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28) Babylon’s Burning (The Ruts) by Zion Train

16 marzo 2012

Se il punk ebbe un’intuizione davvero innovativa – oltre al botto e allo sparigliare di carte che provocò la sua comparsa – è che, tecnicamente, fu subito eterogenea diaspora new wave. Ovvero tolse ormeggi e regole a qualcosa di rigidamente integralista.

Fu – paradosso tra i paradossi – musica sonoramente reazionaria per sua stessa natura, rispondente a regole e a tavole della legge che ne minarono da subito spontaneità e possibilità di germogliare a dovere. Non avemmo nemmeno il tempo di godercene qualche pezzetto che i più furbi (o i più dotati) già stavano guardando in altre direzioni, smaniando per divincolarsi dalle ferree normative di quel rock fondamentalista e caciarone. Una fuga veloce, che non tutti riuscirono a seguire, finendo per assomigliare ben presto ai dinosauri che avrebbero voluto spazzar via.

Intendiamoci, finchè durò fu meraviglioso, e ci vorrebbero tutti gli anni un anno zero di siffatta specie, però durò poco, pochissimo, stramaledettamente poco. Qualche mese, una paccata di uscite e tanti saluti. Inconsapevolmente, e senza star troppo a pensarci, tolti i prodromi dei Ramones (vorremo mai deciderci di dare a quella band ciò che spetta loro?) e qualche singolo marchiato Damned, Sex Pistols, e – ma non ne sarei così convinto – Clash il resto (a metà 1977) era già un onda che si stava infrangendo sulla spiaggia, provocando una mareggiata come mai s’era vista prima.

Banshees, Wire, Spizzenergi, Prag Vec, X Ray Spex. Johnny Lydon, nel 1978, era già sbarcato su un altro pianeta chiamato Public Image Limited, dove Kingston era la capitale dell’Islanda, il dub s’infrangeva sui ghiacci e la disco music era nata in una discarica radioattiva di Dusseldorf; mentre i Clash annusavano Lee Perry, Futura 2000 e la sotterranea dance di New York in odor di hip hop.

E poi c’erano i Ruts. Che riuscivano a far quadrare il cerchio con la loro aurea di magnifici perdenti, autentici proletari dalle orecchie bene aperte. Skinheads innamorati della Giamaica, arrabbiati al ralenty, punk bianchi dall’alito nero e le vene del collo ingrossate dalla rabbia. Che banda meravigliosa i Ruts. Almeno in quel The Crack che ogni piccolo pagano appassionato di musica dovrebbe avere ed ascoltare in subitaneo silenzio ad intervalli regolari. Se Don Letts aiutò l’osmosi tra punk e reggae in quel di Londra, portando il reggae all’interno del Roxy, allora i Ruts furono quelli che compresero le istruzioni dell’allampanato rasta meglio di tutti.

Il pachiderma Youtube possiede al suo interno una sgranata testimonianza d’epoca, con i nostri chiamati a Top Of The Pops per rifocillare con Babylon’s Burning le orecchie del pubblico; li si può ammirare incazzati e sperduti tra le mille luci degli studi della BBC, ragazzotti tolti dalla strada e fatti entrare in un mondo che non apparteneva loro ma che li reclamava a gran voce. Si vede la rabbia di quei quattro giovani proletari, persi in sta press, Doctor Martens e utopie antirazziste mentre cercano di rendere politica la loro esibizione, trascendendola dal mero dimenarsi per un pubblico che reclama star da prima serata.

Avrebbero potuto essere anche loro parte di quella costellazione luminosa che stava transitando nelle classifiche inglesi. Avrebbero potuto, sì. Se lo sarebbero meritato. Invece pagarono dazio il 14 Luglio 1980, quando il solito buco di troppo ci strappava dalle mani Malcolm Owen, che di quella congrega politicizzata e ingenua fu il leader. E chissà quali altri capolavori di precisa e meteoritica collisione col reggae avrebbero potuto consegnarci invece di disgregarsi subito prima di tentare un inutile carta come Ruts D.C.. Resta poco, pochissimo della primeva scrittura tolto quel The Crack del quale si disquisiva poc’anzi, nel quale s’ergevano altri fantastici minuti quali Human Punk (un titolo, un programma), Something That I Said, Dope For Guns e l’altro pezzo da novanta chiamato Jah War dove davvero (ma DAVVERO) una società multirazziale nasceva da pochi minuti di tempi dispari e di gioiosa – seppure elettrica – fratellanza. Poi ci fu il tempo soltanto per una feroce John Peel Session prima che si scivolasse in qualcosa di buono (Grin & Bear It) ma non più magico.

Non fu un caso se quel fumoso soundsystem innamorato dell’acid house e del dub chiamato Zion Train – con uno iato di tre lustri – colse il testimone per ridarne freschezza e farlo conoscere ad una generazion estatica che – per un attimo – avrebbe davvero potuto dar fuoco a questa malsana Babilonia. Ne accentuarono l’impeto ballabile, stendendolo su un tappeto electro che ben s’accompagnava ai primevi sconvolgimenti ritmici, lo resero dance e furioso pronto ad essere ballato con intelligenza. La missione fallì, almeno nelle intezioni commerciali, risultando un flop clamoroso a livello di vendite, ma quel Sacro Graal è nascosto in qualche bancarella che vi attende ad un prezzo inferiore alla più banale ricarica telefonica.

L’hanno rifatta anche: Die Toten Hosen, London Punkharmonic Orchestra

THE RUTS – Babylon’s Burning (7” Virgin, 1979)
ZION TRAIN – Babylon’s Burning (12”, China, 1996)

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