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24) Set The Controls For The Heart Of The Sun (Pink Floyd) by The Sunkings

20 aprile 2012

L’unica canzone dei Pink Floyd che raccoglie agli strumenti tutti e cinque i membri? Questa. Lo ammise direttamente lo stesso David Gilmour in Which One’s Pink?, documentario del 2006. Sia Gilmour che Barrett dunque si trovarono a battagliar di fioretto – sebbene in maniera non preponderante ai fini della canzone – su questo caposaldo della discografia floydiana.

Un’infinitesimale istante nel quale, almeno in studio, la tentacolare macchina psichedelica si trovò a pieno regime. E chissà quanto potremmo fantasticare su cosa avrebbe potuto accadere se si fossero cristallizzati in quella formazione almeno per un altro paio d’album. Cosa avrebbero potuto ancora darci prima di diventare qualla bolsa entità zeppa di effetti e di lungaggini che da allora cominciò a scivolare in un inutile tentativo di psichedelia dietetica e liturgica. Vero è che con i ‘se’ e con i ‘ma’ non si va da nessuna parte, tantomeno nel rock; che – probabilmente – se Janis Joplin fosse viva sarebbe ospite di American Idol, se Hendrix avesse ancora le mani sulla chitarra potrebbe essere il turnista di Michael Bublè, e se Jim Morrison avesse ancora fiato difficilmente ce lo potremmo immaginare a contorcersi nudo e panzuto su un palco, no?

Senza contare quanto fastidiosa potrebbe essere l’immagine di un Sid Vicious ripulito e rugoso pronto a prendere appunti a qualche sfilata londinese. Quindi teniamoci la storia così com’è andata e ringraziamo gli dei pagani del rock and roll che ci hanno indicato la strada a colpi di Gotterdammerung.

Non è un caso se A Saucerful Of Secrets fu anche il primo disco nel quale il prefisso the venne escluso dalla sigla. E se è vero che solo nelle piccole cose è racchiuso il tutto allora è un segno di inequivocabile mutamento di rotta, dacchè l’instabilità mentale di Barrett era ormai divenuta ingestibile. Perdere una delle penne più ispirate di un già di per sé ispirato decennio sarebbe stato un colpo per chiunque, e figuriamoci per quelli che sulle rivoluzionarie armonie lisergiche del nostro avevano costruito una fulminea carriera che mai più sarebbe riuscita a raggiungere cotante vette. Da qui, tutto mutò, e non fu una cosa semplice ma un infinito, sotterraneo e rancoroso gioco di tensioni e lotte fratricide, di screzi insanabili, di piccole scaramucce, crepe e increspature, inquietudini, turbamenti, meri conteggi economici e angosce che ne avrebbero minato la fondamentale importanza nella storia del rock.

I Pink Floyd che hanno fatto il salto nel buio, portando il cervello in technicolour finiscono con l’ultima nota dell’ultima canzone del disco, ovvero Jugband Blues. Il resto, per citare un altro (Julian Cope) che con le proprie sinapsi mentali ha avuto più di un problema, e quindi legittimato oltremodo a dare la propria interpretazione dei fatti, beh…il resto è psichedelia fonata, a partire proprio dal successore, ovvero quel Ummagumma che in italia venne usato come colonna sonora per divanetti in penombra e petting spinto.

Ma a ‘quel resto’ del quale si disquisiva andrebbe tolto un altro momento topico di quei Pink Floyd; un momento racchiuso in tre soli giorni, ovvero dal 4 al 7 settembre 1971: il concerto di Pompei. Passaggio storico memorabile per tutta la storia del rock, e pare inutile quando non offensivo star qui a rimarcare l’intuizione della scelta del luogo (l’anfiteatro della città campana) o il coraggio di una simile operazione commerciale. Troppo si è scritto, si scrive (come potete osservare) e si scriverà su siffatta epifania, ed è un bene perché racchiuso in quei pochi metri di pellicola compare un apice lungo quasi dieci minuti dove si cristallizza per l’ultima volta l’importanza di quei capelluti ventenni: Set The Controls For The Heart Of The Sun.

Se mai c’è stato un ‘viaggio’ affrontato senza bisogno di obliterare biglietti chimici, allora sta tutto in quella rarefatta versione. Una versione dove supernove morenti entrano in collisione, dove l’acido si fa space rock, dove in un substrato multi colorato e lisergico affiorano Hawkwind, Can, Bill Laswell, J.G.Ballard e l’ambient degli Orb; dove autocombustioni sonore appiccano il fuoco a tutti i tuoi gangli mnemonici, dove c’è già il cyberpunk, ma senza tutta la pacchiana paraphernalia da fonderia di lusso. Una versione ascrivibile senza ombra di dubbio tra i quattro o cinque momenti live del Novecento. Per dieci minuti i Pink Floyd levitano nel pop e lo risucchiano in un buco nero dove lo spazio è una convenzione e il tempo scorre laterale. Dove le forme umbratili dei reperti e delle rovine sembrano danzare dinanzi ai giochi di luce e di mente di Gilmour, Waters, Mason e Wright.

Quanti andranno a dissetarsi in questa liturgia, quanti innalzeranno carriere e quanti non smettranno mai di genuflettersi a cotanto senno. Tra questi i Carneadi Sunkings, che – in piena fregola trance house – quadrarono il cerchio con una versione che pareva fatta apposta per le piste da ballo pronte ad illuminarsi all’imbrunire. Un campione del pezzo orna un mantra hard trance che quei capelluti ventenni avrebbero gradito assai. Mi piace pensare che Set The Controls For The Heart Of The Sun sia stato il consapevole canto del cigno, prima che i nostri decidessero di mollare gli ormeggi e diventare un semplice gruppo di pop rock pronto a monetizzare queste intuizioni in cambio dell’anima e qualche barlume di calore.

Un posto al sole, è proprio il caso di dirlo.

L’hanno rifatta anche: Salem, Psychic TV, Mika Vainio (Pan Sonic), Smashing Pumpkins

PINK FLOYD – A Saucerful Of Secrets (Lp, EMI, 1968)
SUNKINGS – Heart Of The Sun Ep (12”, GPR, 1994)

2 commenti

  1. pregevole anche la resa dei Red Temple Spirits: trance (embeh…) inducing al punto giusto.


  2. Sapevo che qualcosa (più di qualcosa) doveva sfuggire…



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