Posts Tagged ‘The Beach Boys’

h1

Good Vibrations (The Beach Boys) by Psychic TV

14 febbraio 2014

ptv

Che sagoma Neil Megson, vero? Non che Brian Wilson e le sue paturnie siano mai stati da meno, intendiamoci. Ma Neil (Genesis P-Orridge per gli amici) ha sempre avuto quella sana, autentica, imbrigliabile follia insita nel suo dna. Una follia anti establishment che meriterebbe trattati sociologici, perchè se c’è mai stato qualcuno davvero ‘contro’ in questo finto mondo musicale pieno di Live Aid, azzeramenti dei debiti vari e buone intenzioni da prima pagina, beh… E’ stato lui.

Più dei Residents o di qualsiasi altro nome vi possa tornare in mente. E non starò qui a dilungarmi su tutte le ‘buone vibrazioni psicotrope’ che i Throbbing Gristle prima e Psychic Tv poi hanno compiuto nel corso di questi lunghi decenni. No.

Potrei semplicemente rimandarvi alla recente intervista nella quale il pettoruto Genesis elenca una serie di dischi essenziali all’accorpamento della sua formazione (su TheQuietus.com), una lunga catena di pepite psych che potrebbero far luce su alcune (molte) delle sue produzioni.

Eh no… Non ci sono i Beach Boys tra le sue scelte primarie ma siamo ragionevolmente tenuti a credere che Wilson e Megson siano ‘figli’ (perdonatemi il calembour sul cognome) di un certo modo di intendere il pop, facce di una stessa medaglia soltanto apparentemente antitetiche.

E dove il primo lavorava di cesello e sinfonie tascabili per creare melodie contagiose e indispensabili (Good Vibrations può essere considerato il primo edit della storia, a pensarci bene) il secondo affondava la lama per squartare il corpo macilento del pop, ritraendone un golem dalle luciferine fattezze di Dorian Gray.

Il punto d’incontro tra cotanto sferragliar di menti? Forse uno Smile, lo stesso che portò i 60es dentro l’acid house.

L’hanno rifatta anche: Todd Rundgren, Troggs, Nina Hagen, The Shadows, Jan & Dean, Russ Abbott,

THE BEACH BOYS – Good Vibrations (7″, Capitol, 1966)
PSYCHIC TV – The Magickal Mystery D Tour E.P. (7″, Temple, 1986)

Annunci
h1

65) Surfin’ USA (The Beach Boys) by Jesus And Mary Chain

31 maggio 2011

Se dovessimo trovare un esatto istante in cui la più feconda e fertile rivoluzione sonora dopo i 60s (ovvero la new wave) venne decapitata per far posto a ‘dell’altro’, beh… quell’istante si chiamerebbe Psychocandy, la pietra tombale con la quale l’onanistico sopraggiungere di alcuni flutti appartenenti a quell’onda – ormai inquinata da troppi liquami – veniva messo a tacere per sempre.

Un bel funerale di feedback, un omelia a base di anfetamine e in capo a tre mesi di tutte le pattuglie post Spandau Ballet si persero le tracce; i synth staccarono la spina, gli acconciatori (chi ha detto Antena?) di Top Of The Pops rimasero senza lavoro e le chitarre tornarono nuovamente a fiorire, anche grazie ai gladioli degli Smiths e le pagine del New Musical Express e del Melody Maker.

A dirla così può sembrare sia stata cosa veloce e indolore, un tapis roulant nevrotico nel quale scomparirono senza traumi decine di pallidi ragazzetti dai 15 minuti di notorietà, agglomerati da ‘un hit e via’ che stavano accerchiando quell’Inghilterra da un bel po’ di mesi (chi ricorda Blue Zoo, Endgames, Fiat Lux, ecc.?), spazzati via dinanzi alla burrasca provocata dal monolite Psychocandy.

Non fu così, ovviamente, ma la tempesta di fuoco scatenata da quell’album ebbe ben pochi rivali nella storia del rock inglese (dire Sex Pistols suona fin troppo scontato). Fu un conflitto non privo di spargimenti di sangue dove, alla fine, sul campo di battaglia di cadaveri e teste mozzate se ne contarono assai.

Ma il passato non è mai come lo si immagina, e – riascoltato oggi – quel parto feroce suona persino grazioso (all’epoca sarebbe stata un’offesa imperdonabile) tanto è stato assimilato, metabolizzato e superato da anni e anni di smaliziati ascolti. Eppure, sotto sotto, che altro vogliamo da del buon rock and roll che Psychocandy non ci abbia dato, centrifugando con un’intuizione feroce Detroit e la Motown?

C’era tutto, lì dentro: la svogliatezza psicotropa, il reiterato uso di feedback, la canzone comunemente intesa immersa in calce viva e pece nera, gli anni sessanta stuprati col rasoio, Phil Spector imbrigliato in una camicia di forza e un menefreghismo portato agli estremi che solo gli Stooges avevano spinto dentro ad un buco così bene prima d’allora.

Read the rest of this entry ?

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: