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34) I Heard It Through The Grapevine (Marvin Gaye) by The Slits

28 gennaio 2012

Si è scritto spesso riguardo al fatto che What’s Goin’ On sia stato un disco pensato e concepito sotto un pesantissimo influsso di sostanze psicotrope, cocaina in primis, il cui smodato uso ne intrise le registrazioni in maniera massiccia, con un Marvin Gaye svagato e incapace – almeno all’apparenza, visto il risultato – di mantenere la concentrazione, anzi cedendo ad influssi paranoici che ne minarono le sedute. Un disco – al pari di Young Americans di Bowie – nel quale si può quasi avvertire la polverosa nube bianca aleggiare sopra ogni solco, tanto ne furono figli, nati quasi inconsapevolmente tra un delirio psicotropo e l’altro.

Paranoie e disillusione, questi i primi sintomi di un consumo che si fa oggetto ed inizia a consumarti lui stesso, sintomi che (nel caso sia di Bowie che di Gaye) portarono gli autori a scrivere pagine tra le migliori dell’intero loro repertorio, cedendo in cambio un pezzo di vita e di sanità mentale.

Fu l’ultimo vero, enorme, sussulto del buon Marvin, prima di trovare impressa la parola fine in una pallottola sparata dal padre. Certo, sarebbe arrivato Let’s Get It On e l’ultrafunk del misconosciuto asso Got To Give It Up ma anche gli anni Ottanta e il mellifluo avanzare di Sexual Healing. Per carità: bello, bellissimo…ma è davvero Marvin Gaye quello di Sexual Healing? O soltanto una versione di Sinatra virata soul per danarose donne della middle class, desiderose d’essere circuite? E’ il Marvin Gaye comunemente inteso oppure una versione olografica di Barry White passato alla cassa a riscuotere? Troppo l’abisso tra il patinato arrangiamento dal suo ultimo successo e i rivoluzionari proclami delle sue hit precedenti.

Giudizio forse ingeneroso fratelli, vogliate perdonarmi visto anche il doloroso cammino che condusse il nostro verso quella pallottola; un cammino intriso di drammi quali una disastrosa tossicodipendenza, bancarotta, diverse minacce di suicidio e uno sfacelo personale che lo costrinse addirittura a vivere per qualche tempo in un furgone da panettiere.

Eppure, a causa di quella pallottola spesso ci si dimentica dell’altro Marvin, quello degli anni Sessanta, quello dagli inizi con Tammy Terrell prima che la talentuosa vocalist cedesse di schianto ad un bastardo cancro al cervello; quello della Motown, quello dei Moonglows, quello che scrisse Dancing In The Streets per Martha And The Vandellas. Il vero Marvin, l’uomo dal talento sconfinato. Quello che arrivò a lottare con Berry Gordy (patron della Motown) per cambiare la musica nera.

Ovvero questo.

Se What’s Goin’ On (1971) è il suo vero apice artistico (e una delle poche, vere rivoluzioni stilistiche black)– e, davvero, quanto lottò con Berry Gordy per poterlo pubblicare! – nonché acquisita consapevolezza che il soul (e più in generale tutta la musica nera) non potevano essere soltanto sciocche canzoncine d’amore, è anche vero che un capolavoro come I Heard It Through The Grapevine (1967) aveva in nuce tutta la suprema scintillante belligeranza di Marvin.

Fu il più clamoroso successo di casa Motown, quattro milioni di copie vendute e un’esposizione mediatica come mai era successa prima nei confronti dell’etichetta di Berry Gordy. Eppure era un pezzo nato nell’indecisione e nelle difficoltà, oggetto di ripensamenti e ripudio, tanto che era finita dapprima nel catalogo di Gladys Knight & The Pips (che la incisero) per poi venir ripresa da Gaye per farne verbo. Imperativo.

E’ da lì, dall’immenso successo e dalla conseguente paranoia scaturita (pensava di non essere sufficientemente talentuoso da meritarselo, quel successo; e se volete far di conto e paragonare cotanto senno dinanzi alle mezze calzette d’oggidì che si credono John Lennon dopo aver pubblicato un singolo, beh…fate pure) che inizia la pericolosa discesa agli inferi di Marvin.

Invece è un pezzo che potrebbe trovare innumerevoli declinazioni e permutazioni, una canzone che – al pari di quegli indumenti elasticizzati – sa adattarsi a stilemi e corde vocali soprendenti e inaspettate, sa allargarsi tra le maglie di un’arrangiamento, sa restringersi per chi volesse scarnificarne l’originario schioccar di palpebre. I Heard It Through The Grapevine pare fatta di minacciose nuvole incartate su note di domopak che ti si appiccicano addosso in maniera subdola e gorgogliante. E’ un piccolo ottovolante di palpitazioni soul, dove – in nuce – v’è Curtis Mayfield quasi coevo, lo Stevie Wonder di Innervisions e il Prince di Around The World In A Day.

E’ una canzone fatta per esser presa, magari senza essere compresa. Come nella versione delle impudenti Slits, appuntite femmine che usarono il punk come Tampax e il reggae come sfilacciato Wonderbra. Cacciarono il velenoso maschilismo tutto sputi e lamette con una geniale intuizione reggae dal passo claudicante. Questa versione orna un disco che è puro fango (come si evince dalla copertina), termiti e bassi tellurici, urla belluine e incazzatura giovanile.

Le Slits ci videro (o furono costrette a vedere da quel misconosciuto genio della consolle chiamato Dennis Bovell) giungle (non jungle, intendiamoci) reggae, ciottoli dub, urla, cannabis e una intera festa caraibica di zoppicanti spazi sonori. Averne, di sorelle così’. Riposa in pace, Ari.

L’hanno rifatta anche: Kaiser Chiefs, Craig David, Bill Frisell, Lee Ritenour & Dave Grusin, Ben Harper, Beki Bondage, The Flying Pickets, Marisa Monte, Average White Band, Undisputed Truth, The Chi-Lites, Ella Fitzgerald, Ike & Tina Turner

MARVIN GAYE – I Heard It Through The Grapevine (7”, Motown, 1968)
THE SLITS – Cut (Lp, Island, 1979)

One comment

  1. Il mio cuore di sbarbo palpita(va) per le versione ciclopica offerta dai Creedence (e pure per quella stralunata/lunare dei Tuxedomoon)…



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