Archive for marzo 2011

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79) You’ve Lost That Loving Feeling (The Righteous Brothers) by The Human League

29 marzo 2011

“Niente Beatles, Elvis o Stones” cantavano i Clash nel 1977, con equilibrato nervosismo ed un pizzico di boutade come d’uopo in quei febbrili giorni. Difficile che Strummer e sodali potessero immaginare un futuro in cui, in una serata calda ma piovosa del 1999, la BMI (Brodcast Music, Inc.) andava a consegnare e vidimare il massimo riconoscimento del Novecento.

Si trattava, dopo settimane di lunghi carteggi e spogli, di certificare quale fosse stata la canzone in assoluto più suonata (nei club, nelle radio, dalle orchestre, sui palchi, ecc.) del 20° Secolo.

Un lavoraccio mica da ridere, e se l’avessero inserito in qualche sale scommesse sono sicuro che più di qualcuno avrebbe perso capitali ingenti, magari puntando su Yesterday, o (I Can’t Get No) Satisfaction, o ancora It’s Now Or Never o Heartbreak Hotel. Quindi niente Beatles, Elvis o Stones, e non solo quella sera o nel 1977. Nemmeno Sinatra veniva preso in considerazione, e di primo acchito parve davvero delitto di lesa maestà.

Voglio dire: Frank Sinatra, l’epitome del crooner per antonomasia, il cantante con la C maiuscola, quello di My Way e Stranger In The Night. L’ugola più calda ed avvolgente di tutti i tempi. Niente.

Nemmeno Louis Armstrong, o Burt Bacharach o Nel Blu Dipinto di Blu, New York New York. No, no, no no. No! Niente White Christmas e niente Bing Crosby. Niente di niente.

Quella sera erano tutti dietro, centinaia di migliaia di note, incolonnate ‘in duplice filar’ per rendere omaggio a questo luccicante scorcio soul, firmato da Roy Mann, Cynthia Weil e Phil Spector. La BMI era lì per certificarlo e il nome del vincitore era ormai un segreto di Pulcinella tanto se ne era discusso negli ultimi mesi; purtuttavia l’apertura della busta diede qualche brivido di sorpresa ai curiosi accorsi in massa.

Ma anche no, perché la mela non cade troppo lontano dall’albero, e se solo avevi passato qualche tempo ad ascoltare la radio o a tenere le orecchie bene aperte, avresti capito da subito che un secolo è lungo assai, e dunque sarebbe stato un brivido contenuto, con pochi pretendenti al titolo e qualche sorpresa.

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80) Venus (The Shocking Blue) by Bananarama

25 marzo 2011

Giusto mentre stavo scrivendo queste righe è apparsa una notizia in rete: pare che le Bananarama stiano tornando. Come Bananarama chi? Le mamme delle Spice Girls, le zie delle Destiny’s Child, le nonne delle Tatu. Le insegnanti di sostegno di ogni Rihanna mai presentatasi su un palco negli ultimi ventanni. Le Sophia Loren del pop edonista.

Le sorelle intelligenti di Lady Gaga. Il gruppo femminile degli anni Ottanta per antonomasia, talmente fatue da risultare irresistibili.

Non v’è nessun over 35 che non abbia avuto i sonni turbati da una (o più) delle tre intercambiabili gnocche albioniche. Che – appunto – dopo qualche vicissitudine umana ed artistica si sono riformate ed hanno in cantiere un nuovo disco e il classico tour a supporto.

Non una bella notizia, in verità; che le cheerleaders sono un sogno a 21 anni, un incubo quando sfiorano i 50, e magari viste da dietro ancora tentano e davanti spaventano. Vederle combattere sul campo di agguerrite e smaliziatissime Lolite sarà un gioco al massacro al quale non intendo partecipare; perchè non credo sarà un gran bello spettacolo osservare le tre squinzie, ormai immagino timorate madri di famiglia, ancheggiare in qualche trasmissione televisiva, col fiatone e dei jeans comunque troppo stretti, davanti a sguardi di compatimento e risolini di scherno di un pubblico in gran parte composto da gente che potrebbe essere frutto dei loro lombi, almeno per quanto riguarda l’anagrafe.

No, proprio no. Credo che avrebbero dovuto risparmiarci l’affiorare di questa brutta immagine. Per noi e soprattutto per loro.

Eppure, zitte zitte, sono state il complesso vocale femminile di maggior successo di tutti i tempi. Strano vero? Avremmo tutti indicato le Supremes per quel ruolo. Invece furono proprio Siobahn Fahey e compagne a vendere tonnellate di dischi e inanellare un successo dopo l’altro tra il 1981 e il 1992 totalizzando oltre 40 milioni di copie vendute.

Chi non ricorda il dolceamaro incedere di Cruel Summer o il brio sintetico di Robert De Niro Waiting? Chi non ha in qualche cassetto della memoria le armonie di Do Not Disturb o Na Na Hey Hey (Kiss Him Goodbye)? E fa un’immensa tristezza pensare di rivederle, magari ampiamente assuefatte alla chirurgia estetica, bolse e tenacemente tentate di ricreare un passato ormai reso tale da troppi anni.

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81) Blue Monday (New Order) by The Times

21 marzo 2011

Ho sempre avuto la netta percezione e il sacro convincimento che il pop non sia mai stato faccenda da svolgere alla luce del sole o al calore dei riflettori; non solo in quei luoghi caldi ed accoglienti perlomeno, dove tutti sono pronti ad adularti e interi plotoni di paggetti dedicano l’intera giornata ad accontentare i tuoi viziosi capricci. Il buon pop e il vero rock (e il soul, il jazz…) non sono mai stati cosa da laboratori asettici, ma da rudimentali caverne polverose.

Ergo, sono ragionevolmente portato a credere dunque che i confini degli stessi non siano mai stati portati più avanti (o soltanto ‘altrove’) da beniamini pronti a campeggiare sulle copertine o adagiarsi in una comoda carriera fatta di cocktail e sniffate vip.

Quelli sono serviti da teste di ponte, cartoline pubblicitarie atte a far proselitismo, carne da macello intercambiabile alla bisogna, chewing gum da masticare giusto un paio di minuti e gettare nel cestino appena il gusto cominciava ad evaporare.

Non che sia (stato) un integralista da rifiutarli in blocco, ma la stima nei confronti di questi cardinali del pop, sempre in mezzo alle luci della ribalta a dispensare benedizioni con una miscela dalle pochissime permutazioni, immutabile per anni, è sempre stata a mezzo servizio.

Insomma, hanno avuto il mio portafoglio ma non il mio cuore, puttane di lusso che frequenti volentieri ma non sposeresti mai. Loro mettevano il mestiere e qualche ingrediente interessante, io compravo i loro manufatti; un rapporto di affari che non è mai sfociato in amicizia, ed è inutile che io stia qui a fare nomi dacchè il 95% di quello che gira e girava lì fuori rispondeva a questi requisiti.

No, il pop è stato faccenda soprattutto di meravigliosi perdenti, o soltanto di gente dal talento smisurato e dunque incapace di gestirlo come si deve; talvolta estremamente insofferenti verso lo stesso da gettarlo alle ortiche o voltargli le spalle con un moto di stizza.

Personaggi che al primo successo han preferito svicolare, o artisti che avrebbero potuto dominare le classifiche decisi ad indugiare in qualcosa d’altro, magari meno immediato ma più durevole. Ecco perché ho sempre guardato con un occhio di riguardo Joe Meek, Scott Walker, Julian Cope, Billy MacKenzie, Howard Devoto, Bid, Nikki Sudden e tutta una stirpe di musicisti venuti sulla terra per ingrossare le fila delle retrovie (dico Simon Warner e Phil Schoenfelt tra i meravigliosi sconosciuti, sperando di farvi cosa gradita e darvi un motivo – anzi due – in più per vivere).

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82) Thank You (Falettinme Be Mice Elf Agin) (Sly And The Family Stone) by Magazine

17 marzo 2011

Si può arrivare al funk da mille strade diverse, prendendo uno qualsiasi dei rivoli liquidi che portano dal delta del blues e del rock and roll fino alla sudata palude black. Puoi arrivarci pagaiando con calma o scegliendo di venir accompagnato dalla corrente; puoi scegliere di buttarti a capofitto sulle rapide o seguire il fiume da terra, con lo sguardo rivolto al gorgogliare dell’acqua. Occhio attento e fucile in spalla.

Puoi scegliere qualsiasi percorso e decidere l’andatura che preferisci perché sai che è lì che dovrai finire; è da quel magico e ribollente magma ritmico che comincerai a far di conto e vedere la luce, perché in principio c’era il ritmo, e poi…è continuato per non smettere mai. E dunque: fiat lux. Non serve puntare i piedi o cambiare strada, alla black music non sfuggi, quindi tanto vale mettersi in marcia da subito e procedere spedito verso il sentiero.

Io sono arrivato al funk per questa minuscola via, trafficata quanto basta per incrociare personaggi interessanti e sentirsi sfiorare da un brividoso pericolo ad ogni passo.

Era il 1980 e pensavo che Howard Devoto fosse uno dei talenti più grandi che il rock inglese avesse mai avuto (una adorazione che non ha perso lustro ancor oggi), sorta di Brian Eno post ‘77 – meno noioso, invero – pronto ad abbandonare sul più bello una band di successo come i Buzzcocks per formare i Magazine, dream team di musicisti che bene avrei visto declinati jazz e che mai più mi ricapitò di incontrare nel campo di quella maionese chiamata new wave: Barry Adamson, John McGeoch, Dave Formula, lo stesso Devoto… Varoba da perderci il senno se solo eri un po’ interessato a sentir suonare come Dio comanda, dopo anni di punk approssimativo e spesso pure senza troppe idee a condire.

Puntuali, calibrati, capacissimi nella scrittura senza perdere di mira il formato canzone e indugiare – come sovente accade in musicisti dotati – in onanismi o astruse pantomime cerebrali pericolosamente ondeggianti verso un diabetico bulimismo sonoro.

Insomma, erano la perfetta intersezione tra gli anni Settanta di David Bowie, il glam degli Sparks, il punk, qualche masserizia progressive meno ingombrante (Van Der Graaf Generator su tutti) e quei cirrocumuli post che si stavano profilando all’orizzonte, indecisi su quale meta prendere. The Correct Use Of Soap lo consumai in ore e ore di ascolti inconsulti, pronto a scovarci una ventata d’aria fresca ad ogni giro, dove Because You’re Frightened era l’altra via ai Joy Division e sarebbe stata perfetta per Top Of The Pops, Permafrost spandeva profumi equidistanti da T-Rex e King Crimson e The Song From Under The Floorboards era semplicemente una delle più grandi canzoni che avessero mai attraversato i miei padiglioni auricolari.

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83) Poptones (Public Image Limited) by The King Of Luxembourg

13 marzo 2011

L’accidia severa dei Public Image Limited che copula con i Cavalieri della Tavola Rotonda.

Uno in particolare, quello più visionario e efebico. Quello disarmato, seduto da qualche parte nel bosco a sorseggiare un frappè di peyote mentre passano nuvole di Monthy Python. Quello sperduto dentro gli ingranaggi della macchina del tempo; quello che ha preferito abbandonare Cappa e Spada in favore di una chitarra e un grumo di fiati prima di tornare al futuro.

Simon Turner (anche Simon Fisher Turner) ovvero The King Of Luxembourg, per servirvi. Sorta di Momus in seconda, e come il Nicholas Currie voglioso di declinare una propria versione di pop music, ancorata ad un passato che incrocia senza alcuna paura Charles Aznavour, i telefilm degli Avengers, Walker Brothers, Nico e ye-ye. Un gentiluomo delle brughiere; uno al quale andrebbe senza indugio dedicata una biografia zeppa di curiosità e trivia assortite, invece di queste aride cartelle. Un lord, insomma.

Un signore della musica britannica tutta, accumunabile ad altri blasonati eccentrici quali Bid (Monochrome Set), Anthony Adverse, Vic Godard o Luis Philippe (tutti, guarda caso, passati in èl). Uno che già nel 1973 svettava dalle copertine per adolescenti grazie ad alcune comparsate televisive, stella di un’Inghilterra spolverata di lustrini glam nella quale il nostro si ergeva quale ultimo teen idol di quei 60es che non volevano finire mai, tenuti in vita da un accanimento terapeutico persino simpatico nella sua ingenuità.

Simon era stato il ragazzo che ancheggiava tra i Toy Boy di Britt Eakland e che – con la sublime donna – ebbe anche qualcosa di più di un flirt e di un chiacchiericcio da gossip, divenendo in breve tempo un efebico sex symbol poco più che adolescente. E’ allora che decideva di mollare tutto, nauseato dall’assoluta mancanza di stile imperante e da un mondo di glamour per parvenue che non riconosceva più.

Ritornava alla musica come bassista (e autista di tour bus!) per Adam And The Ants, dopo uno iato di quasi un lustro, accasandosi nella più reale tra le case discografiche albioniche, ovvero quella èl Records da sempre portatrice sana di un’eccentricità britannica dai sapori appena accennati.

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84) Fire (The Crazy World Of Arthur Brown) by Lizzy Mercier Descloux

8 marzo 2011

Arthur Brown (e gli Shocking Blue) sono stati i miei primi idoli rock. Il brividoso battesimo dopo l’inconscia ma profonda simpatia verso qualche interprete dei tardi 60es italiani; predisposizioni prese in prestito grazie agli acquisti di sorelle maggiori, già adolescenti e quindi più addentro in quella rivoluzione che stava raggiungendo finalmente anche l’Italia, dopo anni di Cantagiro e Dischi Per l’Estate.

Non mi perdevo un passaggio televisivo di Massimo Ranieri, e nell’annuale battaglia a Canzonissima tra lui e Gianni Morandi ero poderosamente dalla parte dello scugnizzo partenopeo per mood, censo e capacità vocali. Quelle scenografie in bianco e nero e quelle spider decappottabili piene di cantanti che passavano di paese in paese furono la mia prima vera rivoluzione musicale prima del passaggio di testimoni tra lo stesso Ranieri, la Caselli, gli ultimi scampoli di Beat italiano e Il Pazzo Mondo di Arthur Brown.

Una cosa veloce ed indolore, da metabolizzare in fretta prima di rischiare di venirne respinto, e sono vieppiù sicuro che – non avessi trovato attraente il rock sulfureo di Brown o l’hard pop degli Shocking Blue – la mia vita sarebbe stata senza’altro diversa, e non solo musicalmente. Non sarei mai stato pronto a diventare musicalmente adulto. Quantomeno sino all’arrivo dei Ramones, che rappresentarono la mia conversione in toto, il mio prendere i voti.

Ma il merito della mia investitura va a Mr. Brown; è stato lui il primo brivido caldo, quello inspiegabile, quello che t’attira dentro un pozzo di inimmaginabili misteri, che ti conquista lasciandoti sognare cosa avrebbe potuto esserci dietro quello sguardo o quei travestimenti, quello che ti fa capire che il rock è sì un circo Barnum dove si vendono incubi, brown sugar e aria fritta, ma v’è pure dell’altro; e quel ‘altro’ può sovente diventare pericoloso, quindi sbalorditivo, come quando – mentre sei piccino – ti dicono a più riprese di non mettere le dita nella corrente o sbirciare dal buco della serratura, ma tu, chissà perché, non riesci a non farlo.

E sono sicuro che parecchi di voi capiranno di cosa sto parlando, perché il rock and roll è una scossa elettrica che ti colpisce una volta ma ti lascia l’anima con i cavi scoperti per sempre.

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85) You Really Got Me (The Kinks) by Silicon Teens

4 marzo 2011

Vi stupite ancora per le truffe del Rock and Roll? Non credo, anzi penso che siate smaliziati abbastanza per discernere con precisione le varie faccende pop che ad intervalli regolari vi capitano sotto tiro: dai Monkees in poi, passando per i Milli Vanilli di turno, ne avrete già viste ed ascoltate troppe per non comprendere che Marilyn Manson è soltanto la declinazione con appena un filo di phard di Paperoga o che i Radiohead hanno dovuto imbracciare le chitarre per necessità prima di finire privi di vista in qualche istituto per onanisti.

Per non parlare dell’invasione delle varie boy band o di quelle veline pop tutto seno (pardon: tette) e coreografie che da almeno una dozzina d’anni hanno intossicato il mercato e i nostri padiglioni auricolari. Con grave danno di entrambi.

Avrete capito anche che tutto quel rhythm and blues mulatto che ci spacciano da ormai quasi tre lustri, ha poco ritmo e nessun blues dentro, e che – alla resa dei conti – è soltanto musica per suonerie, nonostante gli imperiosi proclami e le nostre orecchie sempre meno avvezze alla buona musica.

Ergo nemmeno i Silicon Teens strapperanno moti di stupore doveste approcciarli oggi – magari scusati dalla carta d’identità – forse giusto qualche sorrisino compiaciuto verso l’idea (ingenua assai, ma al tempo abbastanza punzecchiante) di una band fantasma inventata a tavolino da Daniel Miller (boss della Mute Records) e poi pubblicizzata come ottuso quartetto (Jacki, Darryl, Paul e Diane) di 60es pop convertito all’elettronica.

Freddi, algidi, pronti a prendere per i fondelli in una manciata di riletture il rock and roll tutto per un qualcosa che stava in un freddo guado tra i Puffi e i Cabaret Voltaire con un Bontempi da tre ottave di estensione. I Monkees seduti sull’Atari. Con buona pace dei Teenage Riot.

Giusto due righe a piè di pagina di qualche enciclopedia rock per quel manifesto scioccherello zeppo di rifacimenti chiamato Music For Parties, unico parto della compagine e anticipatore di tutto il bailamme synth pop che da lì sarebbe andato a dipanarsi. Disco sempliciotto abbastanza per abbinare saltelli Depeche Mode della prima ora al nulla spinto in 14 brani spruzzati di gluCASIO. Poi via senza perdere tempo.

You Really Got Me viene resa sempliciotta quanto uno sguardo di Forrest Gump, piallata in ogni asperità e cosparsa di un condimento colesterolico che guardava tanto ai Chicory Tip quanto ad un ignaro futuro che avrebbe figliato Denim, Go-Kart Mozart e venefiche suonerie da cellulari assortite. Stupidamente geniale dunque, un cartone animato che mai avrebbe potuto competere con la – più o meno – coeva rilettura che ne stavano dando i Van Halen (sì, ne sono conscio, è la migliore); ma laddove i rockers si genuflettevano pedissequamente all’originale flettendo i muscoli, Miller voleva scientemente creare nausea indotta da troppi zuccheri, forse a controbilanciare le urticanti abrasioni – una sbucciatura industrial ancora troppo fresca – dell’altra sua estemporanea creatura: i Normal di Warm Leatherette.

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