccare con puntiglio tra generi e stili, abbattendo paletti e scardinando metodologie acquisite.

Uomo inafferrabile Mann, soprattutto nella sua opera musicale e per forse proprio per questo ostracizzato alquanto e tenuto ai margini dei giri che contano a causa della scarsità di punti di riferimento disseminati in 8 lustri di carriera. Furono soprattutto i puristi del jazz ad etichettarlo come parìa, sempre pronti a disquisire – arroccati sulle proprie posizioni – dall’alto dei loro lupetti neri e gli occhiali finemente intarsiati. Herbie Mann invece era uomo che razziava la musica senza osservarne i codici, prendendo alla lettera quel famoso assioma Zappiano che recita: ‘Quando tutti zigano, tu zaga’.

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07) I Only Want To Be With You (Dusty Springfield) by The Tourists

6 gennaio 2013

Piuttosto di fare come l’asino di Buridano, morto di fame perchè indeciso quale scegliere tra due balle di fieno perfettamente uguali, preferisco crepare di indigestione spazzolando l’intero piatto, che è sempre meglio un rimorso di un rimpianto. E dunque: mi permettete – una tantum – due versioni della stessa canzone? Mi permettete di oscillare tra il bubblegum pop dei Tourists (che, a rigor d’archivista, metto nell’indice) e la brillantissima (a suo modo) ma triste cometa Bay City Rollers?

Due belle storie per due cover quasi identiche ed incise a pochissimi anni di distanza l’una dall’altra. Versioni didattiche, quasi pedisseque del planetario hit portato al successo nel 1963 da Dusty Springfield; quel refrain sbarazzino ed agrodolce che ha visto rincorrersi negli anni centinaia di tentativi di rilettura (e come dimenticare l’italico cinguettare dei Les Surfs titolato ‘E adesso te ne puoi andar’?), mai così fortunati come la primeva incisione.

La classica canzone pop stupra classifiche, che rappresentò il vero debutto della signorina Mary Isabel Catherine Bernadette O’Brien, in arte Dusty Springfield. Se l’Italia ha avuto Mina e la Francia Dalida allora la piccola Mary è stata un fenomeno di costume anglosassone paragonabile alle due superstar appena accennate.

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08) Children Of The Revolution (T-Rex) by Baby Ford

4 dicembre 2012

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Calcio e rock and roll sono sempre andati di pari passo, soprattutto in Inghilterra, come è giusto che sia dacchè cose che i britannici si vantano d’aver – se non inventato – almeno rese moderne, di pubblico dominio e spesso equiparate ad arte (dico Beatles e George Best. E mi fermo); e dunque le affinità non possono fermarsi in prossimità di un prato verde o di un palco.

Ma è un peccato che un simile e godurioso binomio non abbia potuto espatriare dall’isola e diffondersi un po’ ovunque, per portare un po’ di felicità e qualche sorriso ai poveri di spirito. Invece è rimasta una cosa quintessenzialmente inglese (nonostante il cd con le selezioni di Alessandro del Piero e quella imbarazzante formazione mesozoica che ci ostiniamo a chiamare Nazionale Cantanti); facce della stessa medaglia che addirittura – fino a pochi anni fa – riusciva a convergere in prossimità dei grossi festival estivi dei tornei di soccer tra band e roadies, tanto per sottolineare l’assioma.

A tal proposito girano ancora in rete vecchie fotografie tratte dal NME o MM nelle quali dei pallidi Robert Smith, Rod Stewart e Damon Albarn si trastullano in area di rigore, il che – converrete – non è la stessa cosa che avere in formazione Luca Barbarossa e Andrea Mingardi.

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