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29) Respect (Otis Redding) by Aretha Franklyn

7 marzo 2012

“Questa è una canzone che mi è stata rubata da una ragazza”.

Con queste parole – Sabato 17 giugno 1967 – al Monterey Pop Festival, Otis Redding spandeva una torrida versione di Respect a 200.000 estasiate persone, irradiando un intenso e frenetico attimo di gioia, serenità e consapevolezza. Tutto era possibile in quel magico 1967 ancora lungi dal bruciarsi sulle transenne di Altamont, e dunque anche che l’elegante Otis infiammasse la folla con una canzone blues dentro e stilosamente soul fuori.

Sì, i tempi stavano davvero cambiando e tutto pareva possibile dall’alto di quel rivoluzionario palco. Il sogno era ancora intatto, quel Sabato, e pareva ormai a portata di mano, grazie anche a questa canzone e a Otis che, lì sopra, sudaticcio e felice, stava vidimando il suo ingresso tra i grandissimi di tutti i tempi. Ignaro di avere ancora soltanto sei miserabili mesi di vita.

Facciamo un passo indietro però, e pensiamo a quella ragazza: soltanto poche settimane prima, esattamente il giorno di San Valentino, Aretha Franklin era entrata in studio accompagnata da una parata di supernova del soul, decisi e certi di consegnarla alla storia. C’erano i due boss della Atlantic (Arif Mardin e Jerry Wexler) pronti a prendere in mano le redini della produzione e della giovane, fino ad allora indecisa su quale direzione stilistica intraprendere, persino disillusa dagli scarsi esiti di una carriera che non voleva saperne di decollare, stritolata in una palude di indecisioni, precoci maternità (la prima a 13 anni, la seconda a 15) e ripensamenti.

Roba da capogiro e tachicardia, se soltanto si fosse potuto guardare dentro quelle lunghe macchine scure che stavano portando Lady Soul e sodali alle sessioni di registrazione: c’era il leggendario Tom Dowd dei Muscle Shoals al mixer; c’erano le sorelle Erma e Carolyn Franklin pronte a sostenere il groove con dei cori; c’era un lungo, lunghissimo parterre de roi di strumentisti che comprendeva Willie Bridges, Charles Chalmers, Dewey Oldham, Tommy Cogbill e Gene Chrisman, ovvero l’intero Pantheon black dei 60es.

Mi fermo un attimo per genuflettermi e riprender fiato dopo aver nominato il nome degli Dei invano.

Aretha entrò in studio quasi di malavoglia, convinta di essere davanti alla solita sessione professionalmente ineccepibile ma senza quel quid che poteva farti volare. Guardò gli strani soffitti dello studio, rivolse un sorriso e un abbraccio tenerissimo ad Arif Mardin (quasi un secondo padre) prima di isolarsi per qualche minuto e scrutare quei musicisti pronti ad entrare nella storia.

Poi, improvvisamente capì.

Capì che tutto quello per il quale aveva lottato – lei, come milioni di altre donne – stava racchiuso in quella sinuosa liturgia. Capì che quella secolare armonia vergata da Otis Redding in guisa di vellutato blues pronto a farsi Uno e Trino beh… poteva diventare il primo manifesto femminista della storia. Era il 1967, dopotutto, e se non l’avesse fatto ora, quando sarebbe potuta capitare un’altra simile occasione? Tanto più che pareva DAVVERO scritta per lei, quella canzone.

Aretha cantò, cantò come mai aveva fatto prima, cantò come se stesse leggendo la dichiarazione dei diritti dell’uomo (pardon: della donna) dinanzi ad una platea di antenati in catene. Cantò usando cure, vene e muscoli, scippando una volta per tutte quei pochi minuti al buon Otis. Tanto lui è in grado di scriverne altre, pensò, sorridendo. Questa invece è mia. Mia e di tutte le donne che proveranno – ascoltandola – quello che ho provato io mentre la registravo.

E se il testo originale è il punto di vista di un uomo che chiede alla sua compagna di essere tenuto in considerazione e rispettato come essere umano, nella rilettura della Franklin i ruoli vengono per la prima volta invertiti, con pathos e con la rabbia data da secoli di sottomissione. Respect fu l’inno di quegli anni di sconvolgimenti sociali, e quella che in origine era la sacrosanta richiesta di rispetto da parte di una donna per troppo tempo relegata ai margini improvvisamente si allarga comprendendo tutti i settori di una società in movimento, dai diritti dei lavoratori, alle residue forme di apartheid, alle rivolte studentesche. L’intera società americana stava chiedendo rispetto, e lo faceva tramite la voce di Aretha.

Fu un successo strepitoso (due settimane al n.1 della classifica di Billboard), che offuscò persino la già consistente affermazione dell’originale.

Soul. Anima. L’impalpabile emozione dai mille rimandi, ai quali puoi credere e cedere oppure rifiutare con cinismo, ma dalla quale dovrai sempre tornare per fare i conti con la tua coscienza. Etichetta mirata, stilosa e perfetta che racchiude in quattro lettere la più intensa definizione che possa essere appoggiata ad uno stile musicale. E Respect è l’emblema, il marchio di tutto l’assioma.

Otis non farà in tempo a comprendere appieno il reale significato dello sconvolgimento sociale provocato dalla sua canzone, morirà il 10 Dicembre 1967, tra le gelide acque del Lago Monona a Madison, nel Wisconsin, dove si inabissò l’aereo sul quale viaggiava.

Respect, fratelli.

L’hanno rifatta anche: Johnny Rivers, Geno Washington & The Ram Jam Band, The Rationals, Jimmy Smith, Stevie Wonder, The Ventures, Ann Peebles, Wolfgang Press, Ike & Tina Turner

OTIS REDDING – Respect (7”, Volt, 1965)
ARETHA FRANKLIN – Respect (7”, Atlantic, 1967)

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