h1

03) Istanbul (Not Costantinople) (The Four Lads) by They Might Be Giants

12 aprile 2013

Avete presente Mona Lisa Smile? Quella pantomima virata femminile di Dead Poet’s Society dove Julia Roberts si ritaglia una parte così cool (la solita insegnante illuminata e incompresa) da rendersi ancor più antipatica di quanto già non fosse? Ecco, v’è una scena – verso la fine del film – dove, nel bel mezzo del ballo scolastico, si sente echeggiare uno swing d’antan cantato da una manciata di comparse, agghindate come una immacolata squadra di cricket.

Lo riconoscete subito, perché farebbe muovere le chiappe e battere il piedino anche ad un morto, tanto è contagioso nella sua suprema semplicità armonica. Ecco, quel gran pezzo di swing è una delle mille versioni orchestrali di Istanbul (Not Costantinople) che si sono succedute nel corso degli anni e che servono ancora da palestra per tutti coloro che vogliano testare il vocalese o darci dentro con un po’ di sano groove d’antan.

Pochissimi minuti di superbo schioccar di dita, talmente breve che non fai in tempo a tuffarti dentro per godertela che è già svanita. Un capolavoro, in poche parole, così semplice da risultare inaccessibile se non sai maneggiare più che bene le note, le armonizzazioni e…il pop. Un capolavoro che io mai avevo approcciato e del quale ignoravo l’esistenza fino all’arrivo di quella fantasiosa fanfara chiamata They Might Be Giants.

Già, perché oltre le Colonne d’Ercole dei Led Zeppelin, dei Joy Division, degli Sparks, dei Ramones o dei Rolling Stones mai m’ero avventurato nella mia sbadata gioventù, perdendomi un sacco di cose affascinanti, gran parte delle quali avevano anche un colore della pelle diverso dal mio. Ero troppo occupato a godermi il rock classico o la new wave per annusare in giro sentieri ben più profumati di quelli nei quali avevo scorrazzato per anni, sapevo ben poco di dub, di folk, di soul, di kraut e di tutte quelle ramificazioni che possono portare sorrisi e gioia in qualsiasi paio d’orecchie attente ed allenate.

Recuperai subito, o quantomeno appena possibile, ed è così che giunsi – esattamente mentre mi stavo dibattendo nel pantano drogato del Madchester – in prossimità dei They Might Be Giants. E proprio grazie a questa rilettura, esattamente a metà strada tra Walt Disney (potrebbe essere il sottofondo ideale per un cartone animato iperveloce o per il remake degli Aristogatti in versione MDMA) e un locale di lap dance bulgaro.

Ancora oggi uno dei miei più grandi crucci musicali è di non aver potuto approcciare la band dal vivo, soprattutto durante il loro periodo aureo. Ovvero questo.

Era il 1990 quando andavano a rileggere quel vecchio successo, scritto da Jimmy Kennedy e Nat Simon nel 1953, pubblicandolo anche come singolo. Un tarantolato swing al quale è impossibile rimanere immuni, dove vocalità si rincorrono in maniera frenetica, percussioni si tuffano da assolati trampolini e i fiati schizzano spuma in ogni dove appena le pelli toccano il pelo dell’acqua. Siamo dalle parti della Puttin’ On The Ritz di Irving Berlin (1929) soltanto con una maestosa glassatura ludica, il piede a tavoletta sull’acceleratore e un bel po’ di belluini ottoni ad avvolgerne l’incedere. Swing, anni 50 e zoot suit per un contagioso brano senza tempo. Erano soltanto in due, i nostri (John Linnell e John Flansburgh), ma suonavano come se avessero avuto alle saplle un orchestra di tarantolati provvisti di strumenti giocattolo e di un defibrillatore attaccato alle gonadi.

Batterie elettroniche, fiati, segreterie telefoniche, kazoo, mandolini, spazzole, legni e bastoni; tutto ha contribuito a forgiare il variopinto mondo sonoro dei Giganti, così poco americani (ma profondamente addentro alla loro cultura) da inventare un nuovo modo di fare pop che saccheggiava mille mondi senza avere qualla patina snobistica e quell’afflato spesso noioso da World Music. I due John erano perfettamente equidistanti da paradossali realtà parallele: dai Residents come dall’Elton John di Crocodile Rock, dai cartoni animati come dall’opera, da Ofra Haza come da Donizetti, Walt Disney, Klaus Nomi e ipercinetici Beatles. C’è Frank Zappa e ci sono i Fugs, c’è il Circo Barnum e ci sono i freaks, il vaudeville e il blues del delta spinti a forza dentro a shakerati rimasugli di rock and roll.

Dei Tuxedomoon ad Ibiza in qualche hippy party. Prodotti da Joe Meek.

Discografia sterminata e praticamente impossibile da approcciare in toto la loro, ma almeno un paio di titoli sarebbe peccato non divulgare, come quel Flood (1990), dal quale è preso il brano in questione ma che può contare anche su altre gemme (Particle Man e Birdhouse in Your Soul) o Lincoln (1988) altro bizzarro fuoco d’artifico che all’epoca battè addirittura il pantagruelico The Joshua Tree nelle classifiche americane grazie al singolo Ana Ng.

Preparatevi ad uscire dunque per setacciare e cercare in ogni dove qualsiasi lavoro sia siglato TMBG. Al mio via scatenate l’inferno, perché loro sono stati davvero dei giganti, troppo alti perché qualcuno se ne accorgesse.

Tra le rare eccezioni, i Vampire Weekend.

L’hanno rifatta anche: Frankie Vaughan, Caterina Valente, Residents, Santo & Johnny, Bette Midler, Trevor Horn Orchestra

THE FOUR LADS – Istanbul (Not Constantinople) (7”, Columbia, 1953)
THEY MIGHT BE GIANTS – Istanbul (Not Constantinople) (7”, Elekra, 1990)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: