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36) There Is A Light That Never Goes Out (The Smiths) by Friendship 7

13 gennaio 2012

Non cercateli, non li troverete. Quantomeno sul Tubo dico, perchè le vie del Signore (e della rete) oggidì sono infinite. Già, i Friendship 7. Che nome del cazzo, vero? Uno di quei casi che chiamare meteore sarebbe arrotondare per eccesso; inutili verrebbe da dire, sicuramente ininfluenti e dalla nulla visibilità, tanto che anche Il Grande Fratello Google rintocca (quasi) a morto, e non fosse stato per un umido scantinato londinese di qualche (parecchi) anni fa, non sarei qui a raccontarne.

I classici gruppi frettolosi che – negli anni d’oro della discografia britannica, quando uno straccio di singolo non si negava a nessuno – ingolfavano gli scaffali delle offerte il giorno stesso dell’uscita, in una sorta di prematura eutanasia. Dunque non so chi siano (stati) i Friendship7. Non ho né la minima idea né uno straccio d’informazione. Non ne ho mai saputo nulla nonostante vetuste ricerche cartacee e relativamente recenti indagini in rete (sebbene dopo mesi di ricerche uno dei componenti sia sbucato su Myspace), ed è una cosa che mi sta pure parecchio sulle palle, perché abbiamo poco da cianciare di Villaggio Globale, di universalità della conoscenza e bla bla bla, quando invece pare impossibile che in tempi di connessioni veloci, di Wikipedia e di Google, non si riesca a scavare davvero sotto la superficie patinata di una conoscenza prèt a porter.

Sarebbero bastate due righe, un breve cenno, una minima infarinatura, quel poco che esuli dalle scarne note reperibili magari su ebay o discogs. Non avessi tra le mani l’asettico dischetto e tra le orecchie la melliflua miscela sonora, probabilmente penserei d’essermeli sognati. Li presi a scatola chiusa, più per il prezzo che per il rifacimento in sé; con parecchia prevenzione e spronato solo dalla curiosità di ascoltare come avrebbero reso la più bella canzone degli Smiths (assieme a William, It Was Really Nothing, ma quella è un’altra storia).

C’erano migliaia di singoli che ammiccavano da quelle scaffalature piegate sotto il peso di un brit pop che stava scemando, sommerso da risate e voltafaccia; migliaia di Carneadi passati senza lasciare traccia, com’era fisiologico in un mercato discografico che faceva del ricambio e dello sparare nel mucchio la sua arma principale.

Li presi e li inserii nel capiente zainetto, già sufficientemente stivato di nomi assurdi che – ne ero sicuro – mi sarei pentito d’aver fatto cambiare residenza appena fossi giunto a casa. Conscio che tutti quei pacchi di singoli non sarebbero mai andati a cambiare la storia della musica e – anzi! – come risultato avrebbero portato soltanto ad un intasamento dei miei già sofferenti muri.

Passarono mesi e centinaia di altri ascolti (parecchi dei quali davvero modesti) prima che mi ricordassi di quella copertina violacea dall’aspetto fumettistico e mi decidessi svogliatamente di approcciarla, sicuro di trovarvi il solito irritante brano indeciso tra un pop anemico e timidi tentativi indie che l’industria britannica stava sfornando a getto continuo in quegli anni di trapasso. Temevo di trovarvi una versione edulcorata dei (già non eccelsi) Toploader, qualche scopiazzatura di Verve o sciacquature (nel Tamigi, ovvio) in candeggina di Creep.

Nulla di tutto questo invece, e fu grande lo stupore nello scoprire che – sorpresa! – quel dischetto era roba buona, buonissima, talmente buona da meritare ben più di un distratto ascolto. Ne scoprii l’afflato tenue, la cangiante morbidezza del suono, il piccolo cesellare con vellutati tocchi su una canzone già perfetta di suo. Non ne intaccarono la sublime maestria compositiva, intendiamoci, eppure rappresentarono davvero una boccata d’aria fresca – seppure dal retrogusto umbratile, ma come rendere altrimenti un simile capolavoro? – con quel trasudare soave pop che tanto doveva ai Saint Etienne meno digitali come a quelle ossianiche operette lo-fi di casa Sarah Records; che aveva vaghi (vaghissimi) sequencer Pet Shop Boys intrisi nell’ovatta e rigurgiti retrò che tutti i Nouvelle Vague del pianeta mai riusciranno ad eguagliare.

Si diffusero in loop per parecchie settimane, durante quella lunga estate calda. Fu solo con i primi uggiosi giorni autunnali che ricominciai a tenere d’occhio i cataloghi di Sister Ray o Rough Trade (sì, c’erano ancora i cataloghi dei negozi di dischi, e – udite udite – erano pure cartacei!), in cerca di qualche altra uscita di questo duo, ma fu tutto inutile; i tempi erano cambiati rapidamente e radicalmente, sebbene fossero passate soltanto poche lune.

Stavano sgomitando nuovi guerrieri sintetici, prodromi di electroclash pronti a rintuzzare gli attacchi di quel pop inglese sempre uguale ma sempre diverso, come le impronte digitali di due gemelli, relegandolo nelle retrovie. I Friendship 7 sparirono (per fortuna, aggiungerei), come la miglior avventura di una notte priva del temuto risveglio, portandosi appresso un bastimento carico di colleghi. Da allora e per sempre ne perdetti le tracce, come forse è giusto che sia, perché l’amore più bello è quello che si nega. Ed è per questo, soltanto per questo, che quel messaggio in bottiglia ha finito per acquistare un sapore tutto particolare.

Ancora oggi, quando mi capita tra le mani – magari in uno dei tanti spostamenti di scaffali – quel singolo mi riporta ad un trapasso di millennio leggero e vaporoso, forse l’ultimo vero momento di disincantata serenità. Solo un’ultima cosa, prima di chiudere: quella luce si è spenta, caro Moz. Buonanotte.

L’hanno rifatta anche: Schneider TM, Neil Finn, My Awesome Compilation, Divine Comedy, Lucksmiths, Speedstar, Nada Surf, Napoleon Solo, Parasites, Chris & Carla

THE SMITHS – The Queen Is Dead (Lp, Rough Trade, 1986)
FRIENDSHIP 7 – There Is A Light That Never Goes Out (Cds, Stirling, 2001)

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