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09) It’s My Party (Lesley Gore) by Dave Stewart & Barbara Gaskin

22 novembre 2012

C’era una sirena nera, quella sera d’agosto del 1993 a Stoccarda, era la più bella, la più nobile e la più veloce. Era anche la sirena più umbratile, poco incline ai sorrisi e alle pagliacciate eccentriche di tantissimi velocisti, l’eterna favorita che cadeva spesso in prossimità di medaglia e che per questo strappava un applauso in più.

Se Grace Jones è stata la tigrata dea delle piste da ballo, Marlene Ottey fu il vellutato ghepardo di quelle in tartan. La donna più decorata nella storia dell’atletica leggera: record assoluto di medaglie mondiali (quattordici: 3 ori, 4 argenti, 7 bronzi) e olimpiche (otto: 3 argenti e 5 bronzi). La sinuosa sirena che quella sera a Stoccarda tutti davano per vincente, sebbene avesse già 33 anni, un’età che per i velocisti significa residence per anziani, muscoli induriti come il cuoio e acciacchi.

Marlene era lì, bella come sempre ma con il volto tirato, sapeva che avrebbe dovuto vedersela ancora una volta con Gail Devers, una meno bella e meno sinuosa, ma spesso più veloce. E non aveva nessuna intenzione di fare ancora una volta la fine che sembrava le fosse stata imposta come un fardello da un destino melmoso, ovvero di essere l’eterna seconda, la speranza più brillante, l’onda più spumeggiante che si infrange malamente sugli scogli.

Come ai Campionati Mondiali di Tokyo, due anni prima: che beffa pensava Marlene mentre si sistemava ai blocchi di partenza nella calda serata tedesca, stirando le lunghe e aggraziate leve da gazzella, lontane dalle inumane muscolosità di certe sue colleghe e maledicendo ancora una volta quel trauma giapponese, tatuato nei suoi ricordi. Che maledetta, infinita beffa. Non c’era storia, pensava guardandosi le scarpette, soprattutto sui 200 metri, non c’era assolutamente storia e invece mi spunta fuori questa tedesca, come si chiamava… ah sì, la Krabbe che letteralmente vola sulle ali di chissà quale entusiasmo chimico e finisce davanti all’americana Torrence. 100 metri e 200 metri, stesso identico risultato. Io due bronzi e due pacche sulle spalle.

Ho pianto tre mesi, conficcandomi le unghie nella pelle nera, ma non mi sono data per vinta. La Krabbe, bella roba… squalificata da tutte le gare dopo qualche mese, la signorina. Doping come se piovesse, shame on you, ma il risultato rimase negli annali e nella mia pelle, conficcato come una spina.

Oggi non piove però, e questi Mondiali di Stoccarda sono una bella occasione per rimettersi in pari. E’ una bella serata di fine estate e Gail pare nervosa quanto me, se non di più; riesco a scorgerla con la coda dell’occhio mentre faccio finta di abbassare il collo per stirarmi nell’attesa dello sparo, e vedo che lei sta facendo altrettanto nella mia direzione.

Non so per quanto ancora potrò essere ai massimi livelli, l’anno scorso ai Giochi Olimpici di Barcellona ho raggranellato soltanto un quinto posto nei 100, e non ho più quella reattività che mi faceva scattare le gambe come se fossero dei fuochi d’artificio in una notte d’agosto. La mia carriera è stata di alitissimo livello ma – chissà perché – mai pari alle aspettative, tantomeno alle mie. Soprattutto alle Olimpiadi, dove non ho mai catturato il gradino più alto.

In ogni caso concentriamoci e facciamo silenzio, che i 100 metri a voi sembreranno faccenda di qualche manciata di secondi ma per chi li corre non finiscono mai, e anzi arrivare al traguardo è il minimo, la vera fatica comincia subito dopo, quando cominci a far di conto da allora e per sempre. Quindi concentriamoci.

Percepisco un silenzio quasi irreale mentre mi contraggo come una molla, pronta a scattare; non ho mai avuto una gran partenza, gli esperti dicono che io le medaglie le perdo ai blocchi con i miei tempi di reazione. Ma gli esperti mica corrono, gli esperti sono quelli che vedo seduti in comode poltrone lungo il perimetro delle tribune d’onore, con cuffie e monitor.

Gli esperti non hanno gambe come le mie, e forse sono esperti proprio perché non sanno correre così veloci. Mi sembra d’aver divorato già mezza pista quando avverto lo sparo e mi tuffo come un ogiva nera lungo quella corsia dal rosso innaturale, un rosso che sa di savana e polvere. La Devers è subito avanti, merda. Alza le ginocchia Marlene, sii più sciolta, 100 metri sono lunghi e il traguardo è ancora lontano, la puoi prendere, la stai già prendendo, non è fluida come al solito l’americana, stavolta ce la fai. Cazzo se ce la fai, le stai rubando un passo ogni dieci metri, il suo vantaggio si assottiglia, sono sicura che mi sta sentendo arrivare. Sentiamo tutto noi, mentre corriamo, anche il ticchettìo dei cronometri in sala giuria.

Potrei toccarle la maglia, ora.

L’hai presa Marlene, avete i gomiti che si sfiorano, il busto proteso come due gemelle siamesi dallo stesso cordone ombelicale. Forza Marlene, ancora quattro passi, tre, due, non puoi perdere l’oro anche oggi.
Non puoi.
Non posso.
Non.
No.

Quella sera a Stoccarda Marlene Ottey e Gail Devers arrivarono perfettamente appaiate, in uno dei più bei duelli che l’atletica abbia mai potuto ammirare, un fotofinish a due che nemmeno nel nuoto sincronizzato fu mai così perfetto nel suo essere speculare. Per decretare la vincitrice di cotanta reale contesa ci volle un’intera ora di camera di consiglio dei giudici con conseguente revisione delle immagini elettroniche, fotogramma per fotogramma.

Poi le macchine (o la federazione statunitense) decisero che Gail Devers l’aveva spuntata. Per 3 millesimi di secondo. Non centesimi, millesimi. Si dovettero usare i millesimi per scoprirlo. Il nulla, un’inezia anche per un mondo che viaggia freneticamente e non si ferma mai. Il tempo di un’intenzione, di un sorriso rubato, di una medaglia d’oro che non è mai arrivata. Marlene non battè ciglio, si limitò a saltellare sulla pista per qualche manciata di secondi, quasi come se in cuor suo sapesse di non poterla spuntare, contro il tempo, contro la Devers, contro la federazione. Prese l’argento e tornò a casa, ovvero in Italia, dove viveva.

Ma non era finita, perché il destino suona sempre due volte, soprattutto quando non vuoi aprirgli. State a sentire: finale dei 100 metri alle Olimpiadi di Atlanta. Sono passati tre anni, Marlene ne ha appena compiuto 36, è lì per la storia non per le medaglie; è lì per far vedere a Gail Devers che non si è mai dimenticata quella serata a Stoccarda. E’ lì per ributtarle in faccia quei tre millesimi di secondo, per fare la corsa della sua vita, magari per arrivare fuori dal podio ma senza la beffa.

Dammi quattro decimi, mezzo secondo, dammi due metri, lasciami a terra agonizzante. Ma non la beffa. E’ lì soltanto per fare quello che le è sempre riuscito meglio: correre, senza sprecare sorrisi o saluti ruffiani. Saranno quattro i millesimi, in quel torrido crepuscolo americano, quattro millesimi e un arrivo nuovamente in perfetta simbiosi, un traguardo che dovette essere sezionato ancora una volta, ma che nemmeno allora le fece sgorgare una lacrima.

Onore alla Devers pensò, io mi ritiro.

Invece a Sidney 2000 era ancora accovacciata ai blocchi di partenza su quella corsia dall’ambrato colore nella finale dei 100 metri, dopo una brutta storia di doping che l’aveva coinvolta l’anno precedente. Una storia strana, mai chiarita, un tentativo di metterla fuori per sempre, forse. “Sono pulita”, aveva dichiarato per dieci, cento, mille volte, almeno finchè non si scoprì che il laboratorio aveva sbagliato le analisi e quel Nandrolone non apparteneva a lei.

E, ci credereste? Una beffa, l’ennesima. Arrivò quarta, vincitrice la stranamente imbattibile Marion Jones. Amen ma ancora no. Nel 2007, mentre Marlene (a 47 anni e 77 giorni) partecipava ai Campionati del Mondo di Osaka, la Jones stava dichiarando al mondo di aver usato sostanze dopanti in tutte le gare delle Olimpiadi australiane; mea culpa, lacrime (quelle che Marlene si era sempre rifiutata di regalare ai cronisti) e restituzione delle medaglie. Una speranza per la Ottey, la speranza di vedersi assegnare un bronzo olimpico vinto a 40 anni, con la sola forza delle gambe e del carattere, cuore duro e polmoni di ghisa. Ci penserà il CIO a rimettere le cose a posto, disse, ripensando alla sua ingiusta squalifica.

Ci pensò. Decidendo di non riassegnare nessuna delle 5 medaglie (3 ori e 2 bronzi) vinte dalla Jones in quei Giochi Olimpici per non dover premiare la seconda arrivata, la greca Thanou, protagonista nel 2004 di un’altrettanto squallida storia di sostanze dopanti. Colpirne una per educarne cento, e poco importa se colpisci l’innocente. Non bastano le gambe e il carattere se il mondo è infetto, non basta la volontà se tutti – dai glaciali cronometri ai rinsecchiti giudici – ti spingono indietro in quella lunga e grigia pista chiamata vita.

Nonostante le beffe, l’oro olimpico che le è sempre mancato e i rarissimi record personali, Marlene Ottey rimane la più grande velocista di tutti i tempi, la gazzella d’ebano più affascinante che sia mai entrata in uno stadio. Marlene Ottey è stata la velocità declinata donna, il volo su una corsia che sa di savana e polvere, la corsa su lunghe gambe dal brunito colore.

Certo, altre sono state più intense ed esplosive (Florence Griffith-Joyner ad esempio) o ‘speciali’ nella loro storia (Wilma Rudolph) ma nessuna ha mai raggiunto quella perfezione, quella grazia e quell’equilibrio che ti fa sembrare un tuttuno con quella soffice striscia di tartan.

Sono solito riguardarmele, quelle due maledette finali, le scruto al rallentatore e ogni volta mi risuonano in testa le note di It’s My Party. L’emblema dei piccoli dolori legati alla giovinezza, lo sbattere bruscamente il muso dinanzi alla difficoltà di essere adolescente, dove ogni minima delusione diventa una tragedia, proprio perchè non hai mai avuto bisogno di soffrire e quella cosa che ti brucia all’altezza dello sterno non sai come maneggiarla, o soltanto farla smettere.

Per la prima volta, con Lesley Gore (all’epoca appena sedicenne) l’adolescente acquista un significato, viene messo in primo piano e – soprattutto – può parlare delle sue emozioni. It’s My Party è l’equivalente sonoro de Il Giovane Holden, una piccola rivoluzione che mi piace pensare abbia innescato la miccia per il Sessantotto meno ingrugnato, un pezzo semplice ma rivoluzionario, e non posso non tornare con la mente a quelle due finali e al fiero portamento di Marlene Ottey.

La versione originale di Lesley Gore – con la sua tensione che pare scoppiare in acuti singhiozzi – sarebbe stata perfetta per la serata di Stoccarda; mentre l’obliqua e liquida resa della coppia Stewart&Gaskin invece andrebbe conservata per tutte le volte che qualcuno manda un pensiero a quella finale olimpica di Atlanta.

Io me le riguardo spesso, quelle due serate cara Marlene, e mi ritrovo sempre a sussurrare, mentre i fotogrammi scorrono sotto le tue lunghe ed aggraziate gambe d’ebano, che – nonostante tutto – questa è la tua festa. Adesso puoi piangere finchè vuoi.

L’hanno rifatta anche: The Chiffons, Richard Anthony, Bryan Ferry, Svenne & Lotta, Chaka Khan, Sigue Sigue Sputnik (col titolo It’s My Planet), Brenda Lee

LESLEY GORE – I’ts My Party (7”, Mercury, 1963)
DAVE STEWART & BARBARA GASKIN – It’s My Party (7”, Stiff, 1981)

2 commenti

  1. per completezza d’informazione (ma solo per quella, eh: qui si sta al museo degli orrori) ci sarebbe pure questa versione:

    (ma l’occhialuto biondo del video di Stewart & Gaskin non è Thomas Dolby?)



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