Archive for gennaio 2012

h1

34) I Heard It Through The Grapevine (Marvin Gaye) by The Slits

28 gennaio 2012

Si è scritto spesso riguardo al fatto che What’s Goin’ On sia stato un disco pensato e concepito sotto un pesantissimo influsso di sostanze psicotrope, cocaina in primis, il cui smodato uso ne intrise le registrazioni in maniera massiccia, con un Marvin Gaye svagato e incapace – almeno all’apparenza, visto il risultato – di mantenere la concentrazione, anzi cedendo ad influssi paranoici che ne minarono le sedute. Un disco – al pari di Young Americans di Bowie – nel quale si può quasi avvertire la polverosa nube bianca aleggiare sopra ogni solco, tanto ne furono figli, nati quasi inconsapevolmente tra un delirio psicotropo e l’altro.

Paranoie e disillusione, questi i primi sintomi di un consumo che si fa oggetto ed inizia a consumarti lui stesso, sintomi che (nel caso sia di Bowie che di Gaye) portarono gli autori a scrivere pagine tra le migliori dell’intero loro repertorio, cedendo in cambio un pezzo di vita e di sanità mentale.

Fu l’ultimo vero, enorme, sussulto del buon Marvin, prima di trovare impressa la parola fine in una pallottola sparata dal padre. Certo, sarebbe arrivato Let’s Get It On e l’ultrafunk del misconosciuto asso Got To Give It Up ma anche gli anni Ottanta e il mellifluo avanzare di Sexual Healing. Per carità: bello, bellissimo…ma è davvero Marvin Gaye quello di Sexual Healing? O soltanto una versione di Sinatra virata soul per danarose donne della middle class, desiderose d’essere circuite? E’ il Marvin Gaye comunemente inteso oppure una versione olografica di Barry White passato alla cassa a riscuotere? Troppo l’abisso tra il patinato arrangiamento dal suo ultimo successo e i rivoluzionari proclami delle sue hit precedenti.

Read the rest of this entry ?

h1

35) Yu-Gung (Einsturzende Neubauten) by Pussy Galore

21 gennaio 2012

Non erano nuovi a queste cose, i Pussy Galore.

Costretti a sparire da Washington dopo aver ufficialmente sputato tutto il loro disprezzo verso Ian MacKaye, boss della Dischord e vero nume tutelare della scena cittadina. Delitto di lesà maestà in combriccole così puriste e chiuse come quelle d’allora. Ma anche di oggi, intendiamoci, che gli integralisti delle sette note si trovano ad ogni latitudine ed era geologica. E se v’era una cosa che faceva uscire di testa quei cinque disperati (Jon Spencer, Julie Cafritz, Bob Bert, Neil Hagerty e Christina – sospiro – Martinez) erano proprio ordine, rigore e omogeneità. I Pussy Galore erano nati proprio per rigettare tutte le istanze del rock and roll, masticarle in guisa di ruminanti sonori per poi espellerle come uno strano bolo bilioso dal residuato blueseggiante.

Come che sia, appena trasferitisi a New York che fanno? Pubblicano una musicassetta (sì, qualcuno di voi non ha mai visto una musicassetta, come certi bimbi d’oggidì non hanno mai visto una papera) dove rileggono integralmente Exile On Main Street dei Rolling Stones. Riletto a modo loro, s’intende, con il nemmeno troppo celato sospetto che fosse stato inciso senza nemmeno aver provato le canzoni o con l’illusione di un faro, un porto sicuro dove poter condurle… Exile On My Shit dunque, ’che Pussy Galore sarà sì stata anche la Bond Girl più anziana di tutta la serie (Honor Blackman, all’epoca – 1964 – quasi quarantenne), ma è anche vero che l’espressione significa ‘fica a go-go’ e quindi, insomma… avremmo dovuto sapere cosa aspettarci in quel finale di anni Ottanta da questi tizi.

Read the rest of this entry ?

h1

36) There Is A Light That Never Goes Out (The Smiths) by Friendship 7

13 gennaio 2012

Non cercateli, non li troverete. Quantomeno sul Tubo dico, perchè le vie del Signore (e della rete) oggidì sono infinite. Già, i Friendship 7. Che nome del cazzo, vero? Uno di quei casi che chiamare meteore sarebbe arrotondare per eccesso; inutili verrebbe da dire, sicuramente ininfluenti e dalla nulla visibilità, tanto che anche Il Grande Fratello Google rintocca (quasi) a morto, e non fosse stato per un umido scantinato londinese di qualche (parecchi) anni fa, non sarei qui a raccontarne.

I classici gruppi frettolosi che – negli anni d’oro della discografia britannica, quando uno straccio di singolo non si negava a nessuno – ingolfavano gli scaffali delle offerte il giorno stesso dell’uscita, in una sorta di prematura eutanasia. Dunque non so chi siano (stati) i Friendship7. Non ho né la minima idea né uno straccio d’informazione. Non ne ho mai saputo nulla nonostante vetuste ricerche cartacee e relativamente recenti indagini in rete (sebbene dopo mesi di ricerche uno dei componenti sia sbucato su Myspace), ed è una cosa che mi sta pure parecchio sulle palle, perché abbiamo poco da cianciare di Villaggio Globale, di universalità della conoscenza e bla bla bla, quando invece pare impossibile che in tempi di connessioni veloci, di Wikipedia e di Google, non si riesca a scavare davvero sotto la superficie patinata di una conoscenza prèt a porter.

Read the rest of this entry ?

h1

37) I Walk On Gilded Splinters (Dr.John) by The Flowerpot Men

6 gennaio 2012

“My group consists of Dr. Poo Pah Doo of Destine Tambourine and Dr. Ditmus of Conga, Dr. Boudreaux of Funky Knuckle Skins and Dr. Battiste of Scorpio in Bass Clef, Dr. McLean of Mandolin Comp. School, Dr. Mann of Bottleneck Learning, Dr. Bolden of The Immortal Flute Fleet, The Baron of Ronyards, Dido, China, Goncy O’Leary, Shirley Marie Laveaux, Dr. Durden, Governor Plas Johnson, Senator Bob West Bowing, Croaker Jean Freunx, Sister Stephanie and St. Theresa, John Gumbo, Cecilia La Favorite, Karla Le Jean who were all dreged up from The Rigolets by the Zombie of the Second Line. Under the eight visions of Professor Longhair reincannted the charts of now”.

Queste le note di copertina di uno dei dischi più belli, intriganti e magici di tutti i tempi. Poche righe che già dovrebbero far rizzare le antenne e il pelo all’attento e curioso fruitore di buone cose, pronto a fibrillare nello scoprire quale malsana miscela potesse celarsi dentro ad un disco dalla siffatta presentazione.

E’ tempo che Mac Rebennack venga scoperto dal grande pubblico, che il suo blues psichedelico si sparga per l’etere e che ogni impianto stereo degno di questo nome possa fregiarsi d’aver diffuso le sue note. Malcolm John Rebennack è Dr.John, e se ci fosse davvero qualche sceneggiatore con del sale in zucca, avrebbe già stilato un canovaccio hollywoodiano per fare un film sulla vita di questo sciamano pronto a frullare l’estetica di Dylan assieme ai Beatles, trasportandoli a New Orleans su un carro funebre. C’è l’Africa e il voodoo dentro quest’esordio, due anni prima che Ginger Baker ne scoprisse le opportunità commerciali ed il richiamo ancestrale. C’è il Capitano Cuoredibue con la spina dorsale bella eretta e un cazzo funky, c’è del soul gocciolante, del jazz al peperoncino, della world music imbevuta di benzedrina, c’è del rock retroverso dallo spartito stracciato e ci sono innumerevoli rimandi a ritmi primari e sovrapposti.

Read the rest of this entry ?

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: