h1

43) Surfin’ Bird (The Trashmen) by The Ramones

16 novembre 2011

Ai Ramones dobbiamo tutto. Patrimonio dell’umanità al quale andrebbe reso omaggio come si fa con reliquie di taglio religioso dacchè – probabilmente – uno dei quattro o cinque gruppi davvero fondamentali di quella lunga corsa in autostrada chiamata rock and roll.

Sono stati l’esatto motivo per il quale io ora sono qui, il mio vero battesimo musicale, forse l’unica vera fede che mai abbia avuto in tutta la mia vita. Senza piagnistei o sentimentalismi d’accatto sono ragionevolmente tenuto a credere che la mia vita (e, ne sono sicuro, anche quella di migliaia di miei coetanei) sia stata in qualche modo salvata dai Ramones.

Dovremo dunque essere sempre eternamente grati ai quattro fratellini del Queen’s, e portarci il santino di Joey dentro il portafoglio in saecula saeculorum.

Cosa sarebbe stato il rock se, nel 1974, quei quattro teppistelli non avessero impresso una forza centrifuga ad un mondo musicale stantio ed onanista? Sono stati loro e soltanto loro a togliermi da una grigia esistenza, a farmi scoprire un mondo del quale fino ad allora ne avevo soltanto annusato il profumo (ma quanto mi piaceva!) e a darmi quella scintilla ancora lungi dallo spegnersi.

La mia vera, consapevole – e abbracciata in toto, naturalmente – conversione sulla via per Damasco è da attribuirsi a loro e a nessun’altro. Sono passati ormai più di 30 anni (erm, quasi 40, invero) dal momento in cui li approcciai per la prima volta (una delle rarissime epifanie, e conservo ancora ben vivo nella mente quel momento); molto è stato detto e fatto nel mondo del pop, rimasticato e risputato in mille forme ma i miei dischi dei Ramones sono ancora lì in bella mostra sugli scaffali, vinili consumati da lunghi ascolti e lunghi sospiri, gracchianti nel loro fumettistico furore rock and roll.

Decine di album che a tratti ancora accarezzo, avvertendo ogniqualvolta un balzo temporale che mi riporta a quegli anni, dove scovare un disco era un Camel Trophy di risparmi coatti e lunghe lettere a qualche negozio fornito, magari lontano centinaia di chilometri (che cazzo volete ci fosse nello sputo dove vivevo io?).

Ma ne valeva la pena, oh se ne valeva la pena! Valeva la pena rompersi le mani in guisa di carpentiere per riuscire a racimolare i soldi necessari all’acquisto di Pleasant Dreams, pur se consapevole di avere tra le mani ormai una band che aveva già detto tutto quello che aveva da dire. Valeva la pena rischiare le botte a scuola per sfoggiare il giubbino che campeggiava nella storica foto del loro esordio.

Valeva sempre la pena, con i Ramones. Anche quando cominciarono a perdere colpi (Halfway To Sanity, Animal Boy, Too Tough To Die), anche quando Dee Dee decise di allontanarsi. Anche quando niente fu più come prima e io ci soffrivo come se fosse una cosa personale, come se la mia famiglia si fosse disgregata.

Non si può, non si riesce ad essere obiettivi nei confronti di un gruppo che prese un grumo catarroso di rock, lo intinse in egual misura negli Stooges e nei Beach Boys e diede inizio ad una delle più grandi rivoluzioni musical-culturali di tutti i tempi. Non si può e non si deve. Musicalmente è vero che fecero subito la loro opera d’ariete, sfondamento sonoro che servì ad abbattere il calcare di un decennio d’immobilità, per poi sfociare in un decoroso manierismo sempre fedele a se stesso. Tolti i primi tre album (The Ramones; Leave Home e Rocket To Russia) il resto – per i seguaci del buon senso ed i critici duri e puri – è prescindibile.

Ma si può usare il buon senso in una storia d’amore? Non sarebbe soltanto un’enorme, immensa mancanza di rispetto verso l’oggetto di cotanto affetto? Perché trattenersi, dunque. Loro furono, senza mezze misure, la salvezza del rock and roll. E se i critici qualche volta valgono qualcosa, come non essere d’accordo con l’affermazione di Jon Savage? ‘Al momento della sua pubblicazione, nell’aprile del 1976, il primo album dei Ramones fu strabiliante. Rimane uno dei pochi dischi che abbiano cambiato irreversibilmente il pop, ma tutti i primi tre album del gruppo sono determinanti. Dopo di che c’è l’immortalità’.

Dopo di che c’è l’immortalità, esatto.

E se l’immortalità ha una colonna sonora non può non avere al suo interno questa versione di Surfin’ Bird, così quintessenzialmente Ramones da far impallidire il pur divertente originale. Solo Joey riusciva a rendere – soprattutto dal vivo – frizzante e fuori di testa quel nonsense 60es, con quella sua voce scanzonata ma calda e quello storico stacco (spesso lungo anche un minuto) di borbottìi amplificati dall’eco prima di ripartire con un gutturale a meow meow papa meow meow.

Non vuol dire nulla Surfin’ Bird, eppure ascolti la versione dei Ramones e ci leggi dentro tutto il mondo del rock and roll, pregresso e – dio voglia! – a venire, che mastica chewing gum. C’è Eddie Cochran ed Elvis, ci sono gli Stooges e i Beatles, i Beach Boys e James Brown. I Monkees e la Motown. Cos’altro puoi desiderare?

Se ne sono andati quasi tutti, a dimostrazione di come questo sia un mondo porco e senza riconoscenza: prima Joey, poi Dee Dee e infine Johnny (Migliaia di parrucconi bolsi e rincoglioniti godono di ottima salute, grazie. Anche in Italia). Spariti a suonare rock and roll ultraveloce da qualche parte, in un’altra dimensione. Nessuno può toccarmi i Ramones.

Gabba Gabba Hey.

L’hanno rifatta anche: Cramps, Sodom, The Deviants, Queers, Silverchair

THE TRASHMEN – Surfin’ Bird (7”, Garrett, 1963)
THE RAMONES – Rocket To Russia (Lp, Sire, 1978)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: