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07) I Only Want To Be With You (Dusty Springfield) by The Tourists

6 gennaio 2013

Piuttosto di fare come l’asino di Buridano, morto di fame perchè indeciso quale scegliere tra due balle di fieno perfettamente uguali, preferisco crepare di indigestione spazzolando l’intero piatto, che è sempre meglio un rimorso di un rimpianto. E dunque: mi permettete – una tantum – due versioni della stessa canzone? Mi permettete di oscillare tra il bubblegum pop dei Tourists (che, a rigor d’archivista, metto nell’indice) e la brillantissima (a suo modo) ma triste cometa Bay City Rollers?

Due belle storie per due cover quasi identiche ed incise a pochissimi anni di distanza l’una dall’altra. Versioni didattiche, quasi pedisseque del planetario hit portato al successo nel 1963 da Dusty Springfield; quel refrain sbarazzino ed agrodolce che ha visto rincorrersi negli anni centinaia di tentativi di rilettura (e come dimenticare l’italico cinguettare dei Les Surfs titolato ‘E adesso te ne puoi andar’?), mai così fortunati come la primeva incisione.

La classica canzone pop stupra classifiche, che rappresentò il vero debutto della signorina Mary Isabel Catherine Bernadette O’Brien, in arte Dusty Springfield. Se l’Italia ha avuto Mina e la Francia Dalida allora la piccola Mary è stata un fenomeno di costume anglosassone paragonabile alle due superstar appena accennate.

Fu questa la prima canzone ad essere eseguita a Top Of The Pops, inaugurando una trasmissione che avrebbe fortemente caratterizzato la storia – non solo musicale – della Gran Bretagna. Ma non siamo qui per parlare della pur ottima e talentuosa Dusty (morta nel 1999, qualche giorno prima d’essere insignita dell’OBE ovvero Ufficiale dell’Impero Britannico), no… Sebbene l’ascolto di I Only Want To Be With You riporti immediatamente a lei ed al suo allegro e indimenticabile cinguettìo, sono altre le versioni che ronzano nella mente e ci preme sviscerare: quella dei misconosciuti Tourists in primis, ovvero null’altro che gli Eurythmics prima che Dave Stewart e Annie Lennox facessero comunella anche nella vita; un muscoloso power pop che rappresentò l’unico scampolo di successo per questa formazione frettolosamente dimenticata.

Eppure era una versione che scalciava e tirava come poche altre in quegli anni, nerboruta, rispettosa e perfettamente canticchiabile, dove un po’ di Blondie ben s’accompagnava ad una spolverata di Knack e di new wave inglese. Rilettura adeguata al periodo storico, perfetto omaggio ad un originale già perfetto di suo ed entrato in un immaginario globale che mai conoscerà momenti di stanca. Un party killer il pezzo dei Tourists, troppo frettolosamente dimenticato anche tra i filologi del pop.

Ma prima c’erano stati i Bay City Rollers, ovvero gli antesignani di tutte le boy band del mondo, quintetto scozzese che tra il 1974 e il 1976 provocò un’isteria fino ad allora mai udita in tutto il globo terracqueo (Italia esclusa, naturalmente). Figli dei Monkees, fratelli degli Sweet e padri inconsapevoli di tutti i Milli Vanilli e Take That a venire (con in sovrappiù i Duran Duran) i Rollers incarnarono perfettamente l’impeto radiofonico e la scanzonata voglia di libertà adolescenziale di metà settanta; canzoni sbarazzine, sorrisi, capelli fluenti, pantaloni attillati e una lista di singoli a raggiungere la sommità delle classifiche su entrambe le sponde atlantiche.

Sempre osteggiati e sbeffeggiati dalla critica (per anni si ha avuto il sospetto che, per velocizzare le registrazioni, la casa discografica fosse ricorsa a prezzolata manovalanza di studio) caddero quasi subito vittime di un cinico oblìo e di una pletora di tragedie tenute rigorosamente celate nel corso degli anni: esaurimenti nervosi, liaison omosessuali, truffe, lotte fratricide e scaltri manager contribuirono nel portare alla rovina coloro che per un attimo infinitesimale ebbero il mondo ai loro piedi.

L’intera storia, con onestà critica e dovizia di particolari, è riportata nell’ottimo Bay City Babylon (The Unbelievable But True Story Of The Bay City Rollers), forse l’unico libro (edito da Hats Off Books e scritto da tal Wayne Coy) ad aver speso qualche sincera parola sulla querelle. Finirono come parìa, dopo aver venduto qualcosa come 100 milioni di copie ed aver raccolto briciole di diritti d’autore.

Una prevenzione, quella che ha accompagnato i Rollers, mai completamente scioltasi ed anzi usata come denigratorio esempio ogniqualvolta si fosse voluto citare il nome di qualche gruppo da esporre al pubblico ludibrio. Eppure il loro gracchiare su I Only Want To Be With You funzionò eccome con quel saltabeccare tra Gary Glitter, i Darts, annacquati T-Rex, anni sessanta assortiti e tutto quel pop maldestro nonché indeciso nello schieramento del quale la Gran Bretagna è sempre stata astuta maestra.

Ne incisero una versione fresca, estiva, abbronzata al punto giusto nei ritmi e dal sorridente arrangiamento, una versione che funzionerebbe ancora da Dio, dinanzi all’odierno deserto discografico, oasi lussureggiante da sorseggiare in spiaggia all’imbrunire, dinanzi al relitto di tutti i Blink 182 del globo.

L’hanno rifatta anche: Les Surfs, Nicolette Larson, Southside Johnny & The Jukes, Luis Miguel, Samantha Fox, Sara Lee, Tina Arena, The Flirts

DUSTY SPRINGFIELD – I Only Want To Be With You (7”, Philips, 1963)
THE TOURISTS – I Only Want To Be With You (7”, Logg, 1979)
BAY CITY ROLLERS – I Only Want To Be With You (7”, Bell, 1976)

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