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05) All The Time In The World (Louis Armstrong) by My Bloody Valentine

17 febbraio 2013

Un classico, semplicemente. Un evergreen ormai entrato in tutte le orecchie del pianeta, in questa o quella versione. Ma più questa, che tutte le altre.

Appurata l’irraggiungibilità dell’originale, scritto da John Barry e Hal David (mica pizza e fichi) per uno dei migliori James Bond (On Her Majesty’s Secret Service, del 1969) di tutti i tempi e cantata da Louis Armstrong. We Have All The Time In The World sono le ultime parole pronunciate da Bond alla fine del film, giusto per lasciare tutti a bocca aperta, mentre Satchmo si insinua nei nostri brividi col suo sgraziato ma delizioso vocione.

Potrei anche fermarmi qui, senza commenti o altre spiegazioni visto il Pantheon dispiegato, ma come si fa a liquidare un capolavoro in tre minuti e il più grande musicista jazz (e non solo jazz) del XX Secolo in due righe? Stringere una carriera e alcune tra le più grandi pagine di musica del Novecento in uno sterile e veloce batter di tastiera? Sarebbe imperdonabile, volgare e – per una volta – davvero delitto di lesa maestà.

Perché Satchmo (a proposito: soprannome derivante da Satchelmouth, ovvero il modo in cui Armstrong suonava la tromba) è stato davvero il Re della musica popolare (e si prenda il termine con l’accezione più nobile possibile) del secolo scorso; l’uomo dalla più ampia gamma di possibilità sonore, il genio applicato ad uno strumento a fiato, l’eterogeneità stilistica fatta persona. Uno che poteva passare da Hoagy Carmichael a When The Saints Go Marching In, da Bessie Smith a Hello Dolly, da Duke Ellington al Festival di Sanremo (nel 1968 portò Mi Va di Cantare assieme a Lara Saint Paul) da Grassa è Bella (canzone in italiano che cantò in uno spettacolo RAI) a Dave Brubeck.

Non v’è nulla che Satchmo non abbia voluto provare a rileggere stilisticamente, masticandolo alla sua maniera, privo di preconcetti e paletti ma sempre con quel suo contagioso sorriso da gatto stampato in faccia.

Eppure la vita era stata davvero bastarda con questo figlio dei ghetti, nipote di schiavi verso il quale persino la data di nascita dovette attendere 80 anni per venire decifrata adeguatamente. E’ New Orleans il luogo scelto dal Dio della Musica (e come poteva essere altrimenti?) per depositare sulla terra il nostro, ma se il posto è giusto il momento e le circostanze non potrebbero essere peggiori: il padre fugge con un’altra donna, la madre è costretta a prostituirsi per tirare avanti e il piccolo Louis è da subito deve coltivarsi una dura scorza fatta di espedienti, piccoli reati e fame, col risultato di finire al riformatorio più volte durante una giovinezza fatta di asperità e dolore. Eppure a riguardo avrà a dire, con quella sua positiva giovialità che lo accompagnerà per tuta la vita: ‘Ogni volta che chiudo gli occhi per soffiare sulla tromba, beh guardo dentro al cuore della mia cara vecchia New Orleans, mi ha dato qualcosa per cui vivere’.

Ma si diceva del riformatorio, è lì che fa un incontro imprescindibile e miracoloso, per la sua vita e per la sua carriera. E’ all’interno della casa di correzione New Orleans Home For Coloured Waifs che il piccolo Louis incontra il professor Peter Davis. L’uomo prende da subito in consegna il rissoso Armstrong, intravedendo in nuce un innato talento per la musica. Lo educa, ne smussa le asperità caratteriali, gli instilla disciplina e dona i primi rudimenti musicali al giovane autodidatta.

Fa di più, il buon Davis, al quale dovrebbe essere eretto un monumento soltanto per questo minuscolo e dimenticato gesto: indica una tromba al piccolo e paffuto delinquente d’ebano, già avvezzo alla cornetta. E’ un amore a prima vista e – come si suol dire, e stavolta senza timore di retorica – l’inizio di una scalata al mito.

Uomo dalla generosità immensa, dai forti appetiti (di qualsiasi tipo), e dalle copiose beneficenze a chiunque ne avesse avuto bisogno, tanto che si vociferò a lungo di come i soldi elargiti superassero di gran lunga quelli tenuti per il suo sostentamento. Amante dei bambini (pur senza mai averne avuto uno) tanto da adottare Clarence, figlio di una cugina di Louis, morta dando alla luce il bimbo. Ma – siccome le disgrazie generalmente giungono a grappoli e odiano la solitudine – da subito, a causa di un grave incidente, il bimbo mostrerà i segni di una grave instabilità mentale. Per tutta la vita Satchmo non smise di prendersi cura del figlio con una dedizione e un dispendio economico ammirevole.

Il resto di questa favola sonora d’altri tempi è storia, cristallizzata in migliaia di incisioni, centinaia di apparizioni televisive e decine di libri; una storia che non ha avuto bisogno di scandali, droghe o capitomboli morali come tanti vati della musica popolare del secolo scorso (scrivo Billie Holiday e Chet Baker) e che non ha smesso di essere raccontata (e raccontata, e raccontata, e…) nemmeno dopo quel 6 luglio 1971, quando – a New York – un infarto cercò di bloccarla.

Riuscì a bloccare solo l’uomo, il mito sopravvisse e continua ad essere sparso nel mondo, basta chiudere gli occhi e immaginarsi quella sua faccia da cartone animato, le guance gonfie, il collo sudato e quell’espressione di immensa gioia che non ha mai lesinato.

We Have All The Time In The World, Satchmo, davvero. Abbiamo tutto il tempo del mondo per renderti merito.

L’han fatto anche i My Bloody Valentine, non senza un pizzico di malata ironia, quando – assillati dalle ripetute richieste di Alan McGee (Creation) per avere un nuovo disco che potesse risanare il buco temporale e finanziario dell’etichetta, ebbe in risposta soltanto questo brano.

Avevano tutto il tempo del mondo, voleva sottolineare con malcelata grazia un Kevin Shields ormai con la mente ottenebrata da alcool, demoni e sostanze psicotrope; novello Syd Barrett affetto da pinguedine. Rimarrà per eoni (almeno fino a questi giorni) l’ultimo pezzo di musica a nome My Bloody Valentine, e rappresenterà la vera discesa agli inferi e il fallimento della corazzata Creation Records.

Ma che rilettura, ragazzi. Valeva la pena attendere e fallire.

L’hanno rifatta anche: Iggy Pop, Fun Lovin’ Criminals, Tindersticks, Puppini Sisters, Amalia Grè, Manlio Sgalambro, Michael Ball, Vic Damone

JOHN BARRY AND HIS ORCHESTRA – All The Time In The World (7”, EMI, 1969)
VV.AA. – Peace Together (Cd, Island, 1993)

One comment

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