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13) The Snake (Al Wilson) by Dodgy

12 settembre 2012

Non sono un vero cultore di northern soul – cosa difficilissima, data l’enorme quantità di materiale da setacciare – ma è anche vero che sono qualcosa di più di un semplice appassionato distratto. So riconoscere un torrido riempipista northern dalla volgare imitazione, e sono sufficientemente smaliziato per avere una buona visione d’insieme di un movimento – per sua natura – inafferrabile.

Non ultimo, e con le dovute differenze, mi rendo conto che alla base di tutto questo crepitar di chiappe ormai passato alla storia c’era soltanto la spasmodica voglia di procrastinare per sempre i fasti della cosiddetta Swingin’ London, e con essa un’immaginario ed una way of life fatta di costumi, benzedrine, capelli impomatati e Ready Steady Go! (il famoso programma musicale della BBC), accompagnandolo ad un amore parossistico verso il 45 giri (amore quasi feticista) e al culto del Sabato Sera.

Questo molto prima che irrompesse Tony Manero a dimostrarlo con una versione baffuta ed annacquata al limite del reato penale. La disco era (spesso) soltanto una sbiancata risciaquatura del philly sound che, a sua volta, rappresentava la sbiaditissima versione del primigenio soul, candita e condita da archi, svolazzi e arrangiamenti efebici. Il northern soul no, il northern soul possedeva una purezza ed una forza in gran parte provenienti da angusti anfratti Motown e Stax, delle quali era una versione accelerata e sincopata, glassata da decise performance vocali.

Ma non solo: vi era il northern più ‘carico’ di deriva – appunto – Stax (Theme from Joe 90 della Ron Grainer Orchestra), le torch song melliflue e rallentate per scaldare la pista (I Dig Everything About You dei The Mob), strani ibridi in perenne equilibrio tra oscura disco e soul classico (I Love Music degli O’Jays, ma anche Send Him Back delle Pointer Sisters), addirittura del surf funk intriso di chitarre (Sliced Tomatoes dei Just Brothers, successivamente portata all’universale conoscenza da Fatboy Slim) e qualche astrusa curiosità (The Bottle di Gil Scott-Heron, ad esempio).

Ma il northern soul fu (anche e soprattutto) questione di rarità e parossistica corsa al pezzo unico, che vide disgregare la sua attrattiva e la ragione d’esistere proprio a causa dell’estrema competitività nelle proposte, con i disc jockey sempre alla ricerca del singolo d’importazione meno conosciuto da proporre ad una platea attonita e sempre più esigente (che differenza con l’ovvietà musicale d’oggi, vero?).

Il paradosso terminale fu che, alla fine, la qualità delle scelte scese drasticamente e – con essa – il numero di pezzi da proporre, sempre più costosi – Do I Love You (Indeed I Do) di Frank Wilson, con la sua quotazione di 15.000 sterline raggiunge un record ineguagliato – e tirati in pezzi quasi unici.

Finchè il filone aurifero si esaurì, decretando la fine di una stagione irripetibile sviluppatasi nel nord (ecco perché northern) dell’Inghilterra decisa a rifiutare in blocco la deriva progressive e hard rock che stava contagiando la scena musicale inglese. E quale miglior antidoto se non scegliere vecchi brani dallo spiccato sapore danzereccio accumunati da vaghe parentele di stampo soul? Appunto.

Se il soul è la versione profana e luciferina del gospel allora il northern è il figlio incestuoso ed eretico di entrambi, meticcio abbastanza per essere sgusciante, sfuggente e impossibile da ricondurre ad un unico campo d’azione. Nulla unisce delle vere e proprie bombe northern quali I Cannot Stop You dei Cherry Slush a There’s A Ghost In My House di R.Dean Taylor (vedi n. 99), niente accumuna What di Judy Street a Beggin’ dei Timebox o City Lights del Carneade Jerry Naylor, eppure sono tutti quintessenzialmente, sin dalle prime note, dei brani northern soul quasi avessero – a dispetto delle differenze armoniche e di stile – un’etichetta psichica appiccicata addosso che solo l’adepto riesce a decifrare.

Non sfugge all’assioma The Snake, sontuoso e glorioso riempipista del movimento, poderoso e stupefacente come solo i veri hit sanno essere. Inserito al numero 4 della lista comprendente le 500 migliori canzoni northern nonché vero e proprio cavallo di battaglia di tutte le serate che dal Wigan Casino o dal Blackpool Mecca si dipanavano; un muscoloso riff di chitarra (e quanti brit poppers ne andranno a furtare gli accordi, permutandoli all’infinito) scritto da Oscar Brown Jr. che andava ad inciderlo senza nessun ritorno in termini commerciali o solo di visibilità.

E’ solo con la – quasi – coeva versione del supremo Al Wilson, nel 1968, che la canzone diviene un hit sotterraneo: Wilson ne accelera il groove, spezza il fumigante riff di chitarra e sparge lungo tutto il pezzo cascate di fiati cristallini. Lo rende potentemente ballabile insomma, adatto alle piroette che gli atletici ballerini inventano ogni week end.e che ne celebreranno tra i maggiori riempipista della stagione. Wilson troverà il tempo per un altro piccolo hit (Help Me, su Wand Records) prima di sparire tra le pieghe di una storia che ancora conta moltissimi adepti, come dimostrarono – 30 anni dopo – i Dodgy, forse la più sciocchina, inutile ed indecisa tra le meteore che costellarono il firmamento brit pop (e lo dico con cognizione di causa, avendo ancora tra le pieghe della memoria un noiosetto loro live al Marquee), con la loro sculettante, rispettosa – e davvero inarrestabile – versione.

L’hanno rifatta anche: The Belle Stars, Johnny Rivers, Paula West, Tank, Mint Juleps

AL WILSON – The Snake (7”, Soul City, 1968)
DODGY – Melodies Haunt You (10”, A&M, 1994)

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