Archive for settembre 2012

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12) Strawberry Fields Forever (The Beatles) by Candy Flip

25 settembre 2012

Beatles o Rolling Stones? Non è mai stata domanda da poco, soprattutto dopo che i dualismi nel pop avevano cominciato a diventare una consuetudine, sciocca gara tra ancor più sciocchi partecipanti, in una discesa libera di qualità. Voglio dire, se ero costretto a scegliere tra Duran Duran e Spandau Ballet, o – Dio me ne scampi! – tra Backstreet Boys e Take That, perché non potevo tenermi sia Lennon che Jagger risolvendo così la questione una volta per tutte? Perché si doveva decidere, stabilire ed eleggere? Perché questa costrizione che ci pareva imposta e invece – sotto sotto – subivamo più che volentieri dacchè consci d’essere nati già schierati?

Il cuore lo diceva, lo stesso cuore che ragiona come il cappello pazzo di Harry Potter, e che da subito ti fa capire qual è il posto nel quale ti sentirai più a tuo agio, sbagliando raramente. Ma sbagliando. Con me sbagliò; o meglio azzeccò a metà.

Sin da quando ebbi il lume della ragione trovai molto più interessanti e movimentati gli Stones, forse per questioni caratteriali, forse per impeto o forse solo per stupida simpatia. Non avrei mai cambiato la coppia Jagger/Richards per quella formata da Lennon e McCartney. E se oggi sono ragionevolmente convinto di poterla vedere al contrario dovrei ringraziare Yoko Ono. O forse soltanto la vigliaccheria dei Beatles, che non combattè mai contro le avversità cedendo al primo ostacolo che si trovò davanti e dimostrando scarsezza di attributi epocale.

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13) The Snake (Al Wilson) by Dodgy

12 settembre 2012

Non sono un vero cultore di northern soul – cosa difficilissima, data l’enorme quantità di materiale da setacciare – ma è anche vero che sono qualcosa di più di un semplice appassionato distratto. So riconoscere un torrido riempipista northern dalla volgare imitazione, e sono sufficientemente smaliziato per avere una buona visione d’insieme di un movimento – per sua natura – inafferrabile.

Non ultimo, e con le dovute differenze, mi rendo conto che alla base di tutto questo crepitar di chiappe ormai passato alla storia c’era soltanto la spasmodica voglia di procrastinare per sempre i fasti della cosiddetta Swingin’ London, e con essa un’immaginario ed una way of life fatta di costumi, benzedrine, capelli impomatati e Ready Steady Go! (il famoso programma musicale della BBC), accompagnandolo ad un amore parossistico verso il 45 giri (amore quasi feticista) e al culto del Sabato Sera.

Questo molto prima che irrompesse Tony Manero a dimostrarlo con una versione baffuta ed annacquata al limite del reato penale. La disco era (spesso) soltanto una sbiancata risciaquatura del philly sound che, a sua volta, rappresentava la sbiaditissima versione del primigenio soul, candita e condita da archi, svolazzi e arrangiamenti efebici. Il northern soul no, il northern soul possedeva una purezza ed una forza in gran parte provenienti da angusti anfratti Motown e Stax, delle quali era una versione accelerata e sincopata, glassata da decise performance vocali.

Ma non solo: vi era il northern più ‘carico’ di deriva – appunto – Stax (Theme from Joe 90 della Ron Grainer Orchestra), le torch song melliflue e rallentate per scaldare la pista (I Dig Everything About You dei The Mob), strani ibridi in perenne equilibrio tra oscura disco e soul classico (I Love Music degli O’Jays, ma anche Send Him Back delle Pointer Sisters), addirittura del surf funk intriso di chitarre (Sliced Tomatoes dei Just Brothers, successivamente portata all’universale conoscenza da Fatboy Slim) e qualche astrusa curiosità (The Bottle di Gil Scott-Heron, ad esempio).

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14) She’s A Rainbow (The Rolling Stones) by World Of Twist

1 settembre 2012

C’era una particolarità in Their Satanic Majesties Request, quello strano album dato alle stampe dagli Stones sul finire del 1967; disco che – assieme a Tattoo You – a tutt’oggi rappresenta un capitolo a parte nell’immensa, variopinta e intricata discografia di Jagger & Co. Innanzitutto perché fu l’unico lavoro prodotto dagli stessi Stones (prima e unica volta che tenteranno un esperimento del genere), poi perché rappresentò una sorta di sfida al coevo Sergent Pepper, una scaramuccia sul campo della psichedelia dopo le scorribande blues che fino ad allora avevano caratterizzato il catalogo delle Pietre; un trip – quello psichedelico – che aveva colpito Keith Richards in quei febbrili mesi di cambiamento sociale.

Ne vollero provare a saggiarne il nettare con 10 brani interamente autoctoni, privi di ingerenze esterne, una sorta di comune musicale dove avrebbero potuto dar spazio e risalto al flower power allora imperante, abbassando le difese per abbandonarsi all’indolenza psichedelica. Ne venne fuori un qualcosa di diverso ma sempre fortissimamente riconducibile al marchio Stones, qualcosa che si librava in voli pindarici ma conservava le appuntite ali di quella invincibile armata; un esperimento – a dispetto delle apparenze – più ragionato di quanto ci si potesse attendere, eppure proprio per questo un disco bellissimo, che diede nuove prospettive e nuove energie alla band, ma anche un disco da subito rifiutato dallo zoccolo duro dei fans o soltanto da chi voleva che gli Stones continuassero a fare gli Stones. Jagger e Richards per primi, delusi e pronti a ritornare all’ovile blues di lì a poco.

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