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17) 2.000 Light Years From Home (The Rolling Stones) by The Danse Society

27 luglio 2012

Avevo soltanto un desiderio, nel 1984: vedere dal vivo i Danse Society. E quanto mi morsicai gomiti, mani e caviglie quando finalmente scesero in Italia per un veloce tour promozionale ed io non riuscii ad essere presente sotto quel palco che mi immaginavo infuocato. Avessi saputo – come appresi anni dopo grazie a quel male necessario chiamato rete e a qualche testimone oculare d’epoca – quanto scarsi e incapaci fossero nelle loro scorribande dal vivo, non mi sarei mordicchiato le membra per due decenni ripensando all’ennesima occasione perduta.

Avrei vissuto molto più sereno, senza guadagnarmi l’inferno con anni di bestemmie causate da quello che – pensavo – fosse un mancato appuntamento con la storia. Perché io, dal basso della mia adolescenza piena di grattacapi e infatuazioni, di ingenuità e voglia di apprendere, ero profondamente convinto che quel disco fosse la storia. O perlomeno la parte di essa alla quale mi fosse consentito presenziare.

Rimanemmo tutti abbagliati da Heaven Is Waiting, il classico disco giusto al momento giusto, la fotografia di un momento storico che poco aveva da darci, e quel poco riuscivamo a farcelo bastare. Sufficientemente oscuro ma senza le pacchianerie Batcave allora così in voga, preciso nell’esposizione ritmica dai molteplici ganci danzabili e ottimamente composto sotto l’aspetto melodico. Un buon disco con due ottimi brani al suo interno, subito estrapolati su singolo; il classico lavoro underground che avrebbe potuto agevolmente aspirare a qualche posizione di retrovia nelle classifiche ufficiali, di quelli che sovente fanno la fortuna di qualche artista mediamente dotato o soltanto fortunato. Eravamo convinti che fossero la band che tutti stavamo aspettando, e che quel lavoro fosse soltanto l’anticamera e le prove generali di un grande successo annunciato.

Steven Victor Rawlings pareva proprio la star umbratile buona per ogni occasione, gotico ma non pacchiano; un Jim Morrison efebico e sufficientemente smaliziato, al quale faceva da supporto una solida sezione ritmica, un chitarrista più che dignitoso e sventagliate di synth e sequencer a produrre una mistura davvero intrigante. Almeno su disco.

Potevi ballarli, ma potevi anche indugiare in quelle cantilene doorsiane nei quali erano autentici maestri. Potevi scegliere se cedere al sequenziale pulsare o se ascoltare in rapito silenzio le oscure liturgie che – ripeto – mai scivolavano nel grossolano declamare di molti loro colleghi coevi (Christian Death in primis). In fondo aveva stile il ragazzo; stile e una faccia che pareva un incrocio tra Lord Valdemort e un putto rinascimentale, una crasi tra La Spada Nella Roccia e The Devil In Miss Jones, tanto che anche alcune mie compagne di classe – le stesse che trovavano affascinanti Hall & Oates e Gino Vannelli, tanto per farvi capire da cosa fossi circondato – ne vennero stregate e vollero un nastro con Heaven Is Waiting (il loro album) più qualche singolo a condire.

Dopo anni di scuole superiori e di indefesso lavoro alle reni stavo riuscendo ad introdurre la new wave anche nell’istituto, purtroppo giusto qualche mese prima che irrompessero da un lato Psychocandy e dall’altro Jovanotti con i risultati che tutti possiamo ancora vedere. Dove non ero riuscito con Yazoo, Echo & The Bunnymen (che lagna, disse – ascoltando The Cutter – la secchioncella del secondo banco, alla quale poi tolsi il saluto per l’intero quadrimestre) o con i Simple Minds di Empires And Dance sembrava che Heaven Is Waiting e il putto rinascimentale potessero compiere il miracolo. Soprattutto, appunto, grazie al citato Rawlings.

Insomma, per un unico, irripetibile e misterioso istante parve che i Danse Society fossero l’epifania da troppo tempo attesa, la perfetta intersezione tra l’underground carbonaro e le luci della ribalta di DeeJay Television. Tra l’italo disco e i New Order c’erano loro. Vendette parecchio, nelle mie zone, ma non sono così vanitoso dal voler credere che sia avvenuto a causa del mio inesauribile lavoro di proselitismo. No, avvenne perché doveva accadere e perché – dentro – c’erano i due singoli di poco sopra, ovvero la title track e 2000 Light Years From Home, una rilettura dei Rolling Stones dilatata in echi percussivi e poi fatta scendere agli inferi, nei gironi ove la temperatura è ancora accettabile e la voglia di danzare non è scemata del tutto. Interpretata benissimo e resa ancor più magistralmente, soprattutto nella versione a 12”, dove cirrocumuli di percussioni si davano appuntamento da qualche parte, nel cosmo o forse solo da Nicky Siano in qualche sudata discoteca newyorchese.

Richards avrebbe gradito, ne sono sicuro.

Rimpinzai la scuola di C-90 e se mi concentro qualche minuto riuscirei anche a ricordare quasi esattamente le scalette di quei nastri, costruiti in pomeriggi che avrebbero invece dovuto portarmi verso un esame di maturità che riuscii – con gran fatica – a passare, nonostante Heaven Is Waiting.

Così non si potè dire dei Danse Society, già virtualmente morti dopo l’uscita del disco, stritolati dai soliti scazzi interni, da infantili giochi di ego e da un talento che mostrava già irrimediabilmente i primi cedimenti strutturali. Ci fu il tempo ancora per un album (Looking Through, pietoso) ed un paio di singoli di pop levigato, ultimo tentativo di vendere il bel Rawlings alle seguaci di Nick Kamen. Fu, come prevedibile, un tonfo epocale oltre che esposizione al pubblico ludibrio.

Ci ritirammo in silenzio, maledicendoli per averci lasciato in balia della fuffa Batcave da una parte e di tutti gli Spandau Ballet dall’altra, ma continuando ad ascoltare in loop 2000 Light Years From Home ancora per alcuni mesi.
Il Paradiso, nel frattempo, poteva attendere.

L’hanno rifatta anche: Vivabeat, Sky Cries Mary, Monster Magnet, Dr.Phibes & The House Of Wax Equations, The String Quartet

THE ROLLING STONES – 2000 Light Years From Home / She’s A Rainbow (7”, Decca, 1967)
THE DANSE SOCIETY – 2000 Light Years From Home (7”, Arista, 1984)

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