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22) Black Angel’s Death Song (Velvet Underground) by Clock DVA

11 maggio 2012

Circola una leggenda su Black Angel’s Death Song, confermata a più riprese anche dalla buonanima di Sterling Morrison: pare infatti che la sera in cui provarono a suonarla per la prima volta in pubblico furono licenziati dal proprietario del locale, schifato dalla cacofonia del suono e dal nonsense del testo, libera associazione di immagini oniriche.

Forse è soltanto l’ennesima mitologia sulla quale il rock (tutto il rock) è andato a dissetarsi negli anni, certo è che tutto il bailamme provocato dai Velvet Underground, da Andy Warhol e dalla Factory è ancora ben lungi dallo scemare e deve essere stato fastidioso come la perforazione di un timpano approcciare per la prima volta Reed e sodali.

Ma, sarebbero stati i Velvet Underground caduti a testa bassa nel mito se non fosse giunto Warhol? E l’uomo di Pittsburgh avrebbe avuto quell’impennata mediatica che lo portò verso le vette del mondo dell’arte e del gossip se non si fosse imbattuto in quello strano gruppo rock? E’ questa la domanda cruciale, il quesito palindromo che non si riesce a sbrogliare. Ci sarebbe stato quel disco con la banana oppure avremmo avuto qualcosa di più levigato, meno ostico e più consono al sentire dell’epoca? Domande che mai avranno una risposta, e che mi girano nel cuore da sempre, assieme alla mitica borraccia di Coppi e Bartali e al grande mistero alpinistico relativo alla spedizione Mallory-Irvine del 1924. Raggiunsero mai la vetta dell’Everest, 29 anni prima di Sir Edmund Hillary? Oppure i due sfortunati britannici caddero ad una manciata di metri dalla vetta? Non si è mai saputo e non si saprà probabilmente mai dacchè la famosa macchina fotografica di Irvine che avrebbe dovuto immortalare il momento topico non è mai stata ritrovata. Come non è stato ritrovato Irvine.

E dunque: i Velvet senza l’inutile (non fece assolutamente nulla in studio) ma essenziale (fece di tutto fuori da quelle mura) appoggio di Andy Warhol cosa sarebbero stati? Stelle da veloce successo clamoroso con conseguente sparizione nei meandri del pop oppure non avrebbero nemmeno lasciato una benchè minima traccia, magari scomparendo ancor prima di entrare in sala d’incisione? Ognuno di noi ha le proprie teorie intersecanti, i propri dubbi e le proprie idiosincrasie verso quel pianeta dalle mille facce.

Vi è chi non ha mai sopportato Nico, chi la trovava invece il perfetto bilanciamento tra Reed e Cale (io, per esempio); chi ha sempre deplorato la lunga mano di Warhol, pensando che liberi dalle sue – pur minime – pastoie, quel disco avrebbe avuto una copertina diversa ma un contenuto ancor più rivoluzionario; chi non si è mai posto la domanda ben sapendo che la risposta non esiste. Come la vetta di Mallory.

Questioni di lana caprina, quello ci toccò in sorte e quello abbiamo sviscerato per tutti questi anni. La Factory e il terribile clima di tensione che si respirava (spesso stuzzicato da Warhol stesso), Joe Dallessandro, Ondine, Edie Sedgwick, Candy Darling, Holly Woodlawn, Gerald Malanga, Paul Morrissey e…massì…persino Valerie Solanas non sono sempre stati un corpo unico all’interno di quel mito autofagocitante? Non era stata pensata dal terribile profugo cecoslovacco proprio come un’esperienza psicologica travestita da comune artistica? Non v’era un torbido sottobosco più incline alle malevole atmosfere che avrebbero segnato l’esperimento carcerario di Stanford che alle gallerie d’arte?

Warhol godeva nel creare attriti, tensioni e scaramucce, e sono ragionevolmente tenuto a credere che l’inclusione di Nico in quella congrega di ‘diversamente sani’ chiamata Velvet Underground facesse parte di un piano ben congegnato per seminare competitiva zizzania. Sapeva, il parruccone timido, che una donna bellissima immersa a forza dentro un sottile e osmotico equilibrio rock and roll mai completamente schierato da una parte (Lou Reed) o dall’altra (John Cale) avrebbe provocato scompensi. Sapeva che il richiamo mediatico dell’Exploding Plastic Inevitable Show sarebbe stato più chiacchierato dello show stesso. Sapeva che, una innocentissima banana ritratta su una copertina di un disco avrebbe probabilmente finito col far parlare di sé più del disco in questione.

E’ lì, in quel momento esatto, che giunsero i Velvet. E’ in quell’infinitesimale istante che precede la deflagrazione, quando tutta l’aria viene risucchiata e si avverte un immobilismo contronatura. L’esatto istante in cui tutto si cristallizza.

Ed è proprio allora che i Velvet si rendettero conto di essere una band. Nonostante Andy Warhol. Fu la loro fine. Poi vennero – 15 anni dopo – i Clock DVA, con quel capolavoro immerso in un pop amniotico e noir chiamato Advantage, forse il disco più bello e intelligente (di sicuro il più completo) dell’intera stagione post punk. Adi Newton fu davvero il John Cale della new wave e la dimostrazione è in questi solchi, dove esistenzialismo, suburbia parigine, raccont noir, assenzio, James Ellroy, Chet Baker e – appunto – Velvet Underground cozzano per provocare perniciose scintille. Splendido.

L’hanno rifatta anche: Bettie Serveert

THE VELVET UNDERGROUND – The Velvet Underground And Nico (Lp, Verve, 1967)
CLOCK DVA – Advantage (Lp, Polydor, 1982)

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