h1

20) Who By Fire (Leonard Cohen) by Coil

16 giugno 2012

E chi col fuoco. chi con l’acqua, chi alla luce del sole, chi di notte, chi per ordine superiore, chi per processo, chi nel felice felice mese di Maggio, chi per lento decadimento, e chi dirò che sta chiamando? E chi scivolando via in solitudine, chi coi barbiturici, chi in questi regni d’amore, chi per un colpo improvviso, e chi per una valanga, chi per polvere da sparo, chi per la sua avidità, chi per fame, e chi dirò che sta chiamando? E chi per coraggioso assenso, chi per incidente, chi in solitudine, chi in questo specchio, chi per ordine della sua signora, chi di propria mano, chi in catene mortali, chi nel potere, e chi dirò che sta chiamando?

Ci vuole sensibilità, arguzia, una buona dose di freddezza e un talento sconfinato per parlare di suicidio, lasciandolo scivolare via come se si parlasse d’amore. Leonard Cohen queste qualità le ha sempre avute, e non vorrei sfidare le vostre baionette se dico che – in un mio ipotetico campionato dei pesi massimi – batterebbe ai punti anche Bob Dylan.

Se mai c’è stato qualcuno in grado di coniugare musica, parole e ‘sturm und drang’ emotivo in un matrimonio indissolubile e pieno di reciproco amore quello è stato Leonard Cohen; arrangiatore dal tocco geniale, autore dalla qualità eccelsa, scrittore, poeta nonché titolare di una voce che vorrei fosse dichiarata patrimonio dell’umanità. Spesso definita ‘di rasoio arrugginito’ (epiteto che che poco rende giustizia al pathos e alla personalissima timbrica) la voce di Cohen ha qualcosa di arcaico nel suo sgorgare da nascosti recessi dell’anima; sa di braci e di corteccia, di muschio e tempeste di sabbia. Sa di rarefazione e vischio, di lampade ad olio e parquet fumosi. Conserva il profumo di una donna abbandonata su un letto.

Cohen è stato il viandante che ha mostrato la strada a millemila discepoli, dal suo contraltare italiano – il misconosciuto Claudio Daiano – che vi esorterei a recuperare con il suo album ‘Io come chiunque’ (Fonit Cetra, 1974), a – soprattutto – Fabrizio de Andrè, e che la quasi totalità degli autori lontani dai lustrini e dalle paillettes del pop più bieco devono pagare dazio ogniqualvolta si accingono a scrivere una canzone. Il tempo e le cartelle sono tiranne figlioli, e mi piacerebbe assai scriverne più diffusamente, magari sezionando alcuni dei brani più ispirati e toccanti di questo silenzioso canadese, ma ci vorrebbero almeno tre tomi come questo, più un’aspersione del capo che non mi merito. Né io né il Cohen, probabilmente inorridito da una penna impura come la mia.

Ecco quindi che mi limito ad una ed una soltanto tra le centinaia di meraviglie donateci da quest’uomo, quella Who By Fire contenuta nell’altrettanto strabiliante New Skin For The Old Ceremony, album tra i migliori di una pantagruelica discografia e al cui interno si trovano anche le celeberrime Chelsea Hotel #2 e Lover Lover Lover. Non una pietra miliare come Suzanne, Sisters Of Mercy o Halleluja (cercate la versione di John Cale e abbandonate – almeno per una volta – quella del Buckley figlio), soltanto una pepita – considerata tra le minori – ma splendente come e più di quei titoli di poco sopra.

Canzone difficilissima, pregna del lirismo indissolubilmente riconducibile al suo autore e pesante come un macigno, tanto che tra le migliaia di omaggi, tributi e riletture donate negli anni al grande mistico canadese rimane una delle meno saccheggiate. Del resto, come rendere il pensiero di un uomo come Leonard Cohen, intento a disquisire sul suicidio, senza risultare patetici, gretti o soltanto ridicoli?

Ci pensarono i Coil – a metà degli anni ottanta – con Horse Rotorvator, il loro primo, vero album di ‘canzoni’ che resta ancor’oggi il loro apice insuperato. Ne rendevano il mood ancora più vischioso, rallentando la stesura originaria e imbevendola nel loro fetido mondo intriso di sesso promiscuo, rituali pagani, magia e omosessualità spinta. E’ un fuoco che avanza davvero lento, quello evocato dai Coil, senza fretta e con la consapevolezza di portarsi appresso tutto ciò che incontra. Un girone infernale che non lascia scampo e ti abbandona, sudato e spossato come dopo un furioso amplesso in slow motion, in perfetta solitudine con i tuoi fantasmi, vicino al baratro della vita.

Ma non si incorra nell’errore maximo di vederci goticherie spicce, sterili provocazioni o soltanto quella fregola ossianica che molte formazioni ostentano con pacata superficialità per vendere qualche disco ad adolescenti irrequieti. No, i Coil disegnarono la loro versione (con l’aiuto di Marc Almond) sul Filo di Arianna di Cohen, omaggiandolo come pochi altri sono riusciti a fare, forse perché figli dello stesso dolore. Soltanto un altro essere umano è riuscito (con molta più sagacia e cinismo, ma meno musicalità) e scrivere del suicidio senza cadere: Dorothy Parker. « I rasoi fanno male; i fiumi sono freddi; l’acido macchia; i farmaci danno i crampi. Le pistole sono illegali; i cappi cedono; il gas fa schifo. Tanto vale vivere ».

Parole sante.

L’hanno rifatta anche: Paolo Benvegnù, House of Love, Human Drama

LEONARD COHEN – New Skin For The Old Ceremony (Lp, Columbia, 1974)
COIL – Horse Rotorvator (Lp, Force And Form, 1986)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: