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21) Les Amants d’Un Jour (Edith Piaf) by Herbert Pagani

29 maggio 2012

Sfortunato Herbert, faccia d’angelo e cuore puro; tenero giglio strappato troppo presto a questo porco mondo e da questo dimenticato come un parente scomodo. Quanto ci rimasi male, in quel 1988, scoprire su due sole righe pubblicate in qualche quotidiano che il tenero Herbert non ce l’aveva fatta, caduto a soli 44 anni per una leucemia. Una di quelle bastarde e vendicative, che ti colpiscono alle spalle e manco ti lasciano il tempo di combatterle. Vigliacche e pronte a fuggire.

Morì negli Stati Uniti, in un ultimo disperato tentativo di potercela fare, dimenticato dall’intera casta italiota, affacendata sulle vicende matrimoniali dell’ultima scosciata starlette o sul recente e ‘imprescindibile’ album di qualche testone bolso, opaco e pure fisiologicamente antipatico. Giusto le due righe di poco sopra, coccodrillo che non aveva nemmeno bisogno di sputar lacrime a cottimo. Le sputai io, ma sincere; e mi si strinse lo stomaco a ripensarlo, riservato e spaurito come sempre, quando faceva capolino da un televisore in bianco e nero, nei miei lontani sabati sera.

Me lo ricordavo in vetusti 45 giri pubblicati anche in Italia, quando timidamente – come aveva sempre fatto – si affacciava con garbo alla televisione di stato, stritolato tra Gianni Morandi e Iva Zanicchi. Non aveva nulla del cantante pop di facile presa Pagani, sebbene la faccia l’avesse aiutato alquanto nel trovare un folto pubblico femminile che ne seguisse le gesta. Non era il classico volto da Un Disco Per l’Estate, ed anzi… con l’estate aveva ben poco a che fare il nostro, umbratile e sensibile da fuggire a gambe levate dinanzi alla stupidità che di solito colpisce in prossimità dei mesi estivi, dove i florilegi di chiappe e muscoli offuscano quel poco di cervello rimasto integro durante il freddo dei mesi invernali.

S’adombrava spesso per questo, maledicendo madre natura e chiedendosi perché non fosse la sua arte ad essere seguita con riverenza e rispetto, al posto del suo signorile ed affascinante aspetto fisico, dove un melting pot di razze e tratti somatici si adagiavano su un volto sereno e riservato.

Nato Herbert Avraham Haggiag Pagani da una coppia di ebrei libici, passava l’infanzia tra i collegi di mezza Europa prima di accasarsi in Francia e rivelarsi artista poliedrico già a 14 anni, quando veniva acclamato come promessa della pittura, primo amore che lo portava ad esporre un po’ ovunque prima d’affermarsi in Spagna. Tornava in Francia a metà degli anni Sessanta per abbracciare la comunicazione in toto, dapprima come storico speaker di Radio Montecarlo (rimangono celebri alcune sue interviste, Luigi Tenco in primis) e poi come autore di canzoni, attore e interprete teatrale.

Artista poliedrico, forse privo di quella smania data dall’ego che aiuta ad usare i gomiti per raggiungere le luci della ribalta. Pagani preferì sempre il crepuscolo delle retrovie, esemplare beautiful loser della canzone d’autore che avremmo potuto far nostro in toto invece di farlo fuggire inorridito in Francia, come sovente accade dacchè siamo maestri nel tenerci l’ottone e regalare l’avorio. Ci lasciò un paio d’album, alcune filastrocche musicali (Cin Cin con gli occhiali – scritta con Edoardo Bennato; Hay le Hawaii) e le toccanti note della più bella resa del capolavoro di Edith Piaf.

Dimenticate la versione di Ornella Vanoni, state alla larga dalla supponenza di quella di Gino Paoli e se avete due minuti di tempo regalateli alla memoria di Herbert Pagani, magari accantonando un attimo i vostri cd di Rino Gaetano, non avrete a pentirvene. Si limitò a farsi tramite, il nostro, traducendola in italiano e senza nemmeno bisogno di cantarla o far sfoggio di insospettate virtù vocali; la lasciò scorrere come un fiume in piena, limitandosi a puntellare gli argini quando il mood avrebbe potuto esondare in un manierismo sempre in agguato ogniqualvolta si vada a maneggiare siffatta materia.

La intitolò Albergo A Ore, ed è null’altro che una poesia, vissuta dall’interno di un cuore straziato, sussurrata con una catarsi che ha dell’immaginifico, e che se non riesce a strapparvi una lacrima significa che siete morti. Dentro. Non fu un successo per la consueta e stagnante ottusità clericale, pronta a vedere il diavolo ovunque, a maggior ragione dentro un capolavoro che parlava di sesso promiscuo, rapporti prematrimoniali e suicidio in una sudicia camera d’albergo. Uno scandalo per il benpensante pubblico ancora occupato a leccare gli scampoli del boom economico.

Fu uno dei suoi ultimi viaggi nel nostro paese (al quale ritornerà soltanto per firmare come co-autore Teorema di Marco Ferradini), prima di rifuggirlo e tuffarsi Oltralpe, dedicandosi al teatro, alla questione palestinese (lui, ebreo) e alla scrittura. Ma che commiato fu questo! E come fummo sciocchi a lasciarlo scappare, invece di coccolarlo o rendergli gli onori che avrebbe meritato.

A tal proposito c’è uno spezzone video che gira in rete (e lo potete ammirare giusto qui sopra), dove toccherete con mano cosa significhi davvero calarsi dentro ad una canzone, indossarla e renderla un film nel quale il patto narrativo vi succhia dentro lasciandovi spossati.

Vi ritroverete scossi, dopo l’ascolto di Albergo A Ore, ma molto più ricchi. Ringraziate Herbert per questo, ovunque lui sia.

L’hanno rifatta anche: Ornella Vanoni, Andi Sex Gang, Gino Paoli

EDITH PIAF – Les Amants d’Un Jour (7”, Pathè Marconi, 1956)
HERBERT PAGANI – Albergo A Ore (7”, Mama, 1969)

2 commenti

  1. Cavolo, se ne ho nostalgia…
    Nel ricordo rende simpatica pure la pubblicità della pasta Agnesi (ricordo bene?)
    Herbert… cin cin alla tua memoria – con occhiali o senza! 🙂


  2. Per completezza… http://www.youtube.com/watch?v=nw919bJKQIk



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