Archive for the ‘B.E.F.’ Category

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25) These Boots Are Made For Walking (Nancy Sinatra) by B.E.F. & Paula Yates

11 aprile 2012

Sempre odiato e guardato con sospetto all’ipocrisia griffata che circola nel mondo dello spettacolo; alle beneficenze in leasing, ai viaggi in Africa per lavarsi la coscienza tra una bottiglia di Dom Perignon, un albergo a 5 stelle in mezzo alla Savana e magari – se capita – una bella scopata esotica da raccontare in guisa di vero amore impossibile.

Sempre odiato e guardato con sospetto le reunion per questa o quella causa, i tributi per raccogliere fondi, i concerti pantagruelici che finiscono con un saldo più rosso di quello che avresti dovuto appianare.

Sempre. Siano esse state le classiche Pavarottate o il concertino in qualche squallido cinema di periferia. Dal concerto per il Bangladesh a Red Hot And Blue passando per il Live Aid io mi sono goduto l’aspetto squisitamente musicale (quando c’era) ed ho sempre fortissimamente rifiutato di vederci una trasparente voglia di celebrare ed aiutare il prossimo.

Gli artisti sono le persone più gonfiate d’ego sulla faccia della terra, e – davvero, credetemi – dubito fortemente che possano mai mettere il proprio volto dietro ad una causa, a meno che non serva loro per vendere dischi, film, profumi, saponette, preservativi o quadri. Più di una volta ho sentito interviste ai più disparati artisti, pronti a salire sul palco per l’ennesima passerella benefica, incapaci di spiegare per quale motivo fossero lì a raccogliere fondi.

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46) The Secret Life Of Arabia (David Bowie) by B.E.F. feat. Billy MacKenzie

16 ottobre 2011

La fantomatica trilogia berlinese di Bowie non è mai esistita, è soltanto una convenienza storica resasi necessaria per consuetudine. Una verità di seconda mano lasciata trapelare per curiosità e per dare un po’ di linfa alle varie leggende che circondano il pop. Solo “Heroes” (con le virgolette!) fu effettivamente concepito e registrato agli Hansa Studios di Berlino, con Bowie e Iggy a respirarne gli odori, il passato da cabaret en travestì e la follia di una città divisa e accartocciata su sè stessa, perennemente in guerra con i propri fantasmi.

Low ad esempio fu faccenda quintessenzialmente francese, registrato ai Chateau Marmont e inciso con l’idea di poter trasferirsi di lì a poco in Germania; vero che fu mixato agli Hansa ma non servì a dargli un impronta teutonica più di quanto le sessioni francesi avessero già messo in luce. Lodger addirittura venne assemblato negli algidi studi di Montreux e poi rifinito a New York, ma era già un’altra faccenda, nonostante la storia lo voglia inserire in quella Trimurti sonora.

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