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41) My Funny Valentine (Mitzi Green) by Nico

4 dicembre 2011

Ci sono canzoni talmente belle ed evocative che è impossibile ascoltarle, tanto sgorgano dolore mentre ti si insinuano dentro, pronte a conficcarsi come venefici aghi uncinati in tutti i gangli del tuo essere. Parecchio blues è stato forgiato su questo doloroso assioma, non a caso le blue note che lo contraddistinguono (ovvero note corrispondenti ad uno dei gradi III, V e VII della scala maggiore abbassate di circa un semitono per dare quel senso di nostalgia e tristezza tipico del genere) sono da sempre la peculiarità principale di un genere musicale fondato sul dolore e la fierezza.

Fu una sotterranea guerra razziale, il blues, e le orecchie di noi occidentali – condizionate da anni di bel canto, barocchismi, stratificazioni d’opera e abbandonate da sempre nella rassicurante dicotomia maggiore-minore – stentarono nel percepire la rivoluzione stilistica leggermente dissonante che lo caratterizzava, tanto che – soprattutto in Italia – venne apostrofato dai puristi (che non mancano mai, ad ogni latitudine) come musica stonata.

Eh… sì, è vero, forse lo è, ma è stonata, leggermente fuori sincrono, deviante, rispetto allo zuccherificio armonico che aveva fatto salire il diabete agli ascoltatori occidentali. Stonata in senso buono, in quanto divergente da ciò che fino ad allora aveva imperato, senza progredire. Una salutare macchia in un quadro intonso da secoli. Strange Fruit è una di quelle sinfonie stonate, che in un ipotetico albero del pianto ben s’accompagnerebbe ai pendenti rami dell’altrettanto celebre Gloomy Sunday. Un paradosso, ne sono conscio, ma ognuno di noi ha una soglia emotiva del dolore (sia fisico che psicologico) che sarebbe bene non oltrepassare.

La mia, a guardia di quell’uscio, ha My Funny Valentine. Più precisamente nella struggente versione di Christa Paffgen in arte Nico. Ovvero una delle tre donne più belle di tutti i tempi (le altre due? Io voto Brigitte Bardot e Rita Hayworth, ma il televoto è lungi dal chiudersi), la mamma di tutto il rock declinato al femminile (il vero rock, quello che ti fa soffrire, non le Spice Girls o Lady Gaga) che da lei si dipanerà.

Nico, null’altro che l’anagramma di ‘icon’, perché Nomen Omen e perché la figura statuaria, algida e profondamente tenebrosa di questa teutonica beltà (ma qualcuno la vuole magiara di nascita, come Viktor Bockris, che nella biografia dei Velvet le riserva natali ungheresi) non poteva che avere questo appellativo per consegnarla ai posteri. Nico è famosa per aver cantato nel debutto dei Velvet Underground (The Velvet Underground & Nico, appunto, e so di offendervi nello spiegarlo), anno domini 1967; forse – per inciso – il disco più famoso di sempre. Sono i Velvet a fare di lei una star irraggiungibile e un icon(a) ma ci si dimentica un prima e soprattutto un dopo quando si parla di Christa Paffgen.

Ex modella, giramondo bohemien, compagna di Brian Jones e Alain Delon (con quest’ultimo avrà anche un figlio, Ari, mai riconosciuto dal padre), comparsa di lusso nel Felliniano ‘La Dolce Vita’, tanto per tratteggiare due righe della sua avventurosa esistenza. Lou Reed scrisse Berlin, per omaggiarla e schiaffeggiarla nello stesso tempo, e Dylan ne fece il soggetto per I’ll Keep It With Mine. Personaggio carismatico e difficile, sorprendentemente incline all’autodistruzione, quasi fosse una disgrazia cotanta bellezza avuta in dono, e dunque da demolire al più presto, per tornare umana. Magari aiutandosi con l’incisione di 11 album solisti, tra i più malinconici ed oscuri mai incisi a memoria d’uomo. E di donna. Inconsapevole vestale di tanta ombrosa musica che da lei andrà a dipanarsi, Dead Can Dance in testa.

Undici album si diceva, tra i quali svetta questo Camera Obscura. Ultimo lavoro in studio di una donna profondamente affranta, distrutta da 4 lustri di tossicodipendenza portata agli estremi ed esorcizzata in questi 9 brani delicati e maestosi, prodotti dall’eterno amico John Cale. Ci si inabissa, all’ascolto di Camera Obscura, si viene immersi in una amniotica camera iperbarica dalla bruciante bellezza, e se c’è mai stato un blues moderno e femmineo allora è rinchiuso qui dentro; nelle spire di un disco dove – accompagnata dai malevoli The Faction e dal suo inconfondibile armonium – ci consegnava 9 ultimi, disperati brani.

Tra l’onomatopeica discesa agli inferi di My Heart Is Empty, le progenie Dead Can Dance di Tananore, il viaggio psico-lisergico di Das Lied Vom Einsamen Mädchen e la struggente title track si innalzava un monolite di inarrivabile struggimento. Questo.

Nico muore in una solitaria disperazione, così come aveva sempre vissuto, cadendo di bicicletta nel luglio 1988 ad Ibiza.

L’hanno rifatta anche: Hal McIntyre, Ruth Gaylor, Chet Baker, Eartha Kitt, Johnny Mathis, Ella Fitzgerald, Jimmy Giuffre, Bradley Joseph, Mary KayeTrio, Miles Davis, The Supremes, Elvis Costello, Brian Conley, Gerry Mulligan, Frank Sinatra, Johnny Mathis, Barbra Streisand, Bing Crosby, Sarah Vaughan, Stan Getz, Paul Desmond, Tony Bennett, Ben Webster, Buddy Rich, Anita O’Day, Shirley Horn, Mel Tormé, Sammy Davis, Jr., Dolly Parton, Carpenters, Kanye West, The Names, Michael Bolton, Marvin Gaye, Petula Clark, Anthony Braxton, Richie Lee Jones, Linda Ronstadt, Carly Simon, Girls Against Boys, Anita Baker, Chaka Khan, Etta James, Cliff Richard, Michael Bublè, Rod Stewart, Czars

MITZI GREEN – My Funny Valentine (mai incisa)
NICO – Camera Obscura (Lp, Beggars Banquet, 1985)

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