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16) Song To The Siren (Tim Buckley) by This Mortal Coil

7 agosto 2012

Ludwig Wittgenstein affermava che discernere di musica fosse impossibile e di nulla utilità, tanto erano dissimili i due linguaggi in collisione. Ma il linguaggio per Wittgenstein non era solo quello che parliamo (‘il virus venuto dallo spazio’, come era solito appellarlo William Burroughs), è anche l’enorme capacità d’espressione che ha l’uomo: dalla pittura alla matematica, dalla musica alla scultura. L’arte in generale.

Wittgenstein però non aveva mai potuto godere delle opere di Tim Buckley, non aveva avuto il tempo di rimanere immerso in quell’utero accogliente chiamato Song To The Siren. Ne avesse avuto la possibilità forse l’intera sua vita sarebbe stata diversa, sicuramente meno incline a rendere logica in maniera ossessiva la filosofia del linguaggio. In ogni caso forse non aveva torto: come rendere a parole e oggettivamente, l’imponderabilità delle emozioni che sgorgano all’ascolto della musica? Come riuscire a infondere almeno in minima parte ciò che una canzone come Song To The Siren provoca all’interno di ogni essere umano dotato di sensibilità?

Due righe: Stairsailor è un album di Tim Buckley, il padre di Jeff. Ha segnato il passaggio di Tim Buckley dal folk rock puro ad un suo genere originale che incorpora anche il jazz rock e il rock sperimentale e d’avanguardia. Seppur ritenuto un album estremamente difficile, e nonostante non abbia avuto alcun successo commerciale, è considerato uno degli album più importanti di Tim Buckley.

Così recita Sua Approssimatività Wikipedia alla voce Starsailor, e quella ‘i’ in sovrappiù non è un errore di battitura del V.U.S. (Vostro. Umile. Scriba.) ma un crimine contro l’umanità che grida vendetta e carcere duro per l’eventuale autore. Detto questo, in soldoni non è nemmeno troppo errato; non è errato sottolineare come fu album di guado, non è errato scrivere dello scarso riscontro commerciale, non è errato rimarcare come sia considerato uno degli album più importanti di Tim Buckley.

Magari senza quella ‘i’ in sovrappiù sarebbe stato davvero tutto privo di errori. Ci vollero comunque tutt’altre implicazioni sonore per ridare lustro a questo disco e al suo autore a tutti quelli della mia generazione.

E a me.

Nello specifico: Ivo Watts-Russell e la 4AD. Non mi ero mai avventurato nei tempestosi mari dove sailors e sirens spumeggiavano tra le correnti delle emozioni. La mia generazione veniva dal punk, dalla new wave, qualcuno dal rock classico e classicistico, e nomi quali Nick Drake (un minuto di raccoglimento, per favore) e Tim Buckley erano coperti di sabbia e polvere. Ci volle dunque Ivo e il progetto This Mortal Coil per scardinare il muro di ovatta che aveva circumnavigato il nome di questo schivo e dotatissimo talento, rendendolo obsoleto per almeno dieci anni.

Quasi nessuno di noi – ventenni e poco più – usciti dal bozzolo del 1977, aveva mai voluto approcciare il Buckley padre. Il punk aveva azzerato tutto, rivoluzione marxista dura e pura, lunga marcia verso il sol dell’avvenire ben presto infranta sulla Grande Muraglia della discografia, pronta a fagocitarne i resti e risputarli come bolo da prima serata. La stessa prima serata in cui Buckley presentò la canzone, durante lo show dei Monkees (c’è mai stato qualcosa di più diametralmente dissimile tra lo scanzonato gruppo e lo schivo cantautore?), in una versione acustica e di taglio folk, radicalmente diversa da quella che avrebbe impreziosito Starsailor (senza i).

Un’album difficile, di svolta, il più enigmatico tra tutti i lavori di Buckley. Un disco dove gli ascolti jazz (soprattutto Miles Davis) e avanguardie si ergevano prepotenti – pur se supportate dal classico telaio folk – e dove la voce del nostro cercava spiragli per andare oltre, forzando gli angusti limiti imposti da delle corde vocali mai duttili come si vorrebbe. Un disco (e una canzone) dove va reso omaggio anche al talento di Larry Beckett, stretto collaboratore del nostro e co-firmatario di quasi tutti i paesaggi sonori più importanti.

L’ispirazione venne dal mito delle sirene, esseri in grado di incantare i marinai e portarli alla follia; un mito ancestrale – probabilmente originato dalla forma di alcuni mammiferi marini – che trovò consacrazione letteraria tramite l’Odissea di Omero. Ma, laddove nell’opera classica la sirena rappresentava la metafora della passione nella quale l’uomo si perde senza poter opporre resistenza, nella canzone acquista un significato più ampio: la sirena evocata da Buckley è una sorta di donna angelicata e scevra di passioni terrene, un’amore ‘alto’ ma dalla fine invariabilmente tragica. Come Starsailor del resto, che fu un flop clamoroso e rimase incompreso al grande pubblico per anni, continuando però ad acquistare estimatori in maniera impercettibile, giorno dopo giorno.

Finchè giunsero i This Mortal Coil, supergruppo approntato dalla Ivo affinchè andasse a rileggere una manciata di trasversali canzoni. Partito come estemporanea sessione priva di pretese, divenne ben presto una seria attività che sfornò tre lavori sulla lunga distanza e una manciata di singoli. Ma è la loro versione di Song To The Siren (e Kangaroo dei Big Star) ad averli immolati nell’Olimpo, talmente onirica ed evocativa da essere usata nelle maniere più disparate (dalla pubblicità alla colonna sonora di Strade Perdute di David Lynch) dando a Tim Buckley quella visibilità sempre negata quand’era in vita.

E’ anche per questi pochi minuti firmati Timothy Charles Buckley III che per il sottoscritto è sempre stato difficile comprendere il di lui figlio Jeff in un paragone impietoso ma senza storia. Perché, dopo aver assaporato la grandezza del Padre, risulta difficile apprezzare il Figlio. Checchè ne dica lo Spirito Santo.

L’hanno rifatta anche: Pat Boone, Lost Witness, Engineers, Robert Plant, John Grant (The Czars), Susheela Raman, John Frusciante, Half Man Half Biscuit, Sinead O’ Connor, George Michael, David Gray, Cul De Sac, Sally Oldfield, Sheila Chandra, Damon & Naomi, Snuff, James Yorkston, Roxy Music

TIM BUCKLEY – Starsailor (Lp, Straight, 1970)
THIS MORTAL COIL – Gathering Dust (12”, 4AD, 1983)

One comment

  1. […] (Per saperne un po’ di più sulla cover dei TMC, consiglio la lettura del post di NudeSpoonEuphoria.) […]



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