Archive for febbraio 2011

h1

86) Dreamer (Supertramp) by Renato Zero

27 febbraio 2011

Quando Zero era Zero e i Supertramp erano i Supertramp, ovvero il primo la versione camp dei Rubettes con l’occhio rivolto a Bowie declinato Trasteverino, e i secondi dei Cheap Trick retroversi, o dei Genesis cresciuti ad anabolizzanti scevri da paturnie progressive. Gente – a quel tempo – da rispettare abbastanza, veleggiante appena sopra il pelo dell’acqua della sufficienza, ma con l’intrinseco sospetto di un talento che – in quei giorni – avrebbe potuto dare molto di più, fossimo soltanto stati noi più attenti a captarlo.

I tempi di Breakfast In America ancora non si intravedevano e nemmeno i sorcini avevano messo le unghie o il belletto sui baffi. Si veleggiava a vista, insomma.

Dunque la stessa canzone per due personaggi che non sono mai stati campioni di simpatia, o ai quali andava rivolto il nostro rispetto. Abbiamo avuto sovente torto in questi casi di pop che ci sembrava edulcorato o sofisticato da massiccie iniezioni di grassi saturi, quando invece magari era solo una punta di canna da zucchero di troppo, in ogni caso di origine biologica e quindi assolutamente salutare.

Centinaia i casi nei quali la nostra spocchia (per una volta davvero soltanto nostra e interamente imputabile a noi) divenne mero capriccio da intingere in uno snobismo che non ci apparteneva ma che volevamo fosse un nostro tratto distintivo.

E mentre noi – che ci ritenevamo i sacri depositari della musica – gambizzavamo con rasoiate fetenti le carriere di questo o quell’altro artista, lo stesso passava alla cassa a riscuotere vendite milionarie. Il cerchio non quadrava mai, o meglio: quadrava solo con artifizi matematici: vendi tanto? Sei un coglione e – per forza di cose – fai schifo. Questo, in soldoni, senza tanto ciurlare nel manico. Invece.

Invece furono grandi i Supertramp (e con loro Al Stewart, i Fleetwood Mac, John Kongos, David McWilliams e un’infinità di onesti artigiani privi del guizzo geniale ma capacissimi di fare il loro mestiere su e giù per le classifiche), e per qualche anno nel loro campo – ovvero quello di un pop senza troppe pretese ma vergato in bellissima calligrafia e con la punteggiatura corretta – non ebbero quasi rivali, limando una scrittura che ad un certo punto raggiunse uno zenith insuperato.

Read the rest of this entry ?

Annunci
h1

87) Sex Beat (The Gun Club) by Two Lone Swordsmen

23 febbraio 2011

Non so voi, ma io qualche fissa – nel corso di questi sette lustri di onesta militanza d’appassionato – l’ho avuta, e trovo che cosa buona e giusta per chiunque si dedichi ad ascoltare più musica possibile. E’ sintomo di emotività sulla quale sarebbe bene non far troppo le pulci visto che fisiologicamente ognuno di noi ha degli scheletri chiusi a doppia mandata dentro gli armadi.

In verità qualcuna di queste fisse continuo a portarmela appresso anche oggi, quasi fosse un virus impossibile da debellare e al quale si decide di cedere con immenso piacere, senza porsi troppi problemi.

Alcune di queste fisse sono rispettabilissime, spendibili un po’ ovunque e magari usabili senza affanno anche nei salotti buoni fino a renderti inattaccabile (dico Sparks, giusto per buttare un nome). Altre un po’ meno e sono consapevole che fare outing e divulgare al mondo di aver collezionato maniacalmente gruppi come i Menswe@r, i Bis o gli Orlando non sia propriamente cosa d’andarne fieri, considerando anche la loro esigua durata, la non eccelsa tenuta e la mia veneranda età, che non rivelerei manco sotto tortura ma che potete evincere agevolmente facendo due conti sui gruppi fin qui elencati.

Eppure sono cose che non riesci a comandare, ti si insinuano sotto pelle e non ti lasciano più, quindi è inutile provare a resistere o a porsi domande; è meglio cedere subito, lasciare che questa mania faccia il suo corso ed aprire i cordoni della borsa con un sospiro.

Non che abbia passato la vita ad accumulare supporti fonografici di due sole band, sarebbe veramente triste e forse materia per qualche strizzacervelli. Tra gli Sparks e i Menswe@r sono state ben altre le formazioni alle quali ho donato una porzione della mia vita e gran parte del mio stipendio: Ramones, New Order, Magazine, Pink Military/Industry, Associates, Pulp, Therapy?, i Coil da Horse Rotorvator in poi.

Finanche i Simple Minds della trilogia Empires And Dance, Sister Feelings Call e Sons And Fascination, vera ossessione in quei primissimi anni Ottanta, prima che Jim Kerr e compagnia bella scivolassero verso il loro tristissimo destino diabetico fatto di glucosio ed epicità spiccia.

Read the rest of this entry ?

h1

88) Never Turn Your Back On Mother Earth (The Sparks) by Martin L. Gore

19 febbraio 2011

Il migliore dei mondi possibili non è mai stato realizzato. E mai lo vedremo, temo. Perlomeno finchè gli Sparks non saranno assisi a planetaria gloria. Perchè in un mondo giusto gli Sparks avrebbero combattuto fianco a fianco con gli Stones, i Duran Duran, gli U2 e i Clash dall’alto delle classifiche; avrebbero guadagnato decine di copertine, sarebbero finanche stati idoli incontrastati al pari dei Queen, anzi avrebbero ricacciato indietro quel tronfio onanismo sonoro di Mercury & Co. con il quale siamo costretti ogni giorno a fare i conti da almeno sette lustri.

Gli Sparks – in un mondo giusto – godrebbero della stessa stima riservata ai Velvet Underground e agli Stooges, artisti seminali che hanno indicato una strada, adoperandosi per disboscare un impervio sentiero. Sarebbero stati rockstar di primissimo livello gli Sparks, in un pianeta dove il condizionale non si usa mai: gente che riempie gli stadi e gira sotto scorta, vorace oggetto del desiderio di milioni di fans.

Dirò di più, sarebbero stati talmente idolatrati che in capo a tre album avrebbero fatto schifo, annacquandosi come un iceberg lasciato marcire sulle coste dell’Equatore, magari con una vita farcita anche di scazzi e gossip per qualche donna, beghe legali, ville alle Bahamas e un processo per evasione fiscale, coca party e sesso con minorenni.

Si sarebbero sciolti e riformati e sciolti e riformati, vivendo di rendita, riproponendo i soliti tre successi in croce per un pubblico di decerebrati finendo con lo scivolare in una melassa pop incomprensibile che li avrebbe ingoiati…Noi saremmo qui a fantasticare su come sia potuto accadere tutto ciò e il pianeta avrebbe una coppia di bolse rockstar in più, pronte a farsi vive soltanto in qualche mega concerto per beneficenza, con Bono (non vorrete mica che manchi Bono ad un concerto per beneficenza, vero?) a stringer loro la mano e qualche Pink Floyd sparso (e vivo, soprattutto) a dispensar sorrisi.

Ma non viviamo in un mondo giusto (per fortuna, aggiungerei, a questo punto), non l’abbiamo mai vissuto e probabilmente mai camperemo abbastanza per viverlo, altrimenti dopo Zooropa gli U2 sarebbero stati nebulizzati nel cosmo e il sottoscritto nel 1984 avrebbe avuto un flirt con Kim Wilde, oggi sarebbe l’amante di Kylie Minogue e il suo conto corrente riporterebbe un saldo più adeguato alle sue necessità. Quindi mettiamoci l’animo in pace ma cerchiamo di renderlo ugualmente migliore per quel poco che ci è concesso, che – come recita un adagio cinese – se spazzi l’uscio di casa tua in breve tutta la città sarà pulita. E quindi sia lode e gloria ai Fratelli Mael.

Perdoniamo il crimine che da oltre quaranta (quaranta!) anni viene perpetrato contro questi due cherubini del cinismo, crimine tra i più brutti dell’umanità, invero.

Perdoniamo, ma soltanto dopo aver cercato di metterci una pezza, magari chiedendo a gran voce una ristampa di catalogo con dovizia di ghiotti inediti, oppure precipitandoci fuori a comprare un qualsiasi loro manufatto. O soltanto chiedendo a gran voce che finalmente si decidano ad esibirsi in Italia. Istituiamo lo Sparks Day e chiamiamoci tutti a raccolta; non siamo pochi e sarebbe cosa buona e giusta, oltre che atto di misericordia verso una eccentrica banda davvero seminale, trovatasi a lambire incidentalmente le classifiche giusto un paio di volte (1974 e 1979) e con due stili completamente differenti, ma caparbia abbastanza per essere ancora qui dopo quasi mezzo secolo a donarci puntualmente la loro cinica visione del mondo.

Read the rest of this entry ?

h1

89) Cheree (Suicide) by Angel Corpus Christi

15 febbraio 2011

Tracciare una – seppure breve – storia dei Suicide o illustrare la loro importanza è un insulto all’intelligenza di chi legge, tanto sono stati seminali (usando un termine abusato ma mai – come in questo caso – appropriato).

Se i Velvet Underground hanno fecondato un buon 40% di tutto il rock che da allora si è andato a dipanare, allora i Suicide si sono presi cura di una fetta altrettanto estesa. Difficile immaginare New Order, Sisters Of Mercy, Spacemen Three, Jesus And Mary Chain, il bailamme techno pop con le intercambiabili figurine synth/voce e…certo!…la house e la techno senza i grugniti di Alan Vega e le torsioni sonore di Martin Rev. Pensate a Ric Ocasek dei Cars, ce l’aveva scritta in faccia la voglia e lo sconforto per non aver potuto nascere con i tratti e la voce di Alan Vega, e ha provato in tutti i modi di far suonare i Cars come la versione medio rock dei Suicide, prima di stancarsi e passare al peggior AOR rock yankee, accontentandosi di produrre i nostri.

Persino un duro e puro come Bruce Springsteen chiudeva tutte le date del suo Devils & Dust Tour del 2005 con una infuocata versione di Dream Baby Dream. Cosa buona e giusta, certo, ma anche assoluta certificazione per una band da sempre ai margini di qualsiasi scena eppure citata ogniqualvolta ci fosse un nuovo giro di giostra in quel grande luna park chiamato rock and roll.

E se i Velvet Underground – alla fine – dei risultati economici negli anni li hanno ottenuti, i due incazzosi newyorchesi si sono dovuti accontentare di pacche sulle spalle, citazioni di lusso, furti delle loro intuizioni e un ritorno in termini monetari davvero esiguo. Fu al loro secondo concerto (alla Soho Gallery) che il termine punk prese vita, come certificava il volantino stampato per reclamizzare la serata; non lo inventarono quel rissoso termine ma furono i primi ad usarlo per descrivere la propria musica. E se oggi i Suicide sono fermamente assisi nell’Olimpo delle divinità intoccabili sarebbe bene ricordare la durezza ed il rifiuto ancestrale che colse gran parte della critica all’uscita del loro debutto: risse, bottiglie lanciate aul palco, concerti interrotti, scazzottate tra i due sodali.

Persino i punk odiavano i Suicide (e i disastrosi tour con Clash ed Elvis Costello lo dimostrarono), rendendo – in pratica – estrememente punk la loro fisicità artistica. Con Vega e Rev ho interrotto le trasmissioni all’uscita di American Supreme (2002) lavoro senza infamia e senza lode che mi piacque abbastanza ma non tanto da iterarne gli ascolti. Certo un pulviscolo dinanzi all’immensa Rivoluzione Copernicana innescata da quell’esordio che – dopo 35 anni – ancora ci brucia le sinapsi provocando terremoti neuronali in sette brani di magma e lapilli sagomati su Revox e camere d’eco.

Ghost Rider, Frankie Teardrop (dieci minuti e venticinque secondi di plumbea disperazione subacquea), Rocket USA e i cinque minuti di Che sono stati presi a modello da chiunque abbia voluto far svicolare il rock dagli angusti confini di una chitarra.

Read the rest of this entry ?

h1

90) Lucifer Sam (Pink Floyd) by The Lightning Seeds

10 febbraio 2011

Tra le 100 è quella che ho scoperto per ultima, nascosta in un 12” che nemmeno ricordavo d’aver avuto, padellone mix comprato chissà dove e chissà quando ma di sicuro usato, a vedere la copertina sgualcita e intrisa di polvere. Serviva un alibi di ferro per riuscire ad inserire Ian Broudie e il pezzo dei Pink Floyd è stato quell’alibi. O viceversa.

Come chi è Ian Broudie? Probabile che abbiate a casa almeno una decina di manufatti nel quale il nome di Ian Broudie compare, probabile anche che alcune tra le sue canzoni vi siate ritrovati a fischiettarle sovente, magari senza sapere fossero opera della sua penna e del suo plettro. Ian Broudie è – con Terry Hall, uomo dal percorso più o meno simile soltanto virato black – uno dei massimi cantori pop d’Inghilterra, dal background ineccepibile e dalle frequentazioni di lusso.

C’era quando (quasi) nessuno c’era, quando gli altri avevano i calzoni corti dacchè fattosi le ossa dapprima – con Jon Moss di Culture Club futura fama – negli O’Boogie Brothers e poi nei Big In Japan, congrega di future stelle (Jayne Casey, Holly Johnson, Budgie, Bill Drummond) infine transumato un po’ ovunque: dalle produzioni per Echo & The Bunnymen alla scrittura di alcune belle pagine di pop senza pretese, quelle canzoni cristalline scritte magari solo con l’ausilio di una Rickenbacker e una dilagante melodia vocale, con un’inarrestabile retrogusto 60es a condire.

Uno di quei marpioni della discografia che ha sempre preferito stare tra i rincalzi, lasciando ad altri l’onore di luccicare tra le prime file; uno di quei nerd – ne sono sicuro – che nelle foto di fine anno scolastico preferiva confondersi nelle retrovie, con quei suoi occhiali demodè, i pantaloni dal risvolto perfetto e quella ‘faccia un po’ così’, magari di chi ha visto Liverpool.

Un Buddy Holly da Curva Sud, un mediano con la chitarra, che contrasta e fa filtro a centrocampo, correndo come un pazzo a pieni polmoni – ‘che dei piedi senza infamia nè lode vanno equilibrati con il cuore – ma che non disdegna ogni tanto di cacciarla dentro, magari quando i campionissimi latitano o sono in panchina, presi dalle loro paturnie e i loro estri.

Ian Broudie è il Beppe Furino del pop inglese, l’Angelo Colombo dello stellare Milan di Sacchi declinato brit, ma non si fa pregare se la situazione impone la necessità di un Romeo Benetti o un Sebino Nela in campo, magari solo per 10 minuti, qualche muscolo ben sviluppato e una canzone. Dietro la sua faccia d’eterno boy scout, dietro quei tratti da Jerry Lewis delle classifiche c’è il carattere e la grinta di Gennaro Gattuso, pronto a rincorrerre un gancio melodico per tutto il pentagramma, a costo di sputarci i polpastrelli.

Read the rest of this entry ?

h1

91) Born To Be Wild (Steppenwolf) by Leningrad Cowboys

6 febbraio 2011

Arezzo Wave. 1989. Giorni di libertà, pace e amore tricolore, ad Arezzo ci capito perché – una tantum – sarò ‘di là’ e non ‘di qua’ delle transenne; anzi, a dir la verità sarò sopra il palco e la cosa mi sconquassa non poco visto che anche Videomusic è della partita per riprendere il tutto e trasmetterlo in differita.

Partiamo in due macchine stracolme di strumenti e buona volontà, Arezzo è quanto di meglio ci possa essere per una band di buone speranze mai uscita dal torrido sfintere del buco del culo del mondo; stavolta hai un palco e una platea (anche) di addetti ai lavori che viene per sezionarti e magari trovare qualcosa di buono nelle tue inenarrabili fatiche.

E’ un’altra Italia, quella del 1989, un altro mondo, un’epoca pre internet e downloading selvaggio, dove le band nascono come funghi e altrettanto velocemente muoiono, dove ci si affida alle italiche poste per raggiungere qualche amico o qualche casa discografica, dove i files sono solo quelli del computer. Per chi ce l’ha.

Un mondo in cui uscire con un pezzo di vinile per un musicista o pseudo tale è come portarsi a letto Francesca Dellera e farci pure una gran bella figura. Un’Italia costruita su scremature selvagge, fatta di TDK e Basf C-90, di demo tape con le copertine serigrafate, magari disegnate da qualche amico dotato con la matita, dove il cd è ancora quell’oscuro oggetto del desiderio che però già da allora sappiamo di non desiderare affatto. La rivincita della provincia democristiana ai tempi della Prima Repubblica, con Berlusconi ancora solo presidente del Milan (ma Drive-In avrebbe dovuto darci qualche indizio), e nell’aria si annusava profumo di Madchester o Grunge, a seconda di che parte stavi.

La provincia finalmente su un palco che conta. 350 chilometri e un caldo che ti stritola sebbene si scelga di partire alle prime luci dell’alba, complice anche una ben assestata tappa in quel di Firenze per setacciare Contempo e lasciare un paio di nostri lavori. Bisogna ottimizzare tempi e spostamenti, è una possibilità che non bisogna lasciarsi scappare, perché Arezzo Wave per un gruppo è un punto di arrivo per una nuova ripartenza a pieni regimi.

Giochiamocela, ci diciamo lungo la scoscesa autostrada che da Firenze ci conduce al Festival. Giochiamocela, ‘che non saremo Paul McCartney, ma nemmeno Ringo Starr e una carta ce l’abbiamo, sia mai che…

Read the rest of this entry ?

h1

92) She Loves You (The Beatles) by Shampoo

2 febbraio 2011

Il 14 Novembre 1976, allo stadio San Paolo si giocava il ritorno della finale di Coppa di Lega Italo-Inglese (da non confondere con la Coppa Anglo-Italiana, creata a tavolino da quel bizzarro personaggio chiamato Gigi Peronace) tra Southampton e Napoli.

Manifestazione minore tra le minori – surclassata persino dalla gloriosa Mitropa – la Coppa di Lega Italo-Inglese era sostanzialmente una competizione calcistica disputata in due gare (andata e ritorno) tra le squadre italiane ed inglese vincitrici della Coppa Italia e della Coppa di Lega Inglese (per tre edizioni, poi sostituiti dalle vincitrici della Coppa d’Inghilterra). Durò soltanto 5 stagioni (dal 1969 al 1971 e dal 1975 al 1976) per poi scomparire nell’anonimato come altre competizioni di cui si è persa memoria; Mitropa in primis appunto, ma anche la gloriosa Coppa delle Alpi, la Coppa delle Fiere o la Coppa Latina di Calcio. O la più famosa di tutte, ovvero la Coppa delle Coppe.

Come che sia, quel 14 Novembre 1976 Napoli fibrillava di mortaretti e vita, come è naturale per una città che ha sempre avuto il DNA meticciato da una speziata eterogeneità di razze e di caratteri. Era il Napoli di Bruno Pesaola, quello costruito attorno a Carmignani, Speggiorin, Burgnich, Juliano, Chiarugi, Bruscolotti. Quello che poteva contare su Savoldi (Mister Due Miliardi) il primo giocatore italiano dal cartellino d’oro. Il Napoli che soltanto due anni prima era arrivato secondo in campionato ma ancora ben lungi dalle imprese del Diego Armando.

Un Napoli dalle costellazioni che cominciavano a farsi luminose, una città stretta attorno a quella parvenza di competizione. Eppure l’andata, il 21 Settembre al St.Mary’s Stadium di Southampton, si era risolta con una clamorosa sconfitta per 1 a 0, così bruciante da spronare la – già vivace – fantasia dei napoletani in una marea di scongiuri assortiti. Napoli voleva un trofeo, un riconoscimento che potesse adagiarsi in bacheca assieme alla Coppa Italia dell’anno precedente e ad una vetusta Coppa delle Alpi ormai datata 1965.

Qualcosa che lo sollevasse da 70 anni di tribolazioni calcistiche, qualcosa che fosse più del solito contentino di un piazzamento, dietro le noiose corazzate del Nord Italia strette attorno all’asse Milano-Torino e superata persino dalle compagini romane.

Quanto aveva bruciato lo scudetto conquistato dalla Lazio due anni prima; quanto ne aveva sofferto l’intera Napoli, sempre pronta a guardare verso le squadre della capitale con un occhio di riguardo a metà tra l’ammirato e il rabbioso. Stavolta ci siamo, pensò l’intera città quel 14 Novembre. Questa è l’occasione giusta, borbottavano i fedeli in processione da San Gennaro, tanto più che il ritorno si sarebbe giocato tra mura amiche.

Corrado Ferlaino chiamò a raccolta i napoletani, certo di poter contare su adesioni più che massicce, ma fece di più l’astuto Presidente (in combutta con Giorgio Verdelli) annunciando la presenza dei riformati Beatles in una radio libera cittadina. Una burla naturalmente, ma organizzata così bene che le 150.000 persone (così raccontano le cronache) riunitesi in piazza non poterono fare a meno di apprezzare quei perfetti cloni dei Fab Four, pronti ad allietare la città con delle rese musicalmente perfette sebbene dai testi in dialetto cittadino.

Erano gli Shampoo, quattro ragazzi napoletani innamorati del periodo beat di Lennon & McCartney. Il successo fu improvviso, enorme e soprattutto pronto a travalicare gli angusti confini locali. In breve acquisirono visibilità televisiva giungendo persino all’album, ovvero quel In Naples 1980/1981 sorprendentemente identico alle sonorità originali e dalla crasi grafica che ricopiava spudoratamente le celebri Please Please Me e The Beatles 1962-1966, con un pomodoro al posto della famosa Apple. E tranne – appunto – per i testi, improvvisati su un’ironia all’ombra del Vesuvio che spesso scadeva nella demenzialità. Ecco allora Help divenire Pep, Day Tripper trasformarsi in E’Zizze, Twist and Shout attorcigliarsi su Chist’e ‘o Scia.

Read the rest of this entry ?

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: