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04) Can’t Smile Without You (Barry Manilow) by Menswear

9 marzo 2013

Qualcuno – più di qualcuno, invero – potrebbe obiettare la presenza di Barry Manilow in mezzo ad una lista dai nomi eccellenti. Che ci fa qui il Memo Remigi del pop zuccherino d’oltreoceano? Il compositore dal più alto tasso di colesterolo sonoro (dopo Liberace, s’intende) che abbia mai calcato i palchi? In virtù di quale accozzaglia sonora si è osato inserire (tra i primi 10, poi!) un’artista spesso esposto al pubblico ludibrio per la sua innata capacità di vergare tra le più bieche pagine di muzak? Un Michael Bolton ante litteram e nemmeno vocalmente dotato come il tricotico biondo; un Dudley Moore meno simpatico.

Questo è sempre stato – in soldoni – Barry Manilow alle orecchie del pianeta tutto. E dunque obiezione accolta. Pure se con qualche riserva, figlioli. Perché il signor Barry Alan Pincus (questo il suo vero nome) si è perduto nel corso degli anni, finendo con il sembrare sempre più una versione dietetica oscillante tra Burt Bacharach da edicola e un Richard Clayderman al quale avevano messo sotto le dita un pianoforte di zucchero filato (più il secondo che il primo, invero).

Ma non è sempre stato così: all’inizio della sua carriera, subito dopo aver accompagnato al piano Bette Midler nelle più sordide saune gay di New York, qualche zampata reale il Signor Pincus riuscì a piazzarla eccome con quei tasti bianconeri sempre indecisi se sorridere o imbronciarsi. Even Now ad esempio, forse ultimo piccolo sussulto di scrittura e cervello. Album del 1978 che poteva vantare anche una delle canzoni più saccheggiate del secolo scorso, ovvero quella Copacabana (At The Copa) che – lungi da me farne una santa martire dell’andamento caraibico – racconta con un retrogusto tragico una delle più belle e crudeli storie di amoroso gangsterismo.

Proprio quell’album possedeva al suo interno un forziere chiamato Can’t Smile Without You, e proprio aprendo quel forziere (con chiavi altrui) arrivai a Barry Manilow, qualcosa come 20 anni fa.

Quando, in pieno bailamme brit pop, avendo capito da subito che gli Oasis non facevano per me, mi era venuta la fregola dei Menswear, anzi: Menswe@r.
Eh, sì – citandomi – “Qualcuno – più di qualcuno, invero – potrebbe obiettare la presenza dei Menswear in mezzo ad una lista dai nomi eccellenti”. Punto. Peccatuccio inspiegabile, visto con gli occhi odierni, ma forse non così mortale come all’epoca vollero farci credere.

C’era una prevenzione di fondo nei confronti di Johnny Dean e compagni, una prevenzione rimasta appiccicata anche dopo che ebbero smesso di farsi vedere in giro; un unico grosso, imperdonabile delitto, ovvero quello di aver avuto un successo improvviso, creato soprattutto dalla solita (solida) stampa britannica, pronta a renderli stelle da top ten ancor prima di aver registrato un solo secondo di musica. La stessa stampa che però non perdona chi non si suda il successo, in una sorta di paradossale schizofrenia critica.

Socialismo dorato che cola dalle penne della gran parte del giornalismo musicale (non solo) britannico, un proletariato sonoro che tende a far pendere il piatto della bilancia dalla parte di una gavetta di pianti e stridor di denti. Quindi, se incidentalmente siete inglesi, suonate in un gruppo e state leggendo queste righe, tenetelo a mente. Tenete a mente pure come fosse una prevenzione che allora trovai giusta e sacrosanta, perché – nel mio fondamentalismo pop intriso di sospiri anelanti a far parte del giornalismo socialista testè descritto – rifuggivo sdegnato da chi le classifiche non se le guadagnava con fame, notti insonni in qualche sgangherato furgone, perdite di peso improvvise e qualche umana sciagura lambita per strada e usata come passepartout per la solita gloria costellata di finta umiltà e lacrime di coccodrillo. Quasi da professionisti della disperazione. Amen.

Li bollai come impuri e creati a tavolino, quando invece non ci sono regole in quel grande circo che è il music business, e se ci sono rispondono soltanto all’imperativo di non sottostare alle stesse. Fu una prevenzione che albergò in me per parecchie settimane e non mi tolsi nemmeno dopo un viaggio londinese (lo stesso del quale parlavo riguardo ai Pulp).

Ci volle un fortuito incontro live, dove i Menswear mi apparvero in splendida forma, calibrati, capaci, muscolosi al punto giusto. Una band che faceva mordere la polvere a tanti blasonati colleghi (dico Suede, giusto per strappare gridolini da parte delle gentili pulzelle) e che non si risparmiò nemmeno per un secondo, davanti a 400 persone scarse. Ne uscii catturato, giurando a me stesso che mi sarei procurato tutto lo scibile procurabile su quei cinque ragazzotti londinesi. Lo feci senza troppe difficoltà e con un minimo esborso economico, essendo scemata da subito l’allucinazione collettiva che li aveva colpiti; è così che mi imbattei in questa curiosa raccolta dove – appunto – la loro resa di Can’t Smile Without You svettava – con efficacia ed eleganza – tra lacrime e armonie pop, dove le prime surclassavano di gran lunga le seconde.

Barry passò alla cassa e ringraziò, con un impercettibile cenno del capo.

L’hanno rifatta anche: Carpenters, Sean Beal, Engelbert Humperdinck

BARRY MANILOW – Even Now (Lp, Arista, 1978)
VV.AA. – Childline (Cd, Polygram Tv, 1996)

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