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27) Ticket To Tide (The Beatles) by Asylum Party

25 marzo 2012

Il bello delle classifiche personali, di quelle lunghe liste emotive che tanto fanno fibrillare i patiti del pop (ma non solo) e che talvolta tracimano in mere ossessioni numeriche, è che non sono mai statiche; cambiano continuamente, alimentate da indecisioni e ripensamenti, trascinandosi in un ottovolante di dinieghi e assensi, e lo fanno nella vita reale come nella propria testa. Accade dunque che, vacca boia – proprio mentre stai tracciando la tua lista ideale – si intromettano nei tuoi pensieri più reconditi innumerevoli incertezze, dubbi, indecisioni e perplessità.

Per sua natura una lista non può mai essere in assoluto quella che vorrai tramandare ai posteri (10 Comandamenti a parte, ma quella è tutta un’altra storia e ci portiamo ancora dietro le conseguenze). In ogni caso l’insicurezza della scelta è un pro che velocemente può trasformarsi in un contro, quando l’indecisione diviene cronica e la stesura di poche decine di nomi comincia a diventare un’infinita Tela di Penelope, un campo minato di correzioni e falciature.

In soldoni: non sono mica più così sicuro di voler inserire questa canzone, qui dentro. Né lei né gli autori dell’omaggio, che tanto mi piacquero al tempo quanto trovo slegati, pacchiani, fuori luogo – e nemmeno troppo dotati – oggi. Un po’ come quei calciatori che nella mia infantile ingenuità reputavo irresistibili e dotati di prodigioso talento mentre oggi riguardo con il giusto distacco strabuzzando gli occhi e strappandomi un tenero sorriso da solo. Uno per tutti: Luciano Chiarugi, anche se la lista potrebbe essere davvero corposa (Bergkamp, Keegan, Pancev, tanto per citarne alcuni).

Chi non è incappato in simili errori fatti in buonafede dacchè spesso dettati dal cuore più che dal buonsenso? Ecco, non vedendo mani alzate mi assolvo da solo. Poi è chiaro che si cambia, si diventa smaliziati negli ascolti, meno disposti a facili entusiasmi e con una maggiore capacità nello scovare il vero oro dalle sue innumerevoli falsificazioni (non necessariamente perniciose, intendiamoci, si può fare bella figura anche con dell’ottima bigiotteria). Ci si indurisce il cuore, diviene calloso e un cinico ghigno prende il posto di quell’ingenuo sorriso slim fit che in giovine età avevamo indossato così bene. Cambia tutto, in pratica, e ci schiaffeggiamo da soli per esser caduti in tentazioni inutili, nel non essere riusciti a ponderare esattamente la differenza tra un Chiarugi (al quale, comunque, continuiamo a voler bene) e un Puskas, tra un Calloni e un Di Stefano. Tra un Pancev e un Savicevic.

Gli Asylum Party furono una di queste falsificazioni, metallo da due lire con una leggerissima doratura superficiale che mi fece cadere nello spiacevole equivoco dell’entusiasmo. Ma ero giovane, ingenuo e incline ai sentimentalismi. Oggi invece – divenuto sono vecchio, cinico e arido – il mea culpa è d’obbligo, che a sovrapporre la canzone nelle due versioni (quella dei Fantastici Quattro e quella dei francesotti) si viene colti da un moto d’imbarazzo, come spesso accade con chi si macchia di tali delitti. Non v’è nulla che possa invogliare l’avvicinamento del catalogo dei transalpini in questi 3 minuti e spiccioli, tanto meno una manciata di luride cartelle da me vergate.

Eppure ne rimasi invischiato per qualche mese, forse a causa del periodo storico-musicale che si stava vivendo, forse per quell’ostinarsi in ossianiche litanie di una new wave goticheggiante che – seppure rantolante e in metastasi – non ne voleva sapere di morire e anzi figlierà zombie pacchiani e vergognosi, più inclini al circo gotico che alla new wave comunemente intesa. Gli Asylum Party appartenevano a questa corrente melmosa e ormai priva di sbocchi, destinata a soffocare nello stesso acquitrino che aveva contribuito a creare, inghiottita da sabbie (poco) mobili ma molto fangose.

Una batteria elettronica bolsa e polverosa, un cantante abbassato di un paio d’ottave e delle grumose chitarre in agguato, pronte ad invischiare il cristallino zompettìo dell’originale in pantani simil-shoegazer. E poi quattro loschi figuri intenti ad osservarsi le scarpe a punta e a lisciarsi il ciuffo, convinti d’essere la versione brie dei Jesus And Mary Chain. O dei Ride (Ticket To) con un fruscìo di sottofondo. Nient’altro. Una spianata maleducazione armonica senza guizzi, priva di dinamica e noiosa come soltanto quella new wave indecisa e fuori tempo massimo riusciva ad essere.

Eppure in mezzo a cotante disgustose magagne il pezzo ha un suo perché, magari buono per i cultori dell’orrido in musica, o forse soltanto perché sarebbe giusto riportare tutto alla giusta dimensione, ovvero quella di una grande, grandissima, enorme canzone ripresa in mano da un poker di sbarbatelli in un periodo storico in cui – a nominare i Beatles – ti sputavano addosso che manco Cristiano Ronaldo agli ultimi Mondiali di calcio.

La Ticket To Ride degli Asylum Party rimane bisettrice mediana di un periodo storico che di scivolate e abissi ne ebbe parecchi. Una Corea, insomma, per rimanere in ambito calcistico. Una maledetta, magnifica – e disgustosamente attraente – Corea.

L’hanno rifatta anche: Vanilla Fudge, Carpenters, Mary Wells, New Seekers, Gwen Guthrie, Allen Toussaint Orchestra

THE BEATLES – Ticket To Ride (7”, Parlophone, 1965)
ASYLUM PARTY – Ticket To Ride (7”, Lively Arts, 1990)

One comment

  1. sento puzza di vecchiume… mi sa che sei tu ad essere fuori tempo massimo
    la new wave per fortuna è (e sarà) compresa appieno da pochi eletti ; certamente non da una vecchia cariatide che apprezza ancora 4 ridicoli e sopravvalutati baronetti mummificati morti da tempo immemore con le loro musichette per morti che non sanno di esserlo



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