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15) Kites (Simon Dupree & The Big Sound) by 39 Lyon Street

21 agosto 2012

La più strana e bizzarra canzone mai entrata nella Top ten inglese (assieme a Oh Superman di Laurie Anderson e Party Fears Two degli Associates); di sicuro la più sconosciuta. Una di quelle cose che potevano accadere soltanto negli anni Sessanta dove – checchè ne dicesse successivamente certo revisionismo d’accatto – tutto era ancora ingenuo, naif, davvero possibile.

E dunque anche che uno stralunato trio di fratelli (Derek, Phil e Ray Shulman), accompagnati da una band altrettanto stralunata, incidessero una simile umbratile sinfonia, uno zampillare gelido di marimba e soffi di vento. Si facevano chiamare Howling Wolves, agli inizi di carriera, prima di sostare brevemente come Road Runners ed infine scegliere la denominazione definitiva. Un gruppo innamorato di Otis Redding, Bo Diddley e Wilson Pickett, che di questi mostri sacri proponevano dei rifacimenti nell’area di Portsmouth.

Poi cambia qualcosa, si sceglie in velocità un nome più consono agli stilemi di fine sessanta e la Parlophone accetta di spendere una manciata di sterline su quei tre umbratili fratelli, forse desiderosa di tentare una via più pop e commestibile ai Walker Brothers (che, per la verità, vincoli di parentela non ne avevano affatto). I See The Light, il primo singolo, passa completamente inosservato, nonostante una buona, buonissima attrattiva rhythm and blues declinata su tenui velocità.

E’ soltanto con l’infatuazione verso una scena psichedelica sempre più massiccia che i tre – dopo due ulteriori singoli – incidono Kites (un vecchio e misconosciuto brano firmato Hal Hackaday e Lee Pockriss) e volano dritti nella top ten inglese a portare un po’ di mistero.

E… come spiegarvelo? Se questa è psichedelia allora è un trip andato storto, una notte passata nella brughiera al freddo e con i lupi che ululano (Howling Wolves, no?), è un amarognolo crocicchio armonico dove se chiudi il becco e ingurgiti d’un fiato ti appare Tricky a braccetto con Tim Buckley mentre stuprano Laura Palmer; dove Elton John (che in gioventù ci suonò davvero nell’ensemble dei fratelli Shulman, così come un improbabile Dudley Moore) e Leonard Cohen vengono riempiti a forza di elio e bitume, dove il freddo e gli spifferi d’aria del marziale incedere fanno sbattere le porte; dove qualcuno sussurra misteriose litanie in giapponese.

Il tutto mentre Derek canta come se fosse stato costretto da una pistola alla tempia a scavarsi la fossa. Kites è glaciale, una brezza che spira da Nord e si intrufola nell’anima. Pauroso come quei film dove il mostro non lo vedi mai. E assolutamente anti psichedelico.

Kites della psichedelia contiene solo l’idea di quanto ripugnasse ai tre fratelli, che liquidano subito il manufatto con le motivazioni più improbabili. Non li rappresenta, è una forzatura della casa discografica. Non siamo noi, dicono (e lo capiremo di lì a poco, quando muteranno nome in Gentle Giant), ci è stato imposto. Stop.

Vederlo così in alto nelle classifiche inglesi non ci provoca nessun brivido particolare, tanto lo sentiamo distante da ciò che realmente vorremmo fare. Un caso isolato, dunque, e tale resterà. Grazie e ciao. Così chiosano in quei giorni i fratelli (Derek in testa) lasciando un simile manufatto senza progenie, ne rifiutano addirittura una benchè minima promozione (non si parla di aquiloni? Bene, che sia il vento a prenderseli e portarli dove ritiene necessario). Detto fatto: Kites viene – da allora e per sempre – risucchiato nell’oblio.

Quasi nessuno ricorda più questi maestosi pochi minuti di pop retroverso, ed è un peccato, perché ascoltare Kites è come volare sulla pellicola di Twin Peaks 20 anni prima, senza l’ausilio di immagini. E’ come il pop dovrebbe essere quando è costretto a fare proselitismo senza troppe concessioni all’ascoltatore, quando ti chiede di essere tu a metterti al suo servizio e non viceversa.

Una di quelle canzoni che non ne hai mai abbastanza, e che devi cercarti col lumicino all’interno di vecchie e consunte copie di stravaganti raccolte della K-Tel (se avete circumnavigato la boa della vita) o setacciando i meandri più reconditi di Youtube (se siete imberbi pisquanelli). Rimane poco del materiale marchiato Big Sound: una manciata di singoli, un album (Without Reservations, Parlophone, 1969) e un misterioso alter ego chiamato The Moles, con questi ultimi a far rumoreggiare un po’ le riviste nel 1968 quando alcuni gossip di seconda mano spergiuravano ci fossero i Beatles dietro l’insolita denominazione. Sarà – ohibò – invece Syd Barrett (uno che di psichedelia ne capiva, checchè ne pensassero i Shulman) a rivelare le identità dei nostri, prima che una fine prematura se li portasse via.

E se di Gentle Giant, conclusione naturale del percorso, s’è detto… beh, quale altro visionario figlioccio avrebbe potuto prendere la gelida brezza di Kites e farne un non-hit per antonomasia se non Billy MacKenzie? Di pop balordo ne aveva assimilato assai in gioventù, e non aveva dimenticato l’astrusa polka psichedelica in questione. Radunava un gruppetto di eccentrici amici (la mela non cade mai troppo lontano dall’albero, no?) e andava a rispolverare la canzone dei tre fratelli, mettendola sopra un tapis roulant a doppia velocità. Sfiorava (come al solito) il limite del kitsch con innumerevoli stratificazioni di astrusi arrangiamenti, ma aveva il grande merito di riportare alla luce questi aquiloni.

L’hanno rifatta anche: Ultraviolet, Arthur Brown, Charlotte Hatherley

SIMON DUPREE AND THE BIG SOUND – Kites (7”, Parlophone, 1967)
39 LYONS STREET – Kites (7”, RSO, 1981)

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