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19) Alabama Song (Kurt Weill) by Artery

30 giugno 2012

Per qualche anno ho accarezzato l’idea (qualcosa più di un idea, in verità) di crearmi l’album delle figurine dei miei artisti preferiti; un bell’album fatto stampare come Dio comanda, con i riquadri perfettamente allineati, un paio di note a piè di lista ed una foto ad incorniciare la figurina adesiva, simile in tutto e per tutto alle gloriose Panini usate per i calciatori degli anni Settanta.

Avrei stilato 3/400 artisti per me fondamentali (ma anche no, mica potevo lasciare fuori i Pink Floyd, ad esempio, pur esecrandone gran parte di carriera) li avrei divisi per squadra, epoca storica, genere musicale, qualcosa che sarebbe stato solo ed esclusivamente mio, che avrei potuto consultare quando ne avessi avuto voglia, con le figurine adesive perfettamente ordinate in pagine nelle quali sarebbero stati riportati i dati salienti di ogni singolo artista e della band alla quale – eventualmente – fosse appartenuto.

Una cosa simile a quella che si fa (ma si fa ancora, oggi che sono tempi di veloci cambi maglia a campionato in corso?) con i calciatori, soltanto più divertente, più utile (almeno per me) e meno dispendiosa. Non sarebbero state necessarie o indispensabili nemmeno le foto, in quelle figurine. L’importante sarebbe stato catalogare, ordinare e mettere a postumo ricordo (mio, ma non solo) una serie di artisti indispensabili alla mia formazione.

Perché le figurine sono democratiche e accomunano le classi sociali; non v’è bimbo – di qualsiasi estrazione fosse stato – che non abbia ceduto alla lusinga della raccolta di figurine adesive e dire Modena (per me e per qualche altro milione di miei coetanei) significa ancora dire Panini.

Detto questo, avrei dedicato particolare attenzione a tre gruppi minori, persi tra le brume del post punk e stritolati in mezzo ad un parterre de roi di colleghi coevi che ne limitarono l’ascesa: i Passions della talentuosa Barbara Cogan, i Passage del geniale Dick Witts e gli Artery di Mark Gouldthorpe. Tre personaggi che presero tutte le intuizioni della new wave e le declinarono in mille modi diversi. Più classica la Cogan, alle prese con del rock in slow motion, equidistante da Bowie come dai Velvet e non lontano da ciò che i Cure stavano cercando di donarci con 17 Seconds; molto più onirici e fuori dagli schemi Witts e Gouldthorpe, con il primo a pubblicare una sfilza di misconosciuti capolavori a metà tra poliritmie pop e orchestrazioni di musica contemporanea e il buon Mark a raccogliere il testimone lasciato cadere da Leonard Cohen.

Furono una meteora minore tra le minori, i suoi Artery, ma di una luce così intensa e abbagliante da lasciare abbondanti strascichi sfociati in una una recente reunion (e conseguente nuovo ep) sfociata nel 2007 con la partecipazione al Meltdown Festival. Fortissimamente voluti dal loro fan numero uno, che di quella rassegna ne era il curatore: Jarvis Cocker.

E non è blasfemia affermare che proprio i Pulp (almeno nei loro primi tre dischi pre major) furono la band più vicina per impeto e sonorità alle miscele degli Artery, tanto che con questi condivisero addirittura Simon Hinkler, chitarrista più tardi alla corte dei Mission. L’ossessione di Cocker per il magmatico carisma di Gouldthorpe trova spazio in brani quali Little Girl (With Blue Eyes), Dogs Are Everywhere e They Suffocate At Night (giusto per citare tre titoli) talmente didattiche negli stilemi da rappresentare qualcosa di più di un semplice omaggio agli Artery anche – e soprattutto – nell’inflessione vocale di Cocker.

Miscele bizzarre per questa altrettanto bizzarra banda di Sheffield, tra le pochissime a non cedere alla fregola elettronica, come andava per la maggiore in città durante quegli anni. Miscele che inglobavano spizzichi del Lou Reed più bituminoso, armonie concentriche che dovevano tanto ai Velvet Underground quanto a Scott Walker e Nick Drake e una patina artistica appiccicata al miglior Leonard Cohen.

La new wave permise di spezzare catene e legacci, lasciandoli liberi di sperimentare, sottrarre e sfregiare qualsiasi spartito, guardando indietro ma con il fucile puntato verso il futuro. Solo due album veri e propri ad uscire da quelle fucine, One Afternoon In A Hot Air Ballon e Oceans, con il primo a raccogliere spezzoni di session, ed il secondo registrato senza canovaccio in tre velocissimi giorni, senza una vera band alle spalle. Eppure così intensi, così anni Settanta, così grigi, variegati e senza respiro, eccetto per qualche spruzzo di tastiere speranzose e di attorcigliati fiati.

Tra i due c’era il tempo per un 12” strabiliante, dove svettava la più bella rilettura (sì, più bella anche della pur ottima resa data dai Doors…e difatti sul Tubo non c’è) di Alabama Song. Il capolavoro di Bertolt Brecht e Kurt Weill (conosciuto anche come Whisky Bar, Moon Over Alabama o Moon of Alabama) veniva preso e dilatato in un rallentatore di emozioni, immerso in un valium di tastiere la voce di Gouldthorpe declamava le saltellanti e cadenzate liriche con emotività baritonale. Teatrale moviola di ventosi brividi che la portarono da subito ad issarsi nel mio personale pantheon che definire post punk è stretto assai.
Non vi darei Mark Gouldthorpe nemmeno per Il Feroce Saladino.

L’hanno rifatta anche: The Doors, The Young Gods, David Johansen, Moni Ovadia, Jacques Higelin, David Bowie, Marianne Faithfull, Johnny Logan, Dee Dee Bridgewater

KURT WEILL – Alabama Song (mai incisa)
ARTERY – The Alabama Song Ep (12”, Red Flame, 1983)

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