h1

25) These Boots Are Made For Walking (Nancy Sinatra) by B.E.F. & Paula Yates

11 aprile 2012

Sempre odiato e guardato con sospetto all’ipocrisia griffata che circola nel mondo dello spettacolo; alle beneficenze in leasing, ai viaggi in Africa per lavarsi la coscienza tra una bottiglia di Dom Perignon, un albergo a 5 stelle in mezzo alla Savana e magari – se capita – una bella scopata esotica da raccontare in guisa di vero amore impossibile.

Sempre odiato e guardato con sospetto le reunion per questa o quella causa, i tributi per raccogliere fondi, i concerti pantagruelici che finiscono con un saldo più rosso di quello che avresti dovuto appianare.

Sempre. Siano esse state le classiche Pavarottate o il concertino in qualche squallido cinema di periferia. Dal concerto per il Bangladesh a Red Hot And Blue passando per il Live Aid io mi sono goduto l’aspetto squisitamente musicale (quando c’era) ed ho sempre fortissimamente rifiutato di vederci una trasparente voglia di celebrare ed aiutare il prossimo.

Gli artisti sono le persone più gonfiate d’ego sulla faccia della terra, e – davvero, credetemi – dubito fortemente che possano mai mettere il proprio volto dietro ad una causa, a meno che non serva loro per vendere dischi, film, profumi, saponette, preservativi o quadri. Più di una volta ho sentito interviste ai più disparati artisti, pronti a salire sul palco per l’ennesima passerella benefica, incapaci di spiegare per quale motivo fossero lì a raccogliere fondi.

Come dite? Il fine giustifica i mezzi e dunque è assurdo cercare il pelo nell’uovo se ciò che conta veramente è riuscire a salvare qualche vita, sia essa delle foche, delle balene o dei bambini del Darfur? No, non è assurdo ed è sacrosanto invocare una trasparenza (morale, ancor più che economica) completa da chiunque si approcci a questi tappeti rossi di falso altruismo. Sarò misantropo, ma… com’era quella massima? Pensar male è peccato, ma talvolta ci si azzecca.

Ecco. Sono sicuro d’averci azzeccato, e in ogni caso l’onere della prova non è a mio carico.

Prendiamo proprio il Live Aid ed il suo curatore maximo, Bob Geldof. Una vita passata a togliere il moccio dal naso dei bimbi etiopici; lacrime, sangue, denaro (altrui) e addirittura una candidatura al Nobel. Non male per l’ossuto irlandese, incidentalmente ex marito di Paula Yates. Peccato che il nostro avrebbe potuto guardare un po’ di più sul giardino di casa sua invece di fare migliaia di chilometri per salvare un continente, immettendo gocce di sangue in un oceano di indifferenza.

Quel Live Aid fu il più grosso successo mediatico di una carriera ormai prossima agli sgoccioli: i suoi Boomtown Rats si erano disgregati come neve al sole dopo qualche disco mediocre ed un unico vero successo (I Don’t Like Mondays) e pure la sua carriera solista non aveva fatto quei progressi che si attendeva. Quale migliore occasione dunque per riguadagnare la luce dei riflettori? Per almeno due anni lo si vide ovunque, pronto a tracciare la strada per tutti i Bono Vox a venire, con una lacrima di scena in una mano ed una penna ad inchiostro indelebile nell’altra, a mendicare soldi e comparsate. E’ finito addirittura ad avere la carica di Consulente per la Povertà (credo che non vi sia nulla di più volgare e disgustoso di una carica simile, opinione personale, sia chiaro) all’interno del Partito Conservatore Britannico, prima di paragonare George Bush a Kennedy per l’approccio positivo alle politiche sull’Africa.

Tirate le somme che ritenete più consone alla vostra sensibilità, che a parecchi di noi non servivano queste riprove per incasellare l’uomo tra le ‘persone non gradite’. Non fosse bastato il Live Aid c’era stato l’affaire Hutchence a gettare una maldestra luce sul Bob, una squallida storia – mai completamente chiarita – di stalking, minacce e coercizioni psicologiche verso l’ex cantante degli INXS (morto in circostanze poco chiare la mattina del 22 Novembre 1997) e Paula Yates (passata a miglior vita per un buco di troppo, pare, il 17 Settembre 2000) all’epoca moglie del nostro, rea di avere una tresca con il capelluto australiano. La classica storia di corna, triangolo rock nel quale Hutchence rappresentò la bisettrice.

Sesso, squallore e torbide minacce; di questo parlarono i tabloid quando il corpo senza vita della Yates venne ritrovato.

Donna icona degli anni Ottanta britannici, Paula Elizabeth Yates proveniva da una famiglia eccentrica, dove la madre (Elaine Smith) era acclamata attrice teatrale, nonchè scrittrice di romanzi erotici e il padre (Jess Yates) un predicatore televisivo che nel 1974 dovette ritirarsi dalle scene per un – mai ben precisato – scandalo. A 16 seguiva i Boomtown Rats in giro per il mondo, facendo coppia fissa con Geldof; a 18 Paula primeggiava nuda dalla copertina di Penthouse per poi passare a Natural Blonde, celebre colonna del Record Mirror, una rubrica musicale che la proietterà diritta nei palinsesti della BBC.

E’ con la conduzione di The Tube che la Yates diviene un icona sexy e uno dei personaggi di maggior rilievo della televisione britannica. Poi succede qualcosa: succede che, durante un’intervista televisiva con gli INXS perde la testa per Hutchence, e passa un anno della sua vita a rincorrerlo ai quattro angoli del globo; succede che il suo matrimonio con Geldof naufraga dopo ventanni e tre figli; succede che Hutchence muore e lei spergiura – prima di venir ricoverata in ospedale psichiatrico – di essere stata più volte minacciata da Geldof (‘non dimenticate’ sembra sia stata la frase più ricorrente nelle furiose telefonate verso la nuova coppia ‘io sono al di sopra della legge’); succede che si apre una incauta disputa legale per l’affidamento dei due figli avuti dalla Yates con Michael.

Succede che, nonostante l’interdizione Paula continua a rifiutare l’ipotesi del suicidio di Hutchence. Succede che si riduce sul lastrico ed è costretta a vendere i gioielli e la casa, succede che i media si gettano a capofitto sulle asperità della sua esistenza, scoprendo che il vero padre della Yates non era Jess ma tal Hughie Green, morto sei mesi prima di Hutchence.

La psiche già duramente compromessa subisce un tracollo dal quale non si risolleverà più, è su questo che Geldof calca la mano quando pretende l’affidamento di tutti i figli avuta dall’ex compagna, sia con lui che con il defunto Hutchence. Il 17 settembre 2000, giorno del 10° compleanno di sua figlia Little Pixie, il corpo senza vita di Paula Yates viene rinvenuto nel suo piccolo appartamento londinese. Il risultato dell’autopsia parla di overdose di eroina e incauto comportamento; le carte bollate di avvocati, pubblici ministeri, testimoni e parenti assortiti – si aprirà una faida lunghissima per l’affido della figlia avuta con Hutchence – faranno il resto.

Non mi pare che in Etiopia, oggi, se la passino granchè bene, nonostante la gran mole di Live Aid che nel corso degli anni si sono ripetutamente avvicendati. A parte ascoltare più volte al giorno I Don’t Like Mondays.

Oggi Bob Geldof è Cavaliere Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico. Mi sa che il Live Aid è servito soltanto a lui. Di Paula ci restano un paio di prescindibili libri, una manciata di immagini e questa cinguettante rilettura tra Patsy Kensit e Lio, forse la cosa migliore della sua dissipata e tragica vita.

L’hanno rifatta anche: Adriano Celentano, The Supremes, Amanda Lear, Boy George, LaToya Jackson, Nick Cave, Billy Ray Cyrus, Geri Halliwell, Lil’ Kim, David Hasselhoff & Antonio Banderas, Megadeth, Jessica Simpson, Beau Brummels, Hank Williams Jr., The Artwoods, Loretta Lynn, Boys Next Door, Leningrad Cowboys, Barry Adamson & Anita Lane; Lisa Germano, Planet Funk, Popa Chubby, The Fixx, Janis Ian, Robert Gordon, Faster Pussycat, Barry Adamson & Anita Lane

NANCY SINATRA – These Boots Are Made For Walking (7”, Reprise, 1966)
BRITISH ELECTRIC FOUNDATION – Music Of Quality And Distinction Vol.1 (Lp, Virgin, 1982)

One comment

  1. Hmmm…interesting to say the least. Unfortunately, behind the scenes Michael Hutchence and Bob Geldof were friends. Hutch even helped to organize Oz for Africa which coincided with the airing of Live Aid. To say Yates was “sexy” makes me want to vomit and definitely not Hutch’s type. Why anyone would believe that Hutch was ever in a relationship with Yates is beyond me.



Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: