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06) Right Now (Herbie Mann / Mel Tormè) by The Creatures

26 gennaio 2013

Avere almeno 25 dischi a tuo nome tra i 200 più venduti di Billboard e rimanere sconosciuto al grande pubblico è davvero un paradosso inspiegabile. Eppure il nome di Herbie Mann compare in almeno 500 produzioni (100 delle quali interamente a suo nome), nelle più svariate mansioni (autore, session man, ospite e chi più ne ha più ne metta); stakanovista sempre pronto a saltabeccare con puntiglio tra generi e stili, abbattendo paletti e scardinando metodologie acquisite.

Uomo inafferrabile Mann, soprattutto nella sua opera musicale e per forse proprio per questo ostracizzato alquanto e tenuto ai margini dei giri che contano a causa della scarsità di punti di riferimento disseminati in 8 lustri di carriera. Furono soprattutto i puristi del jazz ad etichettarlo come parìa, sempre pronti a disquisire – arroccati sulle proprie posizioni – dall’alto dei loro lupetti neri e gli occhiali finemente intarsiati. Herbie Mann invece era uomo che razziava la musica senza osservarne i codici, prendendo alla lettera quel famoso assioma Zappiano che recita: ‘Quando tutti zigano, tu zaga’.

Zigava assai il nostro, invece. Eccome se zigava. Abbandonando una carriera jazzistica di buon livello per flirtare con la disco, con il reggae, la musica brasiliana, per un percorso che oggi potremmo trovare adiacente a quello di un altro personaggio singolare: Arthur Russell. Ma se quest’ultimo ha visto un improvviso innalzarsi della popolarità post mortem, finendo con l’essere citato – anche a sproposito – ovunque, sul buon Herbert Jay Solomon (scomparso nel luglio 2003) è sceso un imbarazzante silenzio, nonostante quei 25 dischi dei quali si disquisiva poc’anzi.

Ottimo flautista, non ebbe paura di contaminarsi parossisticamente in un escalation di curiosità musicali dal sapore onnivoro: suo il merito d’aver sdoganato – in tempi davvero non sospetti – la fregola della world music, imbevendola di fraseggi jazz; sua la curiosità di portare nel pop strumenti africani; sue le primissime intuizioni bossa arrivate in occidente. Non basterebbe un libro (speriamo davvero che, prima o poi, qualcuno si decida a scriverlo) per coprire lo spettro musicale esplorato da Herbie Mann, ma vi bastino un paio di titoli per ca(r)pirne l’intelligenza e la versatilità: Superman ad esempio, un 12” mix di stampo disco torrido come pochi in quell’inflazionato periodo, dove su un groove possente iniettava coretti da soft porn e un ritornello contagioso.

Brano che farebbe ancor oggi la sua porca figura in qualsiasi pista da ballo, magari rimaneggiato da gente quale Lindstrom o Holy Ghost. E poi Push Push, album ganzissimo e tamarro sin dalla copertina, quasi una crasi porno gay tra Shaft e Barry White, dove il nostro svetta a torso nudo con un flauto appoggiato sulla spalla, rimembrando vaghe somiglianze somatiche con il benemerito John Holmes. E non a causa del flauto.

Ma come ci si diverte dentro quei solchi, ragazzi! Un immaginifico viaggio porno tra liquami cool jazz e lo Studio 54, tra la Mo’Wax più indolente e Beck lasciato volteggiare a 16 giri, tra un Miles Davis elettrificato e un George Clinton abbandonato nel cosmo. Borbottano e gorgogliano passaggi be bop, percussioni africane, carnascialesco rhythm and blues al rallentatore e uno scuotimento di chiappe e di cervello come raramente era accaduto d’udire in siffatto ambito. Ma più il secondo che il primo.

Giamaica e New York, Memphis e Nashville, Tangeri e i Balcani, il tutto mescolato con la pesante e carismatica impronta del nostro per un ellepi che sarebbe bene avere, magari anche soltanto nella riedizione in cd uscita una manciata d’anni orsono. Ma non è questo il Mann che ci interessa, pure se sarebbe ottimo riscoprirne alcune spezie davvero gustose (gli album Memphis Underground e Herbie Mann & Joao Gilberto with Antonio Carlos Jobim, ad esempio). No, a noi interessa un grande, grandissimo brano, semplice e perfetto nel suo swing, che venne reso celebre da Mel Tormè qualche mese dopo l’uscita ufficiale, prima che si spandesse al vento con la sua guizzante melodia.

Quel brano è Right Now. Scritto nel 1962 assieme a Carl Sigman – un altro grande e dimenticato compositore statunitense – portava la consueta dose di gioia e schioccar di dita nella (già allora) vasta discografia del signor Solomon. Uno swing dal sapore retrò ma reso attuale da un febbricitante nervosismo che non sfuggiva a Tormè, pronto ad includerlo in quel bel compendio di modern jazz danzabile chiamato Comin’ Home Baby (Capitol, 1962). Dovevano però passare 21 anni perché la più improbabile rilettura trovasse la via delle classifiche dissotterrando la canzone al grande pubblico.

Era Siouxsie, assieme al fido compagno Budgie ad accentuarne le estremità danzerecce con il loro progetto Creatures, e dunque percussioni, fiati, acceleratore pigiato ed un cantato sexy ed indolente trasformavano un uptempo jazz in qualcosa di diametralmente dissimile: c’è lo swing, nella versione dei Creatures, la black music, l’algida scorza della new wave (nel cantato della Signora Dallion) e un groove torrenziale che non ha paura d’insozzarsi.

Fatelo vostro, in qualunque momento vi capiti sotto mano, anche se sarebbe meglio ‘proprio ora’.

L’hanno rifatta anche: Pussycat Dolls, Leon Jackson, Aretha Franklin

HERBIE MANN – Right Now (Lp, Atlantic, 1962)
THE CREATURES – Right Now (7”, Polydor, 1983)

One comment

  1. That is a good tip especially to those new to the blogosphere.
    Brief but very precise info… Appreciate your sharing this one.
    A must read post!



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