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08) Children Of The Revolution (T-Rex) by Baby Ford

4 dicembre 2012

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Calcio e rock and roll sono sempre andati di pari passo, soprattutto in Inghilterra, come è giusto che sia dacchè cose che i britannici si vantano d’aver – se non inventato – almeno rese moderne, di pubblico dominio e spesso equiparate ad arte (dico Beatles e George Best. E mi fermo); e dunque le affinità non possono fermarsi in prossimità di un prato verde o di un palco.

Ma è un peccato che un simile e godurioso binomio non abbia potuto espatriare dall’isola e diffondersi un po’ ovunque, per portare un po’ di felicità e qualche sorriso ai poveri di spirito. Invece è rimasta una cosa quintessenzialmente inglese (nonostante il cd con le selezioni di Alessandro del Piero e quella imbarazzante formazione mesozoica che ci ostiniamo a chiamare Nazionale Cantanti); facce della stessa medaglia che addirittura – fino a pochi anni fa – riusciva a convergere in prossimità dei grossi festival estivi dei tornei di soccer tra band e roadies, tanto per sottolineare l’assioma.

A tal proposito girano ancora in rete vecchie fotografie tratte dal NME o MM nelle quali dei pallidi Robert Smith, Rod Stewart e Damon Albarn si trastullano in area di rigore, il che – converrete – non è la stessa cosa che avere in formazione Luca Barbarossa e Andrea Mingardi.

Anche se fu un non inglese, Bob Marley, l’uomo che più di tutti riuscì a far coesistere quelle due grandi passioni, e chissà qual’era quella che primeggiava mentre faceva ondeggiare i lunghi dreadlocks. Perché i calciatori e le rockstar hanno sempre avuto moltissimi punti in contatto, oltre agli arti. E se gli uni usano i piedi, gli altri hanno da far faticare le mani per portare a casa la pagnotta, sovente dorata. Quanti pazzi in entrambe le categorie, quanti finti geni, quanti talenti sprecati o soltanto mai sbocciati completamente, persi in una carriera mai decollata. Quanti meravigliosi funamboli caduti troppo presto.

Sarebbe un’idea bellissima, romantica e anche un po’ d’altri tempi trovare i punti di contatto tra gli eroi delle due specialità, per poi chiamare a disquisirne qualche dotata penna, magari in un agevole libercolo. Fosse ancora vivo Soriano l’avremmo messo al lavoro senza indugio, ci avrebbe rivelato delle sorprese e fatto sgorgare qualche lacrimuccia rivelandoci splendori e tragedie, miserie ed eroi di entrambe le categorie, scovate in lunghe ricerche d’archivio o soltanto facendo andare a ritroso la memoria.

Ma il buon Osvaldo non c’è più, se n’è andato nel 1997, quando il calcio ormai era da tempo roba da faccendieri e il pop si era afflosciato, grazie agli stessi faccendieri del calcio; forse – vista la mala parata – ha preferito togliere il disturbo e mandarli tutti doverosamente affanculo. E’ stato un rapido inabissarsi, quello che ha visto coinvolte le due corazzate dispensasogni, e accusare il downloading e i procuratori è un ottimo alibi per non voler vedere anche il tonnellaggio rimasto a boccheggiare sotto il pelo dell’acqua.

Nella discografia sono arrivati i nuovi rampanti, quelli magari provenienti da ditte enogastronomiche, da multinazionali della bellezza o possessori di qualche master a molti zeri, guadagnato in qualche prestigiosa università americana. Gente pronta a spiegarti la musica con diagrammi e iperboli, come se dovessero rendicontare una partita di mortadelle, soloni che probabilmente di musica ne hanno acquistata ben poca nel corso delle loro vite agiate, ma si credono sufficientemente smaliziati per essere convinti di riuscire a persuadere una nazione a non seguire il loro esempio (“fate come vi dico, non come ho fatto”).

Spocchiosetti dalla cravatta regimental e una manciata di capelli a nascondere il poco che v’è sotto. Non che nel calcio sia andata meglio, lì hanno cominciato ad arrivare spider piene di cummenda sovrappeso che la mortadella la vendevano davvero, e ne vendevano talmente tanta da essere diventati miliardari senza accorgersene, tra una boccata di Toscanello e l’altro, pronti ad irrorare di soldi (tanti) e cervello (poco) un mondo del quale erano completamente ignari ma che li attizzava alquanto, perché significava davvero ‘essere arrivati’ se riuscivi a mettere le grassocce mani sui libri contabili e le gambe pelose di una squadra di calcio, anche solo di media cilindrata. La squadra la xe mia e fasso quel che vojo, ‘un su mia un barbùn mi!

Un mezzo come un altro per comperarsi un po’ di rispetto in città, per essere ammessi nel gotha che conta, per dare in escandescenze in diretta televisiva, magari per rimediare anche un po’ di gnocca fresca, che le mortadelle saranno anche morbide, ma accarezzarle ogni sera ti fanno sentire un po’ solo, nonostante una famiglia in fila per tre col resto di due. Mogli. Vero cummenda? Non che quelle pelose gambe siano mai state sinonimo di pensatori alla Wittgenstein, e quanto erano ingenui e… massì! Teneri quei visi scavati dalla fame che si guardavano attorno salutando la moglie o la mamma alla fine di ogni partita, intervistati dalla radio e dall’Enrico Ameri di turno.

Erano altri tempi e il progresso non lo puoi fermare, baby, mettitelo bene in testa. Oggi tra un party (o una partita) di beneficenza, due sponsor, la pubblicità di qualche mutanda attillata e un gerundio declinato a casaccio questi signori sono riusciti a far morire una passione e rinsecchire un’amore che per mezzo secolo fu abbastanza puro nella sua ruvida indelicatezza. Sono anni che – nell’una e nell’altra parte – latitano i veri artisti, quelli impossibili da imbrigliare, quelli dalla rapida caduta e altrettanto veloce ascesa, quelli insofferenti alla corte dei miracoli che di solito li accompagna.

Non ci sono più, sostituiti da salutisti (un salutista nel rock è fastidioso e falso quanto una puttana vergine), piedi storti, acconciature, tatuaggi e onesti spazzapalle dai tratti somatici simili al classico impiegato del catasto. Gentaglia dal cartellino da milioni di euro che si mangia goal imbarazzanti, superstar con la villa a Miami incapaci di cantare un’intera strofa senza soffocare. Zavorra che in altri tempi avremmo murato viva dietro i nostri pensieri, sigillando il tutto con uno sputo di disprezzo. Chierichetti delle sette note e dell’area di rigore, manovalanza sovente mediocre incapace di dire ciò che pensa o soltanto pensare a cosa dire.

Ieri Nereo Rocco, Gipo Viani e Ezio Vendrame, oggi Josè Mourinho e Marcello Lippi e ben ci sta, perché anche noi siamo fatti così e non mangiamo nulla di quello che non riusciamo a digerire. Un fiume piatto e melmoso nel quale Baby Ford, con un paragone calcistico, fece la figura del portatore d’acqua finalmente pronto a beccare l’azione della vita. L’onesto mestierante, il talentuoso e visionario pazzoide che le case discografiche non avevano mai saputo come maneggiare (ma avete visto come è vestito? Che cosa ci facciamo di uno così? E’ sempre fuori di testa! E poi, che sarà mai ‘sta Acid House?), quello solito lavorare in silenzio affinchè il bomber di turno ne guadagnasse qualcosa, la rivincita del proletariato dimenticato da madre natura, il treno che passa una sola volta nella vita, e tu magari non sei nemmeno nei pressi della stazione.

Stavolta c’era, Il Piccolo Ford, e corse così forte da prenderlo quel treno: Children Of The Revolution arrivava come un cross dalla fascia laterale, lanciato anni prima da Marc Bolan, sul quale il tossico raver si era gettato a corpo morto, colpendo al volo in rovesciata dalla trequarti per il goal più bello (l’unico, invero) della sua carriera interamente giocata al freddo su qualche panchina di ogni triste squadra di provincia. Lo insaccava giusto nell’angolino in alto a sinistra, l’unico lasciato libero da un portiere che faceva sembrare la porta più piccola di quanto effettivamente fosse, e forse lo era davvero dinanzi a quelle grandi mani strette in guanti che parevano da baseball tanto era il timore che incutevano.

Ma Baby Ford non ebbe paura e si gettò, cadendo di schiena nell’erba, “che è dura assai ma mai quanto le panchine, credetemi”, raccontò anni dopo. Assist sublime, si disse e scrisse nei posti che contavano, togliendogli anche il merito della cannonata e relegandolo ancora una volta a quelle fredde panchine alle quali ritornò subito dopo, felice come un bambino dopo la rivoluzione. Acid.

L’hanno rifatta anche: Violent Femmes, Lloyd Cole, Soulwax, Bono & Gavin Friday & Man Seezer, Nena, Fast Set, Arto Lindsay & Marc Ribot, Bang Tango, Casanova, Dakota Star, Les Humphries Singers, Marius De Vries, Sort Sol

T-REX – Children Of The Revolution (7”, EMI, 1972)
BABY FORD – Children Of The Revolution (7”, Rhythm King, 1989)

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