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11) Gloomy Sunday (Billie Holiday) by The Associates

8 ottobre 2012

A pensarci, non sono poche le canzoni che hanno omaggiato il sacro giorno dedicato al riposo, e per ogni Blue Monday o Ruby Tuesday c’è sempre Una Domenica Bestiale a contraltare. Parecchi artisti hanno estirpato il significato e il valore della Domenica, donandoci una visione corrotta o soltanto diversa di quelle ore dedicate all’ozio. La Sunday Morning dei Velvet Underground (e dei, vabbè, Maroon5) è sicuramente la prima a tornare in mente; così come la sanguinosa domenica degli U2.

Ma anche Everyday Is Like Sunday di Morrissey, Sunday Morning Call degli Oasis, Black Sunday dei Cypress Hill; la Loving You Sunday Morning degli Scorpions, Lazing On A Sunday Afternoon dei Queen, Sunday dei Sonic Youth, Blue Sunday dei Doors, Lazy Sunday Afternoon degli Small Faces, giusto per citare le prime.

Ma è una e una soltanto la madre di tutte le canzoni dedicate al Settimo Giorno, ed è il capolavoro cantato da Billie Holiday sul quale sono state edificate ziqqurat di cupe leggende e che dovrebbe essere patrimonio comune di ogni abitante del pianeta. Così non fosse immagino che uno straccio di storia la pretendiate, vero? Sia.

Gloomy Sunday (titolo originale Szomorú Vasárnap) è una canzone del 1933, scritta dall’ungherese László Jávor e musicata da Rezső Seress, una cupa e deprimente marcetta funebre nata durante una triste domenica parigina nella quale Seress si isolò per musicare il suo stato d’animo, abbattuto dalle incomprensioni con la sua compagna e dalla frustrazione di non riuscire a sfondare nel mondo della musica. E sulle tristi note di Seress, Làszlò Jàvor scrisse un plumbeo testo inneggiante al suicidio. E’ una canzone che parla dell’inutilità di vivere in assenza della persona amata, dove armonia e vocalità si sposano alla perfezione in un abisso di disperazione che si imprime nell’ascoltatore.

Ebbe – contrariamente a tutte le canzoni precedentemente proposte da Seress – un successo immediato, ma anche una strana concausa di luttuosi eventi. Al pari di Strange Fruit (altra traccia cantata dalla Holiday) Gloomy Sunday cominciava ad indurre al suicidio alcuni ascoltatori, incapaci di ribellarsi al maelstrom emotivo che quelle poche note scatenavano.

Strani resoconti arrivavano negli uffici della casa discografica: lettere di condannati a morte, tragici trafiletti di cronaca nei quali si sottolineava la presenza dello spartito in molti casi di suicidio, disperate invocazioni di aiuto. Sembrava scritta dal diavolo, quella canzone, e i bagliori di una guerra ormai imminente non facevano altro che gettare benzina sul fuoco di quell’inferno emotivo. Allarmata la BBC ne proibì la messa in onda (diktat che rimase in auge per molti anni) senza però riuscire ad arginare il fenomeno.

Gloomy Sunday continuò a portarsi dietro la nomea di canzone maledetta, alla quale era impossibile resistere senza impazzire; nomea che trovò un ulteriore prova quando, nel 1968, Seress si uccise gettandosi da una finestra del suo appartamento a Budapest e la donna alla quale quelle tristi note erano dedicate trovò fine ai suoi giorni avvelenandosi, poco dopo. Per anni, malgrado l’enorme successo ottenuto, si evitò persino di nominare il titolo, per paura che potesse scatenare chissà quale inferno di pazzie assortite.

Un pezzo impresso talmente a fondo nell’immaginario collettivo che c’è addirittura un film (The Kovak Box, del 2006) interamente imperniato sulla canzone, dove si racconta di uno scrittore intrappolato sull’isola di Maiorca assieme ad un gruppo di amici ai quali è stato impiantato un chip sottocutaneo che induce al suicidio ogniqualvolta indotti all’ascolto di Gloomy Sunday. Ma sono i rifacimenti quelli che ci interessano, e nonostante la terribile fama sono moltissime le versioni (la prima incisione inglese è di Paul Robeson), gli omaggi e le riletture che si sono avvicendati nel grande circo del pop, alcune riuscite altre meno. Alcune addirittura blasfeme nel loro incedere scioccherello e concettualmente dissacrante.

Tra le prime (quelle riuscite) svetta il barocco remake degli Associates, contenuto in quello splendido disco di oppio e arrangiamenti all’elio chiamato Sulk. Rifacimento cinico e magniloquente, quasi danzabile nel suo portamento, con un ouverture da brividi ad opera di quel magnifico polistrumentista chiamato Alan Rankine ed una performance vocale di Billy MacKenzie che è un ottovolante di cianuro e cirrocumuli. Quasi ferrosa nei suoi quattro abbondanti minuti, dal passo marziale e metallico, intrisa di superbe stratificazioni sonore e di un arrangiamento pantagruelico per un album praticamente perfetto.

Billy MacKenzie morì il 23 Gennaio 1997. Suicida.

L’hanno rifatta anche: Diamanda Galas, Paul Robeson, Artie Shaw, Swans Way, Peter Wolf, Christian Death, Mel Tormè, Sarah Vaughan, Lou Rawls, Serge Gainsbourg, Sinèad O’Connor, Anton LaVey, Sarah McLachlan, Marianne Faithfull, Ray Charles, Lydia Lunch, Elvis Costello & The Attractions, Marc and the Mambas, The Smithereens, Bjork, Kronos Quartet, Iva Bittova, Heather Nova, Branford Marsalis, Carmen McRae, Rick Nelson

BILLIE HOLIDAY – Gloomy Sunday (78 giri, Okeh, 1941)
THE ASSOCIATES – Sulk (Lp, WEA, 1982)

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