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44) That’s The Way (I Like It) (KC & The Sunshine Band) by Dead Or Alive

6 novembre 2011

Peter Burns è stato – assieme a Grace Jones e Klaus Nomi – la presenza più inquietantemente autentica del pop (ho scritto pop), personaggio troppo sopra le righe per essere preso sul serio, eppure eccentrico davvero (al punto d’esser diventato una specie d’ermafrodito transgender) e non per spettacolarizzazione della propria immagine. Insomma, non un Alice Cooper qualsiasi che si esibiva con pitoni e gran dispiego di granduignolesche vestigia e poi il mattino dopo rilasciava interviste sul campo di golf, perfettamente sobrio e ripulito, pronto ad ammettere all’intervistatore di turno che ‘una cosa è l’arte, un’altra la vita, non vorrà mica che io passi le mie giornate a morsicare pitoni, vero?’.

Ora, potremmo perdere interi capitoli nel discutere se Alice Cooper fosse arte (anche se il mio sì è su tutta la linea), di sicuro non difettava di sincerità. Burns no. Lui era (ed è tuttora, cercate su Youtube le sue performance al Grande Fratello inglese) matto davvero, linguacciuto e vizioso, isterico e sessualmente indeciso sin dai tempi dell’adolescenza in quel di Liverpool, perniciosa presenza agghindata come uno Zulu in tailleur pronto a rischiare le botte ad ogni attraversamento di passaggio pedonale.

Man Enough To Be A Woman per parafrasare Jayne County, altro bel personaggino sessualmente urticante. Roba che il primevo Boy George, in confronto, faceva la figura di un travestito di provincia, misera lavanderina con delicati accenni di make up, e Antony un chierico quacchero pronto a servir messa.

Stella tra le decine di stelle di una generazione eccentrica che girava per le strade di Liverpool a metà degli anni settanta, il buon Pete, comprendente – tra gli altri – Jayne Casey (Pink Industry), Holly Johnson (Frankie Goes To Hollywood), Bill Drummond (Klf), Ian McCulloch (Echo & The Bunnymen), Pete Wylie (Wah), Julian Cope (Teardrop Explodes); Budgie (Slits; Siouxsie And The Banshees) e Ian Broudie (Big In Japan; Lightning Seeds). Scolaresca di pazzi destinata – chi più chi meno – ai fasti delle classifiche, con proprio Peter a salire sul carrozzone per ultimo, dopo reiterati tentativi e una caparbietà assoluta. Un inizio coi Mystery Girls (assieme a Pete Wylie), il debutto coi mirabolanti Nightmares In Wax (dei Doors in versione funk tribale, o delle Slits transgeniche se riuscite ad immaginare l’ossimoro sonoro) e poi l’ergersi inquieto di Dead Or Alive.

Banda ancora viva, a dispetto dei 30 anni di carriera, seppure buona soltanto per qualche comparsata nostalgica in questa o quella trasmissione dedicata agli anni Ottanta. Un peccato che l’uomo venga liquidato così, visto l’indiscusso carisma e pure qualche buona (quando non ottima) pagina di nerboruta dance post wave. In uno stagnante panorama musicale quasi interamente composto da chierichetti, ribelli marchiati D&G e profeti taglia extra small un paio di Peter Burns potrebbero tuttoggi portare qualche rivolo di venticello rinfrescante.

Come che sia: qualche singolo di spettacoloso e indipendente funk-rock gotico (con Wayne Hussey futuro Sisters Of Mercy e Mission a dar manforte) e poi le robuste braccia della Epic ad accogliere la strana congrega, consci che un personaggio simile non ti bussa alla porta di casa ogni mattina e che da quella bizzarra entità senza sesso della quale tutti ormai vociferavano si sarebbe potuto ricavarne moneta sonante. Così fu.

Coadiuvati dal Mago Zeus B. Held in guisa di produttore (vedi numero 60) e con un congruo appoggio economico andavano a rileggere una stupidaggine tra le più vendute del panorama disco music di qualche anno prima, un ondivago disco soul dei KC And The Sunshine Band, talmento balordo e insensato che ancora griderebbe vendetta. Burns e sodali preferirono concentrarsi sulle urla belluine del ritornello, gonfiandole d’estrogeni, sperma e iniezioni di botulino provenienti da una sezione ritmica torrida, dei sequencer high energy e un timbro vocale terrorizzante.

Una sorta di dance music portata a grappoli dentro il Castello delle Streghe del più sordido luna park di periferia; Jim Morrison, Tina Turner, Edie Sedgwick, Cher, Genesis P-Orridge e un po’ di puttane assortite e scosciate fatti verbo e messi a capo di una banda di drughi femminei. Amazzoni coi controcazzi (se mi passate il francesismo).

In soldoni: dei Danse Society più furbi, capaci, muscolosi e concreti. Fu il primo successo nelle classifiche inglesi per questo strano freak, la strada maestra per diventare uno dei più controversi e isterici personaggi del pop di tutti i tempi, esattamente 14 mesi prima che l’intero pianeta si svegliasse scuotendo le chiappe sulle note di You Spin Me Round (Like A Record) per un riverbero che, sebbene in maniera oltremodo ridotta, riecheggia ancora oggi.

L’hanno rifatta anche: Madeline Bell, Trenchmouth, Edelweiss

KC & THE SUNSHINE BAND – That’s The Way (I Like It) (7”, TK, 1975)
DEAD OR ALIVE – That’s The Way (I Like It) (7”, Epic, 1984)

2 commenti

  1. Ti segnalo che l’hanno rifatta (piuttosto bene) anche gli Spin Doctors, inclusa nelle musiche di “Space Jam” (e nascosta in fondo a “You’ve Got To Believe In Something”).


  2. ‘Hanx. Very appreciated.



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