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42) I Second That Emotion (Smokey Robinson & The Miracles) by Japan

29 novembre 2011

Tra le centinaia di gruppi usciti dal magma ribollente che espettorò i lapilli del dopo punk pochi – oggi – suonano così datati e quintessenzialmente legati a quell’età irripetibile come i Japan. Non avrebbero potuto nascere e crescere in nessun altro periodo storico (a parte forse il 1973, ma solo agli albori della loro carriera, quando scherzavano con il glam rock), inchiodati agli anni Ottanta dei (dai?) Duran Duran, dei quali rappresentarono la versione intelligente e sofisticata, ed equidistanti dai Roxy Music.

Lì nacquero e lì dovevano morire prima di trasformarsi in patetiche macchiette bistrate e sovrappeso. Così fecero, e va dato atto al Piccolo David d’aver capito al momento giusto quando si stava intravedendo il fondo del barile.

Fu la solita losca e triviale storia di donne a porre il sigillo sui Japan, la classica sindrome di Yoko Ono stavolta declinata davvero sul Sol Levante, quasi sia una maledizione dagli occhi a mandorla. David ruppe i già precari equilibri di un gruppo tenuto assieme da sottile nastro isolante rubando la ragazza di Mick Karn (r.i.p.), talentuoso bassista autodidatta che rappresentò uno dei punti di forza di quel gruppo di eccelsi strumentisti. La spaccatura fu immensa e ci vollero anni per ricucire – almeno in parte – lo strappo. E se davvero è stato questo il tempestivo motivo che decretò la scissione del quintetto nel momento in cui esattamente avrebbe dovuto avvenire allora siano benvenute e benedette tutte le Yoko Ono del mondo.

Chissà cosa avrebbe potuto riservarci il destino se i Beatles fossero rimasti assieme (avete presenti gli ultimi Pink Floyd prima dell’ibernazione? Ecco), e chissà quali aberrazioni avrebbero condotto i Japan verso gli anni Novanta, magari riciclati in immobili e cerebrali macchiette pronte a declinare ore e ore di noiosissima ambient stivata di note, accordi e cattedrali di tastiere.

Sia gloria dunque a tutte quelle piccole donne che accompagnano i musicisti delle band di successo. Figure sovente sottovalutate quando non lapidate da fans e critica assortita. Sia lode a compagne fameliche e rapaci, a tutta quella metà del cielo che irrompe sul palcoscenico per rivendicare brandelli del talentuoso (o meno) artista di turno, siano esse Nancy Spungen, Courtney Love o Patty Scialfa, giusto per fare antipodici esempi.

Ad ogni modo fu proprio a causa di Yukka Fuji che i Japan deflagrarono in malo modo sul finire del 1982, lasciando una manciata di album eterogenei e un’autostrada di progetti collaterali ad attenderli. La loro musica suona (e risuona, per chi ancora è aduso ad ascoltarla) figlia del proprio tempo, di quell’esatto istante in cui Visage, Spandau Ballet, Duran Duran e belletti assortiti sembravano essere giunti per seppellire il rock e dimostrare a tutti che la vita è una lunga, ininterrotta festa di corpi tonici, vestiti eccentrici, video esotici e ragazze depilate. Che la società aveva bisogno soltanto di assenzio e dandies decadenti per poter progredire; ballavano noncuranti, accecati da abbondanti dosi di make up, mentre l’Inghilterra soccombeva dinanzi alle prime crepe di sanguinosi scioperi (i minatori, il delitto
più grande della Lady di Ferro), un emaciato prodotto interno lordo e una disoccupazione a due cifre.

Lì si tentò di incasellare David Sylvian e i Japan, concentrandosi su vaghe reminiscenze musicali (tralasciando una carriera che aveva preso il via sotto tutt’altre vesti almeno un lustro prima) e strattonandoli dentro all’isteria new romantic, in virtù di un disco (Quiet Life) e alcuni equivoci (Life In Tokyo; Gentlemen Takes Polaroids). Errore grossolano invero, dacchè delle ‘stupiderie’ adolescenziali e isteriche di tutto quel plotone ben agghindato i nostri conservavano sì un taglio di capelli similare, ma anche ben altre capacità musicali. Sylvian capì subito l’agguato e cerco di divincolarsi da questo gioco al massacro con la data di scadenza pericolosamente vicina conducendo i Japan in territori ben più angusti, in una progressione di sottrazioni che li avrebbe condotti a citare Erik Satie (Ghosts, recuperatelo se mai avete avuto modo di imbattervi nei 4 migliori minuti mai vergati da quest’uomo), i Velvet Underground (la cover di All Tomorrow’s Parties) e le diafane ombre della Repubblica di Weimar (Nightporter).

Poi, ridotto ancor di più all’osso il pentagramma pubblicò il suo apice rarefacendo un suono terzomondista equidistante dai monasteri di Kyoto come da certo pop al quale tanti andranno ad abbeverarsi. Era Tin Drum quel disco, ultimo inchino al Sol Levante prima di fare seppuku, togliere il disturbo, ammainare la bandiera dei Japan e fuggire verso una carriera solista sempre più diafana.

Ciò non toglie che la loro resa di I Second That Emotion di Smokey Robinson (ovvero colui che Bob Dylan definì ‘il più grande poeta vivente d’America’) rimanga tra le cose migliori di catalogo con quell’incedere spogliato di chitarre e inguainato in morbide ed avvolgenti tastiere retrò che sbattono su fiati di gomma. Ne rallentavano l’umorale impeto dei Miracles in un indolente origami sonoro perfetto per uggiose serate solitarie. Del resto, erano loro a volere una ‘quiet life’.

L’hanno rifatta anche: Diana Ross & The Supremes, Kiki Dee, Thelma Jones, Michael McDonald, Manhattan Transfer, Derek & The Diamonds, Jerry Garcia & Meri Saunders, Josè Feliciano, Chosen Few

SMOKEY ROBINSON & THE MIRACLES – I Second That Emotion (7”, Motown, 1967)
JAPAN – I Second That Emotion (7”, Ariola Hansa, 1980)

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