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39) Il Est Nè Le Divin Enfant (Traditional) by Siouxsie And The Banshees

17 dicembre 2011

”Il est né le divin enfant, jouez hautbois, résonnez musettes. Il est né le divin enfant chantons tous son avènement!”. Quanti ricorderanno queste semplici strofe, retaggio di vecchie e noiose lezioni di musica subite – tra un flauto dolce e l’altro – in giovane età, magari durante le elementari. E’ un evergreen che mai mancava in quelle lunghe ore passate in fredde e scrostate aule, in compagnia di freddi e scrostati insegnanti, troppo ottusi per poter anche solo lontanamente pensare che la musica (qualsiasi cosa volesse dire questo termine) avesse avuto sussulti dopo il Medioevo; lo si ripeteva automaticamente, in un improbabile francese, più simile al latino mnemonico che le beghine salmodiavano in chiesa qualche decennio orsono.

Una tortura, che chi ha mai subito anche una sola volta nella vita, non può non ricordare. Veniva imposta solitamente in prossimità delle feste natalizie, giusto per far bella figura alla consueta recita scolastica prima delle vacanze, in un aula magna impregnata di ormoni (e aromi) adolescenti, genitori annoiati e sudore.

Ogni santo anno che Iddio mandava in terra dovevamo sottostare a cotanto piagnisteo (mentre io avrei voluto magari una bella Teenage Kicks in versione gospel, per quelle recite puzzolenti), incapaci di reagire. Intere generazioni immolate su questo zupposo traditional, un canto natalizio francese la cui melodia (derivata da una progressione armonica del XVII secolo chiamata La Tete Bizarde fu pubblicata per la prima volta nella seconda metà dell’Ottocento (presumibilmente verso gli anni settanta) in una raccolta di canti natalizi della Lorena intitolata Airs des Noel Lorrains da tale Grosjean, organista in forza alla cattedrale di Saint-Diè.

Pur se di dominio europeo da sempre – declinata in centinaia di arrangiamenti in ogni paese e in ogni chiesa – era soltanto nel 1963 che questo piccolo madrigale trovava una ufficiale traduzione inglese prima che – esattamente – 19 anni dopo, Siouxsie decidesse di inciderla come lato b della versione a 12” di Melt! (secondo singolo tratto da A Kiss In The Dreamhouse).

Colpì molto la scelta, ed ancora più l’esecutrice, dacchè mai avremmo pensato che la regina degli Spiriti Nefasti potesse approcciare cotanta religiosa materia. E invece. E invece come ne avevano ridato vigore e forza i Banshees, come ci sorpresero e ci guidarono in quel tenue e meraviglioso Natale che porto ancora indelebilmente impresso in ogni neurone, dove ogni uscita pareva essere un capolavoro destinato a rimanere negli annali. Non ho ricordi di una tale messe di sbalorditive uscite come in quei freddi mesi del 1982, da me passati quasi interamente dentro l’unico negozio della Ricordi nel raggio di 50 chilometri, scartabellando continuamente la vasca dei 12″.

Quello fu l’inverno di Advantage dei Clock DVA, di Songs To Remember degli Scritti Politti, di Uncertain Smile di The The, di Let’s Go To Bed dei Cure, di Let Me Go degli Heaven 17, degli Yazoo, degli Associates, dei Japan. Di Someone, Somewhere In Summertime dei Simple Minds e di mille altri piccoli lampi su 45 giri. Fu l’inverno nel quale il new pop toccò il suo zenith con The Lexicon Of Love degli ABC, l’ultimo lampo di luce prima che una brutta, bruttissima recessione sonora si facesse avanti a grandi passi.

Un inverno che necessitava di una adeguata colonna sonora grondante fiocchi di neve e malinconia, dove le piccole cose di pessimo gusto si accompagnavano a silenzi carichi di attese, dove la consapevolezza d’aver davanti a noi tempi intrisi di pianti e stridor di denti si faceva pressante.

Era l’ultimo barlume di gioia e spensieratezza concessoci, dovevamo celebrarlo degnamente con una canzone che ci guidasse senza troppi patemi verso i ‘veri’ anni Ottanta, quelli peggiori, quelli forgiati sulla malefica asse Reagan/Thatcher, quelli che ci avrebbero portato in eredità pseudo amicizie rapaci, la fine dell’ingenua solidarietà adolescenziale e la crisi del dover diventare adulti a tutti i costi con il terrore di restare casti.

La trovammo in Siouxsie quella canzone; in Siouxsie e in quel melanconico cinguettìo che andava ad omaggiare la delicatezza originaria senza blasfemia o cinismo, adagiandosi per una volta in un ovattato e lussureggiante cantico che dimostrava lunghi ed attenti ascolti in gioventù. Probabilmente anche lei (e Steven Severin, e John McGeoch, e Budgie) aveva dovuto subire lunghe ore in classi grigie e scrostate, a ripeterne ossessivamente il vetusto ritornello, senza forza e con una noia abissale appiccicata addosso.

Sembra davvero di stare dentro ad una cattedrale, ascoltando questa toccante resa; magari proprio durante una gelida notte di Natale di metà Ottocento, tra profumi d’incenso, canti gregoriani e litanie declamate in latino, mentre fuori una carrozza ci attende per condurci lontano da quell’atmosfera nevosa e da quel selciato grigio e rumoroso sul quale gli zoccoli dei cavalli disegnano strane traiettorie sonore.

Poi invece ti svegli accorgendoti d’avere lasciato lo stereo acceso mentre sopra, incessantemente, gira il lato b di Melt!. Fu un ottimo Natale, quello.

L’hanno rifatta anche: Petula Clark, Placido Domingo, Winchester Cathedral Choir

TRADITIONAL
SIOUXSIE AND THE BANSHEES – Melt! (12”, Polydor, 1982)

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