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12) Strawberry Fields Forever (The Beatles) by Candy Flip

25 settembre 2012

Beatles o Rolling Stones? Non è mai stata domanda da poco, soprattutto dopo che i dualismi nel pop avevano cominciato a diventare una consuetudine, sciocca gara tra ancor più sciocchi partecipanti, in una discesa libera di qualità. Voglio dire, se ero costretto a scegliere tra Duran Duran e Spandau Ballet, o – Dio me ne scampi! – tra Backstreet Boys e Take That, perché non potevo tenermi sia Lennon che Jagger risolvendo così la questione una volta per tutte? Perché si doveva decidere, stabilire ed eleggere? Perché questa costrizione che ci pareva imposta e invece – sotto sotto – subivamo più che volentieri dacchè consci d’essere nati già schierati?

Il cuore lo diceva, lo stesso cuore che ragiona come il cappello pazzo di Harry Potter, e che da subito ti fa capire qual è il posto nel quale ti sentirai più a tuo agio, sbagliando raramente. Ma sbagliando. Con me sbagliò; o meglio azzeccò a metà.

Sin da quando ebbi il lume della ragione trovai molto più interessanti e movimentati gli Stones, forse per questioni caratteriali, forse per impeto o forse solo per stupida simpatia. Non avrei mai cambiato la coppia Jagger/Richards per quella formata da Lennon e McCartney. E se oggi sono ragionevolmente convinto di poterla vedere al contrario dovrei ringraziare Yoko Ono. O forse soltanto la vigliaccheria dei Beatles, che non combattè mai contro le avversità cedendo al primo ostacolo che si trovò davanti e dimostrando scarsezza di attributi epocale.

Ci vuol poco a rimanere nella storia se lo sei stato per nemmeno una decina d’anni e non difettavi di talento (voglio dire, gente come gli Yeah Yeah Yeahs è durata di più, e fa male pensarlo), non ne hai sbagliato una e poi ti sei ritratto inorridito, campando secoli di scuse e scivolando in un baratro di scrittura.

Più difficile, molto più difficile, estremamente più difficile se nella storia ci sei da quasi mezzo secolo, ne hai viste di cotte e di crude, ti sei quasi accoppato (da solo o per mano del tuo sodale), ti hanno insultato in tutte le maniere e con tutti gli epiteti possibili… eppure sei riuscito a resistere, perché hai sempre voluto dimostrare che il rock and roll eri tu, contro tutte le avversità.

Mi sarebbe piaciuto vedere i Beatles sciogliersi come neve al sole del punk, in quel 1977, ma non ci fu data l’opportunità perché i Fab Four se l’erano data a gambe alla prima falla dello scafo, senza nemmeno cercare di puntellarlo in qualche modo. Troppo comodo, e pure parecchio vile, mi trovavo a pensare quando mi fu chiesto da che parte stare. Barrai deciso la casellina degli Stones con un sorriso d’ordinanza, certo d’aver fatto la cosa giusta. A me dei pidocchiosi bed-in proprio non poteva fregare di meno, lo Shea Stadium lo trovavo imbarazzante, Yellow Submarine la canzone più sopravvalutata di tutti i tempi e Obladì-Obladà lì dietro di una spanna, ad incalzarla.

She Loves You sì, ma dopo un po’ rilassatevi tutti e scendete da quei piedistalli scricchiolanti.

E avrei proprio voluto riscrivere la storia, per magari vederli finire come i Pink Floyd in qualche megaconcerto, claudicanti, con la panza a coprire anche la sei corde e un imbarazzo che – invece – non era più possibile nascondere. Almeno si sarebbe tolta quella patina di intoccabilità che da sempre accompagna i Quattro di Liverpool, il timore riverenziale, il politically correct, la paura d’esporsi, l’omertà. Sia dunque lodata la vecchiarda giapponese. O la vigliaccheria dei Quattro, che ci ha impedito di mettere in pratica l’orrenda visione. Resta il fatto che, ad ogni tornata di questionario, io continuavo a barrare sempre la solita casella.

Finchè, molti anni fa (anche qualcosa più di ‘molti’) la BBC trasmise uno speciale sugli Scarafaggi e io mi ritrovai improvvisamente Beatlesiano di ferro, attorniato da kleenex e muco, inebetito davanti a quei rari spezzoni video in bianco e nero. Vidi la luce, insomma, anche se dopo eoni di chiaroscuri e crepuscoli. Mi immersi completamente nella storia e volli saperne di più, molto di più, infinitesimamente di più. Volli, volli, fortissimamente volli finchè mi ci ritrovai dentro fino al collo.

Decisi di ascoltare con nuove orecchie Penny Lane, Eleanor Rigby (dio mio, cosa ci misero, lì dentro?), Across The Universe, For The Benefit Of Mr.Kite e decine di altre splendenti pietruzze che mi convinsero a rivedere completamente la mia posizione. Scrutai gli anfratti del loro catalogo, le rivoluzioni armoniche, le loro magie di studio (chi mai aveva tentato pozioni così miracolose, prima d’allora?), gli impasti vocali, il tocco fatato che trasformava il pizzicar di corde in oro.

Strawberry Fields Forever fu il colpo di grazia, il pianto a dirotto definitivo, l’investitura ufficiale che mi permise di salutare i Rolling Stones con una decisa e maschia stretta di mano. Non me ne vollero, soprattutto Keith Richards, smaliziato abbastanza per comprendere che il momento di lasciarmi andare era giunto. Una canzone, incredibilmente lisergica, ipnotica e toccante, avviluppata su un luna park di trucchi di studio (furono tre le versioni tagliate e incollate dal mago George Martin), innumerevoli arrangiamenti di fiati e ottoni più un florilegio di mellotron e strumenti esotici (guiro, swarmandel, maracas, cimbali).

Erano dei Beatles senza freni e con la mente inzuppata in zollette, liberi di essere noncuranti verso gli scarti armonici (si era mai sentito qualcosa di più brusco eppure affascinante come la frenata che preannuncia il più famoso non ritornello della storia pop?) e inserita in un 45 giri – rettifico: IL 45 per antonomasia, forse il più famoso del secolo scorso – dove all’altro capo svettava Penny Lane. I bastardi, si permettevano cotanta arguzia e menefreghismo, forti di un canzoniere incommensurabile.

Come che sia, Strawberry Fields Forever (titolo originale It’s Not Too Bad) prese forma ad Almeira (Spagna) durante le riprese del film diretto da Richard Lester Come Ho Vinto La Guerra, un demo ingenuo e casalingo con una sola strofa, scritto da Lennon all’acustica. Gli innumerevoli aggiustamenti di studio portarono alle tre versioni finali, con la citazione del titolo, preso in prestito da un orfanotrofio situato in Beaconsfield Road, a Liverpool e la chiusura affidata a John che bofonchia impercettibilmente ‘Cranberry Sauce’ (succo di mirtillo).

E’ questa la canzone responsabile dell’acuta crisi che colpì Brian Wilson (parole sue) e che portò al blocco del leggendario Smile. La udì sullo stereo dell’auto, un giorno del 1967, mentre guidava lungo la panoramica che costeggia la spiaggia di Venice, ne fu così sbalordito – e, in qualche modo, incazzato – che dovette fermarsi e riascoltarla più e più volte. E’ proprio quel maledetto tipo di sound che cercavo per i Beach Boys, si trovò a pensare, ammettendolo anche agli altri membri del gruppo e alla casa discografica. Qualcuno c’era già arrivato prima in quella folle corsa tra giganti. Non avrebbe più avuto senso continuare nel pantagruelico lavoro di fioretto approntato su Smile. Bloccò tutto il mattino dopo.

Surreale? No, soltanto uno dei massimi capolavori artistici del secolo scorso, e se non siete d’accordo peste vi colga. Me la porto a letto ogni sera Strawberry Fields Forever, almeno ho un po’ di compagnia in quelle ore che volgono al desìo i naviganti, e la declino in tutte le versioni possibili e immaginabili, anche in questa indolente cantilena sotto ecstasy uscita in piena epopea Madchester, talmente stupida da risultare contagiosa, a dimostrazione che un capolavoro non riesci ad insozzarlo nemmeno se ci provi in tutti i modi.

Una meravigliosa inutilità, o meglio: It’s Not Too Bad, no?

L’hanno rifatta anche: The Ventures, Richie Havens, Tomorrow, Peter Gabriel, Todd Rundgren, The Runaways, Allen Toussaint Orchestra, Cassandra Wilson, Ben Harper

THE BEATLES – Strawberry Fields Forever / Penny Lane (7”, Apple, 1967)
CANDY FLIP – Strawberry Fields Forever (7”, Debut, 1989)

2 commenti

  1. Classe superba


  2. Comprai il ciddí dei Candyflip, ero giovane e tenero. Grazie della rispolverata.



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