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48) Il Volto della Vita (David McWilliams) by Caterina Caselli

23 settembre 2011

E’ un mondo strano quello della musica, un mondo nel quale le cose più improbabili hanno prodotto ricchezza e carne da classifica, mentre parecchie buone intenzioni si sono infrante contro il roccioso muro dell’indifferenza. Un mondo dove poteva (può ancora?) capitare che una canzonetta imperniata su un senzatetto solito vagare per Ballymena (buco del culo del mondo, più prosaicamente minuscola cittadina irlandese) e cantata con l’ausilio di un megafono finisse con il diventare uno dei pezzi di maggior successo del 1967.

Quella canzone si chiama Days Of Pearly Spencer e l’avrete sentita tutti almeno una volta nella vita, anche se probabilmente non nella versione originaria di David McWilliams.

Una canzone che si inerpica nelle asperità delle nostre esistenze, che induce alla malinconia, che ci trascina in freddi autunni ventosi; forse a causa di un particolare pastiche emotivo dato da un arrangiamento ricco d’archi nervosi che planano come acquile tra gelide vette, e una semplicissima costruzione armonica dove un grappolo di note contraddistinguono l’intero pezzo e non hanno paura di gravitargli attorno per tutto il suo dispiegarsi.

Fanno altresì da intelaiatura a macchie di tenui accordi tenuti assieme da un vetroso ritornello, pronto a gettarsi a capofitto tra le ripide imbronciate su archi e fiati, gravidi di perigliosa malinconia e struggenti ricordi di una vita calpestata dal destino.

E’ un pezzo nel quale tutto si amalgama alla perfezione: il tenue intro, le delicate pennellate di una strofa timida e introversa, la rabbia trattenuta e foriera di tempesta del ritornello. Un ritornello nel quale si avverte un senso di incompletezza, di nostalgia, persino di dolore. McWilliams, ombroso cantautore irlandese che non riuscì più a ripetersi, ammise di essersi ispirato ad un vecchio homeless solito accamparsi sui marciapedi di Ballymena, un uomo schivo e solitario che però rappresentava una sorta di sicurezza per tutti gli abitanti della cittadina, soliti osservarlo nelle loro uscite giornaliere; ne volle scrivere accentuando la desolazione di una vita solitaria vissuta tra lo sporco e le luci riflesse, all’ombra dei vicoli dove solo i topi osano accompagnarti nel tuo camminare.

Era proprio Pearly Spencer l’uomo descritto nella canzone, il solitario vagabondo al quale McWilliams rivolge accorati appelli (Pearly where’s your milk white skin, what’s that stubble on your chin, it’s buried in the rot gut gin, you played and lost not won) prima di scivolare in un’anonimato non troppo distante dall’oggetto della sua canzone.

Nonostante le pantagrueliche vendite, la stima di personaggi insospettabili (David Bowie una volta affermò che McWilliams era uno dei suoi autori preferiti) e un successo planetario (soprattutto in Francia, Germania e Olanda) le patrie classifiche opposero una tenace diga, rifiutandosi di trasmetterla a causa di una ferrea censura della BBC, desiderosa di colpire in qualche modo Radio Caroline, emittente pirata della quale Phil Solomon (produttore del nostro) era uno dei redattori. Totalizzò un milione di copie, quel 45 giri, andando a rappresentare lo zenith di una carriera da allora in poi di nulla visibilità (morirà nel 2002 per un attacco di cuore, praticamente dimenticato da tutti). La parabola dello schivo irlandese si fermò su questi pochi, intensi minuti.

Rimase la canzone a portarne avanti il ricordo dacchè, da allora, giunsero decine di interpretazioni un po’ ovunque, dall’adattamento disco che guadagnò la vetta dell’hit parade belga nel 1980 alla versione (con l’aggiunta di una strofa che ne riequilibrasse il tetro mood) che nel 1992 riportò Marc Almond nella top ten inglese.

Ma è italiana la rilettura che, per forza di cose, ci portiamo dentro, e la incise Caterina Caselli soltanto pochi mesi dopo l’uscita dell’originale. L’inconfondibile voce del nostrano Casco d’Oro stemperava l’ansioso racconto di McWilliams con un testo all’acqua di rose siglato Mogol-Daiano. E se Il Volto della Vita (questo il titolo) era la classica e banale ode all’amore, l’interpretazione della signora Sugar e un sublime arrangiamento fedele all’originale contribuivano a mantenerne il pathos e a diffonderla nell’etere italiano.

Il Volto della Vita è uno dei primissimi ricordi tristi che mi porto appresso, il mio battesimo del fuoco con il pop schivo e melanconico, una canzone che non riuscivo a decifrare (e come avrei potuto, vista la mia tenerissima età?) ma che mi trascinava dentro. Io ascoltavo l’allitterare della Caselli, la sua voce a grumi di panna, e puntualmente cadevo dentro in quelle percussioni feroci e – soprattutto – quei rabbiosi svolazzi d’archi.

La Caselli è stata un’icona pop come poche altre in quell’Italia di trapasso (mi sovviene Patty Pravo e poco altro), canzoni come Perdono, Insieme a Te Non Ci Sto Più, Nessuno Mi Può Giudicare, Tutto Nero (la Paint It Black degli Stones), L’Uomo d’Oro, Sono Bugiarda (I’m A Believer di Neil Diamond), Cento Giorni, L’orologio e mille altre, ci hanno accompagnato all’asilo e in molte delle nostre vacanze estive. E’ una canzone che tutti, in quegli anni abbiamo assimilato, assieme al latte materno, I Nuovi Angeli (chi non si sogna ancora l’accattivante e scioccherello refrain di Singapore?) e Lucio Battisti.

L’hanno rifatta anche: Iva Zanicchi, Marc Almond, The Avengers, U96, Cappella, Vietnam Veterans, Kamille

DAVID McWILLIAMS – Days Of Pearly Spencer (7”, Major Minor, 1967)
CATERINA CASELLI – Il Volto Della Vita (7”, CGD, 1968)

One comment

  1. e quel ricamino di violini nel refrain poi si travestirà per sbucare fuori quando meno te lo aspetti:

    e
    http://www.youtube.com/watch?v=BtIDbi1p2vs (qui per proprietà transitiva, immagino)



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