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35) Yu-Gung (Einsturzende Neubauten) by Pussy Galore

21 gennaio 2012

Non erano nuovi a queste cose, i Pussy Galore.

Costretti a sparire da Washington dopo aver ufficialmente sputato tutto il loro disprezzo verso Ian MacKaye, boss della Dischord e vero nume tutelare della scena cittadina. Delitto di lesà maestà in combriccole così puriste e chiuse come quelle d’allora. Ma anche di oggi, intendiamoci, che gli integralisti delle sette note si trovano ad ogni latitudine ed era geologica. E se v’era una cosa che faceva uscire di testa quei cinque disperati (Jon Spencer, Julie Cafritz, Bob Bert, Neil Hagerty e Christina – sospiro – Martinez) erano proprio ordine, rigore e omogeneità. I Pussy Galore erano nati proprio per rigettare tutte le istanze del rock and roll, masticarle in guisa di ruminanti sonori per poi espellerle come uno strano bolo bilioso dal residuato blueseggiante.

Come che sia, appena trasferitisi a New York che fanno? Pubblicano una musicassetta (sì, qualcuno di voi non ha mai visto una musicassetta, come certi bimbi d’oggidì non hanno mai visto una papera) dove rileggono integralmente Exile On Main Street dei Rolling Stones. Riletto a modo loro, s’intende, con il nemmeno troppo celato sospetto che fosse stato inciso senza nemmeno aver provato le canzoni o con l’illusione di un faro, un porto sicuro dove poter condurle… Exile On My Shit dunque, ’che Pussy Galore sarà sì stata anche la Bond Girl più anziana di tutta la serie (Honor Blackman, all’epoca – 1964 – quasi quarantenne), ma è anche vero che l’espressione significa ‘fica a go-go’ e quindi, insomma… avremmo dovuto sapere cosa aspettarci in quel finale di anni Ottanta da questi tizi.

Ovvero: una bella badilata di sghemba merda noise su tutti i Nick Kamen che ci avevano ammorbato le classifiche e i pomeriggi per almeno diciotto lune. Una ventata venefica firmata jon Spencer e sodali, recapitataci a casa in una cassa di whisky da quattro soldi, polverine magiche e junk food pieno di vermi. In soldoni: brandelli blues lasciati macerare nella codeina e nascosti in qualche umido sottoscala infestato da scarafaggi. Ce lo meritavamo dopotutto; di chi era stata la colpa se personaggi come gli Opus di Life Is Life avevano sbaragliato le classifiche di mezza Europa? Certo, poi i Laibach avevano messo una pezza esponendoli – in saecula saeculorum – al pubblico ludibrio con la loro versione (non fatevi idee, non l’ho inserita tra le 100), però…

Non che negli Stati Uniti fosse andata meglio, che se Sparta piange Atene non ride, e in quel 1988 l’album più venduto in USA fu il Greatest Hits dei Journey.

Il. Greatest. Hits. Dei. Journey. Diosanto.

In ogni caso mai la lezione dei Sonic Youth (ai quali avevano strappato Bob Bert) fu appresa con maggior cognizione di causa, rabbia e indolenza narcotica. Figlieranno presto e assai, i Ficaroli, con una diaspora rancorosa ma zeppa di interessanti frutti: Boss Hog (non solo per le copertine, chiariamolo), Jon Spencer Blues Explosion, Action Swingers e – soprattutto – Royal Trux, con questi ultimi eredi naturali di un suono che pochi eguali ebbe in quegli strani e conturbanti anni.

Ma è Pussy Galore il serpentello che ci ha sempre affascinato assai, e di tutti i mutamenti di pelle della biliosa combriccola è proprio Sugarshit Sharp quello più deliziosamente urticante. Sette brani, per un Ep uscito esattamente in mezzo ad un guado dove rimpallavano le psicosi di Right Now! (1987, diciannove tracce in poco più di trenta minuti) e i cocci di Dial ‘M’ for Motherfucker (se si potesse immaginare allora sarebbe Mark E.Smith che prende per mano i Primal Scream e a calci in culo la Magic Band).

Sette baccanali sonori e nemmeno venti minuti di musica, con questa Yu-Gung messa in apertura di un disco che cominciava a dilatare il minutaggio delle canzoni su carogne di blues acidulo e… Come spiegarvela? Se – pur nella sua rivoltante bellezza – l’originale dei Neubauten riesce a farsi assimilare grazie ad una nevrotica marzialità che sa tanto di D.A.F. come di LA Dusseldorf (c’è un motorik intriso di seghe elettriche e pus), la versione dei Pussy Galore è da asilo di correzione, suonata in punta di coltello e con una spasmodica voglia di evitare/evirare lo spartito.

Un claudicante rock and roll neanderthal-iano lanciato in mezzo ad un mare in tempesta sopra ad una zattera di segatura e muco, con i muri portanti del pezzo sempre ad un passo dalla sfaldamento e dall’implosione.

Fumo, scale scricchiolanti, urla notturne, cazzi, cosce e pericolo. Soprattutto pericolo. Un pericolo che valeva la pena correre e che procura brividi anche nelle rimanenti tracce dell’Ep dove – in mezzo a panni sporchi, polveri sottili, bitume e intossicazioni assortite – schiaffano anche Penetration In The Centerfold dei Devo, blasfema e rugginosa al limite del tetano.

L’hanno rifatta anche: –

EINSTURZENDE NEUBAUTEN – Yu-Gung (12” 1985)
PUSSY GALORE – Sugarshit Sharp (12”, Caroline, 1988)

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