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46) The Secret Life Of Arabia (David Bowie) by B.E.F. feat. Billy MacKenzie

16 ottobre 2011

La fantomatica trilogia berlinese di Bowie non è mai esistita, è soltanto una convenienza storica resasi necessaria per consuetudine. Una verità di seconda mano lasciata trapelare per curiosità e per dare un po’ di linfa alle varie leggende che circondano il pop. Solo “Heroes” (con le virgolette!) fu effettivamente concepito e registrato agli Hansa Studios di Berlino, con Bowie e Iggy a respirarne gli odori, il passato da cabaret en travestì e la follia di una città divisa e accartocciata su sè stessa, perennemente in guerra con i propri fantasmi.

Low ad esempio fu faccenda quintessenzialmente francese, registrato ai Chateau Marmont e inciso con l’idea di poter trasferirsi di lì a poco in Germania; vero che fu mixato agli Hansa ma non servì a dargli un impronta teutonica più di quanto le sessioni francesi avessero già messo in luce. Lodger addirittura venne assemblato negli algidi studi di Montreux e poi rifinito a New York, ma era già un’altra faccenda, nonostante la storia lo voglia inserire in quella Trimurti sonora.

Eppure si è sempre guardato ai tre album come ad un unico insieme, vuoi per la maturazione artistica di Bowie, vuoi per un comune sentire che all’epoca era gelo puro dopo l’algido soul di Station To Station. Trilogia Berlinese si disse, e Trilogia rimase negli annali da allora e per sempre, prima di una serie di equivoci che hanno accompagnato nella leggenda i tre capolavori. Inesattezza storica anche il contributo di Brian Eno, che fu sì importante, ma solo su “Heroes” (con le…) e non quanto sembrerebbe, visto che – ad esempio – su Low lavorò soltanto due settimane e più di qualche stratificazione di suono e un paio di canzoni non produsse, lasciando l’intero onere ad un sottovalutatissimo e mai citato in proposito Toni Visconti, il cui ruolo in quel biennio 1976-1977 sarebbe bene rivalutare appieno.

E, volendo dirla tutta, se proprio dobbiamo prendere in toto quei tre dischi…beh, sarebbero quattro dacchè Scary Monsters (And Super Creeps) (RCA, 1980) non avrebbe assolutamente sfigurato tanto pare la coda di quel blocco di canzoni (e forse lo è vista la vicinanza stilistica tra Ashes To Ashes e Joe The Lion); invero musicalmente più vicino a “Heroes” (con le virgolette) che a Lodger. Detto questo, tolta una mia particolare predilezione per le strutture kraut, il filo conduttore Velvet Undeground e l’autentica aria di novità che si respira sul lato B di Low (ci sono già i Joy Division ad esempio, lì dentro, e non soltanto per Warszawa) non si può tralasciare “Heroes” (sì, esatto, con le virgolette) se si dovesse parlare dell’Uomo Che Cadde Sulla Terra, fosse altro per la sua title track, che all’epoca vendette un’inezia (rispetto alle medie Bowiane) su singolo ma oggi è quel che sappiamo.

E forse anche qualcosa di più.

Non solo, ed è qui il vero gusto brividoso quando si approccia il Duca Bianco pre 1982, ovvero quello che anticipava i trend prima di invecchiare improvvisamente e rincorrerli col fiato corto: ci trovi ogni volta autentiche perle tra i solchi, magari in tracce reputate minori o relegate a semplici riempitivi. The Secret Life Of Arabia, ad esempio, forse il pezzo più pop e strutturalmente ‘canzone’ di un intero album adagiato su Frippertronics, effetti futuristici e strane partiture stratificate; un pezzo messo furbescamente in chiusura di lavoro, quasi ad annunciare il ritrovato gusto per la canzone che – brano più, brano meno – avrebbe avvolto Lodger di lì a poco. Forse, nelle idee del suo autore, una sorta di traghetto che avrebbe dovuto condurre in maniera indolore e armonicamente sensata al nerboruto pop rock del suo successore. Forse, chissà.

Resta il fatto che The Secret Life Of Arabia è una spina nel fianco degli ‘Eroi’, una distrofia sonora che poco aveva in comune con l’architettura delle altre tracce: è un florilegio di percussioni indolenti e drogate, di tamburi che accompagnano il tuo sorseggiare tè nel deserto, di tempeste di sabbia ritmiche, finanche di concentriche spirali da derviscio rotante, di loop manuali; il tutto prima che arrivi Sua Maestà Carlos Alomar a far schioccare la chitarra in un riff Le Freak per portare la canzone ‘altrove’. Forse, appunto, su Lodger.

Non poteva che riprenderne l’humus, qualche anno dopo, Billy Mackenzie ovvero colui il quale – tra tutti gli aspiranti al trono di Bowie – era certamente il più accreditato, per capacità vocali e per una certa visionarietà d’insieme che portò i suoi Associates sul tetto del pop inglese in un unico esatto istante, cristallizzato nella memoria di una nazione. Era il 1982, annus mirabilis per il pop inglese dall’alto pedigrèee (Scritti Politti, ABC, Clock DVA, gli stessi Associates) l’anno in cui gli Heaven 17 andavano a risollevare la carriera di una Tina Turner ormai data per spacciata, riaprendole le porte grazie al godurioso assemblaggio di Music Of Quality And Distinction Volume 1, dove una serie di ospiti eccellenti andavano a rileggere alcuni evergreen pop/soul. E’ proprio in quel disco che svetta codesta regale versione, per qualcuno persino meglio del sublime originale. Soltanto Billy MacKenzie avrebbe potuto combattere Bowie sul suo stesso campo, del resto ne aveva già dato un assaggio all’esordio dei suoi Associates, quando aveva osato rileggere – in maniera cruda e scarna – Boys Keep Swinging.

Eppure era l’insofferenza fatta persona il nostro, uno che rifiutava contratti milionari in prossimità della bancarotta, che cancellava volutamente nastri contenenti dei duetti che avrebbero potuto risollevargli la carriera (clamoroso quello con Annie Lennox), uno che – nel momento di massimo fulgore – decise di smettere d’esibirsi, rifiutando di capitalizzare un momento irripetibile.

Voleva sperimentare, disse al compare Alan Rankine, una sera al Camden Palace, mentre Seymour Stein della Sire stava sventolando un assegno da 600.000 dollari sotto il naso dei due sodali pur di averli per il mercato americano. Non lo fece mai, e da quell’esatto istante scivolò in una nebbia di autocompiacimento e occasioni mancate, culminato con il suo suicidio nel 1997.

Billy MacKenzie è stato senza ombra di dubbio uno dei cinque più talentuosi vocalist del secolo scorso (gli altri quattro? Decidetelo voi), ma – come il calciator d’antan pieno di genio e sregolatezza – continuò a battere lo stesso rigore per tutta la vita, sbagliandolo volutamente, con un mesto sorriso sulle labbra. Segnatelo voi, pareva dire quel sorriso. E’ anche così che si entra nella storia, magari cogliendo più volte il palo al 90° minuto, non soltanto con valanghe di inutili goal nel proprio palmarès.

The Secret Life Of Arabia è un pallonetto pronto a deviare la sua traiettoria pochi centimetri prima di infilarsi in rete, è un capolavoro dal gusto dolceamaro, una vittoria mandata al diavolo per il semplice gusto di dimostrarsi quasi adatto. Ed è lì a dimostrare il semplice e inarrivabile assioma.

L’hanno rifatta anche: Nina Hagen

DAVID BOWIE – “Heroes” (Lp, RCA, 1977)
BRITISH ELECTRIC FOUNDATION – Music Of Quality And Distinction Vol.1 (Lp, Virgin, 1982)

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