Archive for luglio 2011

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55) School’s Out (Alice Cooper) by 45 Grave

31 luglio 2011

Cosa ti serve quando hai 12 anni, ti piace il rock and roll e vuoi scandalizzare l’intera scuola senza aver bisogno di disegnare pentacoli, inciderti le braccia con una lametta, sputare sul crocifisso o sgozzare galline in aula magna?

Alice Cooper, ecco cosa ti serve!

O, perlomeno, serviva in quei fumiganti anni Settanta, soltanto un attimo prima che il carrozzone punk imboccasse l’alta velocità. Era un fumettone il buon Vincent Fournier, ma di quelli disegnati bene e senza sbavature d’inchiostro su carta da due lire.

Era l’uomo che molti anni dopo avrà a dire riguardo Marilyn Manson ‘ehi, mi sembra d’averlo già visto quello’, usando una signorilità innata per far comprendere a Brian Warner e noi tutti come quel maledetto pret à porter non avesse inventato nulla, nonostante proclami choc e luciferine movenze; e anzi parecchia della sua merce derivasse proprio dal grandguignolesco spettacolo che nei primi anni Settanta il signor Cooper portava in giro per i palchi di tutto il mondo, con quegli occhi bistrati di nero, innocentemente paurosi.

Alice fu unico. Unico nello scegliersi un look eccentrico e sufficientemente agghiacciante senza mai sfociare in biechi esoterismi o travalicare il lecito, conscio che la sua carriera ne avrebbe risentito; fu unico nel portare l’hard rock ad un livello digeribile a tutti, senza prendersi sul serio e sottolineando sempre come – il suo – fosse intrattenimento, senza demagogie.

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56) Eloise (Barry Ryan) by The Damned

23 luglio 2011

I Hate Pink Floyd? Col cazzo, pensavano i Damned in quel 1976, mentre sbirciavano la maglietta orgogliosamente sfoggiata da un giovanissimo Johnny Lydon non ancora Rotten. Noi siamo diversi, ghignavano Dave Vanian, Rat Scabies, Captain Sensible e Brian James; siamo cazzoni, e non ce ne fotte assolutamente nulla di cambiare un sistema che mai cambierà e che se dovesse farlo non sarà certo per merito nostro.

E quindi perché preoccuparsi? Noi siamo i saltimbanchi del punk, non abbiamo nulla della seriosa militanza dei Clash o dei proclami situazionisti dei Sex Pistols; non siamo epicurei come Spizzenergi, à la page come i Banshees o equidistanti e in perenne equilibrio come gli Adverts.

Noi siamo i primi e gli ultimi, la morte e la resurrezione, lo sputo e la carezza, talmente stupidi da avere un intelligenza fuori dal comune.

E’ nostro il primo 45 giri punk, nonostante tutti i proclami di Malcolm McLaren e le riottose uscite di Rotten. Dei damerini pre-confezionati, ecco cos’erano i Sex Pistols. Dei Bay City Rollers coi vestiti strappati. E mentre loro cianciavano, noi facevamo uscire New Rose, battendo tutti sul tempo. E scusate se è poco.

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57) Purple Haze (Jimi Hendrix) by Soft Cell

16 luglio 2011

Ci vuole un talento tutto particolare per reincarnarsi nel mood e nelle intenzioni originarie di un’altra band, provando ad entrare con la mente e le dita in uno spartito originario per rifarlo pedissequamente o stravolgerlo di brutto. Omaggiare un’artista o un gruppo rifacendone uno o più manufatti è impresa improba, ed è come tentare di vomitare perle senza sporcare il tappeto buono.

Non da tutti dunque, anzi è cosa perigliosa assai recarsi a Canossa con un bagaglio di idee chiare in un instabile equilibrio tra tentazioni distruttive e omaggi. Non è cosa da tutti e moltissimi artisti sono caduti nella fatale opera.

I Cure ad esempio, banda (ma sarebbe giusto citare soltanto la figura di Robert Smith, padre-padrone della formazione) talmente legata ad uno stile particolare e riconoscibile da rendere impossibile qualsiasi altra resa che ne discostasse l’incedere armonico da quello al quale siamo – ormai da 30 anni – abituati. Una pena mai vista gli omaggi (invero rari, in quanto probabilmente conscio di non avere il tocco conto terzi) e prendere ad esempio la versione di Hello, I Love You dei Doors rende alla perfezione l’assioma.

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58) Paint It Black (The Rolling Stones) by The Modettes

10 luglio 2011

Signore e signori: il rock and roll. Applausi.

Ecco il vero sussidiario e la pietra d’angolo per tutti quelli che volessero – oggi – approcciare il nocciolo di quell‘enorme sconvolgimento popolare (attualmente un po’ acciaccato, ma tant’è) chiamato rock and roll. Nulla è più straordinariamente perfetto di Paint It Black per capire l’essenza e trarre godimento da quella rivolta dello stile e dei costumi. Nulla, e non v’è gioiello – nell’incastonata Corona zeppe di Pietre (rotolanti) – che possa competere.

No, nè Satisfaction, nè Sympathy For The Devil, e neppure Start Me Up o Brown Sugar. Anzi, non v’è nessun’altra canzone al mondo a riassumere dentro di se così bene l’immersione sensoriale e lo sconvolgimento ormonale che provoca la mareggiata Paint It Black.

Sarà per quell’insieme di tensione e liberazione, per quell’ossimoro sonoro fatto di luci e ombre, quel luciferino incedere, quella pulitissima oscurità che ti cattura e ti fa brancolare nel buio prima di lasciarti tramortito. E chissà cosa dev’essere stato sbatterci la faccia al tempo, se dopo 45 anni siamo ancora qui a meravigliarci di cotanto senno.

Datemi un solo titolo da consegnare agli extraterrestri per illustrar loro cos’è stata questa musica che tanto ha fatto fibrillare noi pelosi terrestri, ed io senza indugio alcuno consegnerei questo arpeggio.

Magari prendendolo da qualche gracchiante raccolta, o magari proprio dall’originale a 45 giri; magari anche rovinato quel tanto che basta per riportarti nel passato a quei sublimi vinili marchiati Decca.

Metterei in sovrappiù, ai cari alieni, anche una foto del povero Brian Jones, ‘che gli Stones sono sì rimasti enormi dopo di lui, ma cosa dovevano essere all’epoca del biondo caschetto figliodiddio e del sitar? Il lisergico maestro di Joujouka? Nessuno riuscirà mai a convincermi che esista una canzone che rappresenti il rock meglio di Paint It Black, nonostante i labbroni e il carattere bastardo di Mick Jagger ci abbiano provato in tutti i modi.

E temo, anzi ne sono certo, che non vivrò abbastanza per riuscire ad ascoltare un riff dalla stessa intensità in futuro, anche se devo confessare che qualcuno c’è andato appresso di un’inezia (I Wanna Be Your Dog, White Light/White Heat, Pretty Vacant, Sheena Is A Punk Rocker solo per dire le prime che mi sovvengono e mi hanno scosso dalle fondamenta).

Ma a spremere l’intera epopea degli Stones (pregressa e a venire) e scrivere il definitivo Bignami in nemmeno tre minuti bastò questo singolo, perfetto in ogni suo anfratto da farlo davvero sembrare parto di qualche diabolica creatura.

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59) The Man With The Golden Arm (Elmer Bernstein) by Barry Adamson

3 luglio 2011

Non era conveniente prendere sottogamba Frankie. Lui era un professionista del poker, uno ganzo, uno in gamba. Uno che riusciva a ripulire una bisca in poche ore, e con lei tutti i balordi che la riempivano e avevano la sfortuna di incontrarlo. Uno che aveva buttato la sua esistenza tra case da gioco, risse, truffe e piccoli espedienti.

Un balordo con troppe donne nella sua vita (e troppa poca vita nelle sue donne, verrebbe da aggiungere), un elegantissimo disperato dal portamento di un lord e con un unico grande, grandissimo amore; un amore che aveva offuscato tutto il resto: l’eroina.

Aveva sofferto Frankie a causa di questa passione, sofferto come solo chi cade tra le avvolgenti braccia della Bianca Signora può soffrire, pagandone le conseguenze con una lunga detenzione. La prigione era riuscita laddove tutti gli espedienti della sua vita avevano fallito, in galera – animato da un feroce forza di volontà – aveva imparato a suonare la batteria, dimenticato la polvere e giurato a se stesso che non sarebbe mai ricaduto in quella folle e viziosa storia d’amore.

Uscito, ripulito e disintossicato, aveva fortissimamente cercato di rifondare la sua vita su nuove basi, provando con ogni mezzo di averne una degna di questo nome.

Ma la strada dell’inferno è da sempre lastricata di buone intenzioni e Frankie non scampava al suo vecchio ambiente, fatto di bische clandestine, spacciatori, amicizie equivoche, regolamenti di conti e – non ultimo – una moglie delirante e possessiva a tal punto da fingersi costretta in sedia a rotelle.

Una storia tragica, come può essere tragica la vita, soprattutto se affondata in sordidi quartieri delle grandi metropoli americane, tra jazz, whisky e cicatrici.

Era Sinatra ad impersonare Frankie in quella sordida storia quasi hitchcockiana di finto amore e redenzione, di pentimento tardivo e miope provvidenza; e quella novella angosciante dove non v’è posto per il lieto fine dacchè la vita viene raccontata come una lunga sequela di incidenti, trappole e negatività era un film.

Frankie era ‘L’Uomo dal Braccio d’Oro’ lungometraggio di Otto Preminger del 1955 tratto dal romanzo di Nelson Algren, candidato a 3 nomination (attore protagonista, scenografia e colonna sonora). E fu proprio la stupefacente partitura scritta da Elmer Bernstein (nessuna parentela con il più celebre Leonard) a risultare la rivoluzione più grande di un film tutto sommato, nonostante affrontasse in modo crudo il problema della tossicodipendenza, difficilmente ascrivibile ai grandi classici. Se non fosse stato appunto per quella lasciva e luccicante colonna sonora, primo esempio di jazz scritto appositamente per il cinema.

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