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Chirpy Chirpy Cheep Cheep (Middle Of The Road) by Lush

17 settembre 2013

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Alle elementari lo cantavamo sempre, vero e proprio tormentone urlato a squarciagola oscillando dalle altalene dell’oratorio, gareggiando a chi riusciva a storpiarne il testo e l’allitterazione con il maggior numero di volgarità, in un improbabile gramelot di parolacce. E sono sicuro che tutti voi, lì fuori, ne ricordiate l’incedere e l’astruso – ma contagioso – ritornello. Tutto questo per dire che…sì, c’è stato un tempo in cui questa strana formazione – sorta di Abba ante litteram per svantaggiati – dominò le classifiche e l’etere di tutta Europa. Un brano sciocchino, un Sugli Sugli Bane Bane geograficamente arroccato ben oltre il Vallo di Adriano (dacchè scozzesi). Insomma, 3 minuti talmente scemi e melensi da risultare irresistibili e totalizzare in breve tempo 10 milioni di copie vendute, uno dei pochissimi 7″ a potersi fregiare di tal titolo.

Miagolìo talmente zuccheroso che non poteva non avere natali autoctoni, dato che la band fu costretta a trasferirsi per qualche periodo in Italia in guisa di session men per alcune incisioni di Armando Trovajoli prima che il coinvolgimento del produttore Giacomo Tosti ne mettesse a fuoco le particolarità armoniche che li avrebbe di lì a poco consegnati al successo. Come che sia Chirpy Chirpy Cheep Cheep è un chewing gum usa e getta che vi inviterei a far vostro, magari proprio tramite la versione di quella strana entità senza sesso e senza collocazione (Pop? Shoegazer? Bubblegum brit?) chiamata Lush, che ne opacizzava quell’aria da Pippi Calzelunghe con un maelstrom di chitarre granulose, cinguettìi e svolazzi sognanti. Dei Middle Of the Road si persero le tracce quasi subito; nonostante un ulteriore calembour semantico titolato Tweedle Dee, Tweedle Dum e una manciata di altri ininfluenti singoli rimase solo il pulviscolo di un forzato esilio nelle classifiche tedesche, una apparizione al Festival di Sanremo del 1971 (quale gruppo di accompagnamento di Jordan) ed una partecipazione in proprio allo stesso nel 1974 con la canzone Sole Giallo.

Curiosità: anche quello strano unabomber del pop chiamato Lawrence Hayward si genuflesse su questa progressione armonica citando il brano in Middle Of The Road (Cd, London, 1992), singolo dei suoi Denim.

L’hanno rifatta anche: Mickie Krause, Tom Mathisen and Herodes Falsk, James Last, Cartoons, Briars, Soul Control

MIDDLE OF THE ROAD – Chirpy Chirpy Cheep Cheep (7″, Rca, 1971)
VV.AA. – Alvin Lives (In Leeds) Anti Poll Tax Trax (Lp, Midnight Music, 1990)

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Gothic People (Pulp) by Libitina

11 agosto 2013

A+Closer+Communion

“Bella forza” – dice il saccentino – “scrivi solo di grandi canzoni, ‘sso bboni tutti. Trovami un rifacimento infame o semplicemente ridicolo e poi ne riparliamo. Ciao.”
Ciao. Premesso che le cattive notizie sovrastano di gran lunga – da sempre – le buone, non sarebbe stato male lasciare intonso questo spazio virtuale, evitandogli pacchianate e guano assortito. Ma give the people what they want, giusto? E allora, se qualcuno di voi ha un particolare e morboso attaccamento alle cattive notizie eccovi qualcosa che può agevolmente rovinarvi la settimana.

Volete la peggior cover mai incisa? Il gotha dell’orrido? Lo zenith del liquame? Sia. Per chi scrive, dopo tanto baccanar di goduriose note, è questa. Ed è cosa buona et giusta tenervi lontani da siffatti figuri, a monito e futura memoria. Questa è fuffa che manco al Batcave dei tempi d’oro avrebbero permesso d’oltrepassare la soglia. Un immonda accozzaglia di pacchianerie oscure, di mascara colante, di cerone ammuffito. Un unico, lungo incommensurabile tapis roulant di luoghi comuni nei quali in questi lunghi anni il goticume spiccio s’è andato ad abbeverare, autofecondandosi in un pericoloso virus. Non v’è nulla qui dentro che possa attirare l’attenzione dell’ascoltatore sano di mente. Non v’è del sano trash, non v’è lo sberleffo che uccide, l’humour dissacrante, lo sfregio, l’omaggio, la coltellata finale. No. Non riescono nemmeno a sembrare simpatici questi poveracci diversamente dotati, tanto sembrano prendersi sul serio nel loro catacombale e teutonico dispiegarsi. Però, ci credereste? Nonostante gli indizi i figuri sono britannici. Di Sheffield per la precisione, e mi stupisce che Adi Newton, Martin Fry, Glenn Gregory, Philip Oakey, Stephen Mallinder, Gavin Bryars, Paul Carrack, Joanne Catherall, Jamie Cook, Bruce Dickinson, Joe Elliott, Richard Hawley, Paul Heaton, Stephen Jones, Richard H. Kirk, Róisín Murphy, Mark Gouldthorpe e Joe Cocker (che di Sheffield furono cittadini illustri, e sicuramente più dotati) non abbiano organizzato una spedizione punitiva sotto le finestre di casa di questi babbei. Naturalmente capeggiata dall’altro Cocker, Jarvis.

P.S. Se volete rifarvi i padiglioni auricolari trovate un’ottima versione di Common People al n. 47 di Nudespoonseuphoria

L’hanno rifatta anche: Scouting For Girls, Tori Amos, William Shatner

PULP – Common People (7″, Island, 1995)
LIBITINA – A Closer Communion (Cd, 1997, Libation)

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Y.M.C.A. (Village People) by Adam And The Ants

9 luglio 2013

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Flexipop era un nome bellissimo. Un nome che sapeva di bubblegum e musica stupida. Di Monkees e chewing gum frizzanti al gusto di Orange Juice. Di Haysi Fantayzee e Wire. Di Big Babol al gusto di post punk. Flexipop era ‘il nuovo’, 30 anni orsono. Fondata nel 1980 da Barry Cain e Tim Lott, ex giornalisti del Record Mirror la rivista conteneva – appunto – un flexidisc (manufatto desueto per i nati a cavallo del millennio) in ogni numero, oltre a satira, trivia, trash, cazzate immonde e musica…con particolare cura e predilezione per i primi quattro addendi. Un contenitore a prima vista dedicato agli adolescenti, sicuramente poco convenzionale e nemmeno troppo politicamente corretto. Un Futurama con tanta visionarietà di seconda mano lasciata libera di scorrazzare senza ingombranti paletti. Non era ‘un bel giornaletto’, anzi. Eran più le pagine che saltavi a piè pari di quelle che ti soffermavi a leggere con gusto: grafica sguaiata, articoli scritti con la proboscide, umorismo da caserma e qualità cartacea da disinfestazione immediata. Eppure.

Durò giusto un paio d’anni la fiabetta isterica, ma in quei 24 mesi furono in parecchi a mettersi in fila per apparire nel volatile dischetto allegato, dai Depeche Mode ai Jam, dagli Associates ai Motorhead, dagli XTC ai Pretenders. Scelte discrete, quando non ottime, ma niente potè battere il rigurgito blasfemo di Adam Ant pronto a rigettare una versione di Y.M.C.A. (qui giustamente ribattezzata A.N.T.S.) davvero gustosa che anticipava – inconsapevole – alcune scudisciate (Whip in my valise?) Franz Ferdinand.

E male non sarebbe stata nell’esordio degli Arciduchi, con quel sussultar d’adulterine chitarre e la sguaiatezze da fine della scuola di un cantato approssimativo e ondulatorio. Sì, v’era un tempo in cui Adamo e le sue operose formiche s’adombravano sui Village People. E se strano vi pare cercate di tuffarvi (in rete) su quel cartaceo zibaldone di stranezze.

L’hanno rifatta anche: Tupa’s Band, The Twang, Black Lace, The Skunks, Party Animals, William Hung, BB Band, Claudia Barry, Crazy Frog, Glamorama, King Diamond, Nite-Life, Pulsar, Russ Abbot, Spectrum, The Eurobeats, The Party Cats

VILLAGE PEOPLE – Y.M.C.A. (7″, Casablanca, 1978)
ADAM AND THE ANTS – A.N.T.S. (7″ flexy, Flexipop, 1981)

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Gimme Some Lovin’

9 luglio 2013

Non sono entrate nelle 100, qualcuna manco i 500 ha sfiorato. Eppure sono qui riunite, da ora e per sempre. In ordine sparso.

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01) Persuasion (Throbbing Gristle) by Spooky & Billie Ray Martin

23 maggio 2013

Lei – Billie – era e rimane donna da ritmi sintetici e prospettive house ed electro, con buone soddisfazioni commerciali (Your Loving Arms fu successo planetario in quei primi anni Novanta) e una discreta carriera che ancora oggi continua con lusso, lascivia e signorilità. Insomma, non la solita gnocca dalla vocina intercambiabile e l’assoluta mancanza di talento, pure se fisicamente – la signorina Billie Ray – era fornita alquanto.

Lo dimostra la copertina di questo 12” ove svetta, novella Dominatrix, con uno stacco di gamba da piscina olimpionica, in un improbabile crasi fisica tra Kylie Minogue (una allungata Kylie) e una ripulita Diamanda Galas. Un 12” che finiva puntualmente nelle vasche geneticamente modificate dei white label, dei ritmi tunz tunz fatti in serie in qualche laboratorio sonoro del pianeta e da lì distribuiti in tutti gli anfratti dove i disc jockey vanno ad approvvigionarsi, con occhiali scuri, jeans slavati e voce roca.

Ogni sabato pomeriggio, perché l’ora che volge al desìo i naviganti della consolle è il sabato pomeriggio, quando corrono ad affollare i negozi di dischi, o meglio: ciò che resta dei negozi di dischi, gli ultimi che ancora strenuamente resistono. Andrebbero salvaguardati da un’apposita legge i negozi per dj, gli unici che ancora si battono per tenere in vita il vinile nella sua forma più pura: ovvero il dodici pollici. Il disco mix, insomma.

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And The Winner Is…

23 maggio 2013

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02) The Model (Kraftwerk) by Balanescu Quartet

4 maggio 2013

Amanda Lear: che donna. C’è stato un tempo in cui la quasi totalità dell’intellighenzia europea pareva pendere dalle sue labbra orientali e dai suoi tratti angolari. La storia è nota, ma di sfuggita non sarebbe male ripetere come fosse stata la musa di Salvador Dalì, la mitica immagine di For Your Pleasure dei Roxy Music (che classe, in quella copertina!), la ragazza di David Bowie e il pettegolezzo più pruriginoso di quei mediani anni settanta. Che donna, ripeto.

Ne fui talmente invasato da sfidare le beghine e la catena di delatori che stazionavano nel centro della mia angusta cittadella per fiondarmi in edicola e far mio il Playboy che la riportava nuda con un titolo in ‘corpo’ 24: sono donna donna donna!

Ricordo ancora nitidamente quello strillo in prima pagina su sfondo marrone, con l’Amanda a seno nudo e la mia pruderia adolescente a nasconderlo nella scoppiettante cartella di terza media. Me lo portai persino in gita scolastica, desideroso di divulgare al mondo – o perlomeno la parte di mondo che conoscevo, ovvero la mia classe – un simile personaggio, togliendole quella patina di offese e sberleffi che i miei compagni erano solti riservarle, con il cinismo insito in quella porzione di età. Fu inutile, il cattolicissimo veneto non era disposto a tollerare deviazioni di sorta, se l’aveva detto la televisione doveva esserci del vero. Amanda era un uomo, no? Quindi non c’era storia. Non poteva essere affascinante, bella, intelligente, accattivante o anche solamente avere del talento. No, non poteva.

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