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45) (I Can’t Get No) Satisfaction (The Rolling Stones) by Devo

27 ottobre 2011

‘Anali’ e ‘incapaci di sperimentare’, così li definì Brian Eno appena terminate le registrazioni di Q: Are We Not Men? A: We Are Devo!, album sul quale mise mano in veste di produttore. Probabilmente stizzito e frustrato dal fatto che lui avrebbe voluto passare ore a giocare a carte (le strategie oblique, ricordate?) o innalzare ziqqurat di pippe mentali in serie; un po’ come come fece con Bowie durante le registrazioni di “Heroes”.

Roba tipo farli registrare su un canovaccio sconosciuto, disegnare diagrammi alla lavagna, tormentare i musicisti lasciando dei fogli con delle direttive astruse, innervosirli appositamente per farli suonare in maniera diversa …Insomma, cinismo, perfidia e una bella dose di sadismo. Nulla che una bella bastonata ben assestata non avrebbe potuto curare e far rinsavire, magari accompagnata da un calcio in culo e una notte all’addiaccio, in mutande. Lui e le sue pippe mentali, così almeno avrebbe potuto farsi un bel solitario con quel mazzo di tarocchi per segaioli cerebrolesi che si era inventato.

Tutto questo mentre i folli di Akron scalpitavano per mettere su nastro le loro idee, prima che il fuoco diventasse una fiammella e si fosse costretti a soffiare sulle braci per avere una parvenza di calore. Del resto da più parti e da sempre si è avanzata l’ipotesi che i veri Devo, quelli realmente innovativi e avanti di anni luce, andassero cercati nei 5 ragazzotti chiusi in una sala prove durante la prima metà degli anni settanta (quando l’Enoanista iniziava lo spippettaggio con Another Green World e Discreet Music), svincolati da qualsivoglia ossessione sonora e inconsapevoli scrittori di una nuova pagina di rock and roll.

E che quelli giunti al debutto – pur se rivoluzionari – contenessero soltanto una parte del mondo che avevano avuto da sempre in testa.

I Devo furono null’altro che Jerry Lee Lewis declinato wave e scisso in cinque persone affette da spasmi rockabilly. Una Santissima Trinità con l’avanzo di due e l’ausilio della tecnologia. Imbrigliarli su disco fu – per molti – l’inizio della loro fine, nonostante (o grazie a, chi può dirlo?) Brian Eno.

Questioni di lana caprina, dacchè quando uscirono allo scoperto furono davvero un pugno sullo sterno, un paletto di frassino nel culo, altro che ‘anali’ e ‘incapaci di sperimentare’. E del revisionismo storico da ‘io l’avevo sempre detto’ non sappiamo che farcene. I Devo furono un mutante alieno sbattuto nei negozi di dischi, fu un poltergeist sonoro che lasciò sgomenti tutti (ma proprio tutti), e che il sottoscritto dovette approcciare con calma e per molti anni prima di riuscire a manipolarlo. Era un Golem più grande di me, e dentro cozzavano dei mondi che il mio cervelletto non riusciva a a cogliere, figuriamoci a maneggiare.

Mi piacevano (Come Back Jonee è probabilmente la canzone che più ascoltai, in quel 1978) ma non li amavo, e capirete come la differenza – nel rock come nella vita – sia sì sottile ma probabilmente anche enorme. Esattamente come gli XTC.

Facile oggi, nel terzo millennio e 6 lustri appresso, riempirsi la bocca di quanto siano stati seminali ecc.ecc.; verità sacrosanta chiariamolo, ma riuscirne a suggere il succo per un quattordicenne fermo a Rocket To Russia converrete non fosse un gioco da ragazzi. Per quanto io lo fossi (ragazzo, intendo). Dovevo prima intercettarli in volo e riuscire a decrittare le loro mappe, poi se ne sarebbe riparlato. Perché i Devo non erano per tutti (provate a chiedere a quei centomila gentiluomini che li sommersero di bottiglie durante il festival di Knebworth del 1978), ed è giusto che fosse stato così.

Non erano una band per ogni stupido e meschino abitante di questo puzzolente pianeta, non erano una band per me, alla fine. No, i Devo bisognava guadagnarseli sul campo, come fecero centinaia di migliaia di altri coetanei verso la cui lungimiranza ho sempre guardato con stupore e ammirazione. Il loro cervello si era fatto catturare dalla De-Evoluzione, il mio no e approfitto di queste cartelle per fare pubblica ammenda seduta stante, con i consueti 30 anni di ritardo.

Secondo me c’entrava Brian Peter George St. John Le Baptiste De La Salle Eno (dico, come fai a prendere sul serio uno con un nome simile?) e le sue carte del cazzo. Altre spiegazioni non ho, oltre alla mia incommensurabile ed epocale ottusità, mitigata però appunto dalle fisime dell’efebico personaggio verso il quale ho – da sempre – una sorta di attrazione e repulsione.

Potrebbe essere la cover definitiva Satisfaction, il furto ben congegnato, la truffa del secolo. Lo sberleffo. E forse lo è. Lo è perché dentro ha tutto (sì ha anche quella dei Residents), anzi, ha più di quello che mai ci misero gli Stones, perché è la dimostrazione di come un cerchio possa avere dei lati e degli angoli, aguzzi abbastanza per far del male a chiunque osi avvicinarsi senza la dovuta cautela.

Eno, in definitiva ci mise un po’ di ago e filo; e qualche offesa ben assestata. Non fece nemmeno scopa quella volta, con le sue carte, ma colgo l’occasione – oggi – per lasciarlo ai suoi U2.

Vaffanculo Brian, io ho sempre tifato Ferry.

L’hanno rifatta anche: Blue Cheer, Paul Revere And The Raiders, Quincy Jones, Chris Farlowe, The Ventures, Otis Redding, Mary Wells, I Ragazzi del Sole, Manfred Mann Band, Andrew Loog Oldham Orchestra, Aretha Franklin, Sandie Shaw, Josè Feliciano, Herbie Mann, Jimi Hendrix, The Incredible Bongo Band, Mountain, Troggs, Residents, Skid Row, Television, Samantha Fox, Alien Sex Fiend, Vanilla Ice, Sam & Dave, Claw Hammer, Tom Jones, The Four Tops, ? Mark And The Mysterians, Cat Power, Britney Spears, Rocket From The Tombs, Bill Cosby, Billy Preston, Count Five, David Peel, Eddie And The Hot Roads, Grateful Dead, Guitar Wolf, Smokey Robinson & The Miracles, Sly & Robbie

THE ROLLING STONES – (I Can’t Get No) Satisfaction (7”, Decca, 1965)
DEVO – (I Can’t Get No) Satisfaction (7”, Booji Boy, 1977)

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