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50) Mama Told Me Not To Come (Randy Newman) by Wolfgang Press

12 settembre 2011

Stiamo vivendo un nuovo medioevo, un età nella quale l’oscurantismo e la mancanza di curiosità sono divenute croniche. Si è perso il gusto della ricerca, azzerata da un colpo di telecomando o da una veloce e approssimativa caccia in rete; abbiamo rinsecchito la capacità di curiosare ed entusiasmarci, sopraffatti da folate di accidiosa passività da reality, dove l’unico impulso ad agire arriva delegato conto terzi dietro un tubo catodico. Quello che una volta veniva vissuto come un vero e proprio evento (pensiamo solo al coinvolgimento emotivo provocato – fino a qualche anno fa – dall’attendere che arrivasse il disco da noi ordinato presso il rivenditore di fiducia) oggi passa per noiosa e ordinaria amministrazione. Prendiamone atto: la musica come la intendevamo è morta, soffocata da cristallini megabyte fatti di suonerie, jingle, stacchetti e scosciatissimi video.

Ogni generazione ha ciò che si merita, e se avessi 16 anni mi preoccuperei alquanto (oh sì che mi preoccuperei, ve lo assicuro) nel constatare come si preferisca Rihanna a Etta James, Mika a Scott Walker, Lady Gaga a Jobriath, Christina Aguilera a Debbie Harry, gli Scissors Sisters ai Tuxedomoon e Robbie Williams a Randy Newman.

Ecco, appunto. Com’è possibile che il mondo, pur nella sua insensatezza e nella folle corsa verso tutto ciò che luccica ed è privo di talento, non abbia aperto un processo di beatificazione per Randy Newman? Santo Subito, esclamiamo, vogliosi di far proselitismo verso la Sacra Chiesa di Randall Stuart Newman che magari – i più – avranno sentito nominare quando si parla di You Can Leave Your Hat On. E sarebbe già tutto grasso che cola, fosse così. Per quale oscuro motivo uno dei più grandi compositori del nostro secolo (e di quello appena trascorso) è sconosciuto al grande pubblico nonostante 13 nomination per l’Oscar (uno dei quali vinto, nel 2002, per If I Didn’t Have You, canzone contenuta in Monsters & Co.) e 6 per il Golden Globe?

Una miriade di canzoni sparse su 50 anni di carriera (la sua prima incisione è del 1961) e saccheggiate dagli artisti più disparati, per quest’uomo caustico, segnato dal più profondo humour ebraico. Mordace e satirico nelle sue invettive su pentagramma, spesso finanche rabbioso, ma sempre con quell’eleganza che contraddistingue l’illuminato artista dalla bassa manovalanza pronta a convertirsi. Randy Newman è sempre stato attaccato al mondo della musica, magari assieme a quel suo pianoforte che non smette di sfornare canzoni, macchina perfettamente oliata e feconda assai.

Cominciava una vera e propria carriera – il nostro – con gli Harper’s Bizarre prima di dedicarsi ad una carriera solista che ha scandagliato gran parte dello scibile musicale. Mama Told Me Not To Come proviene da 12 Songs (Reprise, 1970) disco che secondo Robert Christgau, decano dei critici rock, entra di diritto nei 10 migliori album degli anni Settanta.

In verità fu un pezzo scritto dal nostro per l’album solista di Eric Burdon del 1967 poi prontamente tornato a casa per la rilettura del suo originario creatore. Ma fu soltanto con la veloce versione approntata dai Three Dog Night (banda che negli anni Settanta realizzò vendite milionarie e che non sarebbe male riscoprire) che la canzone prese vera vita, arrivando al disco d’oro e al grande pubblico. Eppure è ancora un’altra la rilettura che diede smalto a quello stomp scheletrico e privo d’orpelli, per la precisione l’insensatezza simil Madchester che i Wolfgang Press andavano ad incidere nel 1991, traslocando dalle plumbee atmosfere di casa 4AD ad un danzabile mid tempo per la Generazione E-statica.

Sembrò un sacrilegio, al tempo, udire cotanta gioia uscire dalle fucine di Ivo Watts-Russell, ma c’era già stato Pump Up The Volume, poche lune prima a creare il precedente. E dunque fu sorpresa sì, ma di quelle da sbarrare gli occhi sbattendo le mani, checchè ne stessero berciando lugubri figuri nerovestiti, orfani della loro ossianica dose di nefandezze oscure.

Invece Mark Cox e Andrew Gray fecero finalmente entrare un po’ di sole in quell’annerito catalogo 4AD, gettando manciate di smile e pastigliette colorate su prefabbricati ritmi indolenti, sonnacchiosi vocalizzi e un incedere al trotto che aveva come risultato una inconsapevole (ma goduriosa) parvenza di hip hop bianco in odor di Hacienda. Un Tricky adolescente che prende a botte gli Happy Mondays su qualche palco, mentre Paul Oakenfold smanetta e pialla asperità danzerecce. Più o meno. Ma più più che più meno.

Volessimo trovare qualche affinità sarebbe da ascrivere all’incisione dei Three Dog Night più che all’originaria scrittura, tanto indugiava in schioccar di dita, 4/4 da scuotimenti di chiappe e impregnante sudore chimico. Resta la canzone – grande, grandissima – a portare avanti il carrozzone Wolfgang Press, materia originaria che avrebbe fatto la sua porca figura anche se fosse stata data in mano ad un coro gregoriano.

E’ (anche) per questo che Randy Newman dovrebbe trovare spazio in qualche sussidiario per le scuole medie, in un capitolo dedicato ai grandi compositori del ‘900, magari tra Serge Gainsbourg e Leonard Cohen, magari citando quella God’s Song (da Sail Away, Reprise, 1972) ove il nostro prende il posto di Dio facendogli scandire parole di fuoco: ‘Io distruggo le vostre città, dovete proprio essere ciechi. Vi strappo i bambini dalle braccia e voi dite ‘Oh, quanto siamo benedetti!’, dovete essere tutti dei pazzi per riporre della fede in me. Ecco perché amo l’umanità’.
Ecco perché amo Randy Newman.

L’hanno rifatta anche: PJ Proby, Three Dog Night, Wilson Pickett, Carmel, Yo La Tengo, Tom Jones with Stereophonics, Lou Rawls

ERIC BURDON AND THE ANIMALS – Eric Is Here (Lp, MGM, 1967)
WOLFGANG PRESS – Mama Told Me Not To Come (12”, 4AD, 1991)

3 commenti

  1. Sottoscrivo con mucho gusto sui Three Dog Night: commercia(bi)li vasi di coccio in un’epoca di vasi di ferro ma con pezzi (altrui) formidabili in carniere, la “one” di Nilsson e la “Eli’s coming” della Nyro su tutte, e “Joy to the world” sarà scemarella ma mantiene quanto promesso nel titolo.
    Su messer Newman c’è da dire che una rispettosa beatificazione quantomeno è in atto in terra statunitense (cfr. anche i due volumi di “Songbook” su Nonesuch). Appunto per un eventuale nudespoons 2 a suivre (hai visto mai…): la “Baltimore” newmaniana crepa-e-spezza il cuore sia in originale che nella ripresa che non ti aspetti (chitarrina in levare? arrangiamento felpato à la CTI Records?) di Nina Simone.
    Riguardo i Wolfgang Press gli elogi alla cover andrebbero estesi a tutto il “Queer” che la contiene, vaso magari di coccio blablabla nell’annus mirabilis 1991, ma da avere in ogni caso, per sineddoche se non altro.


  2. el murro come sei bravino, hai studiato ti metto ottimo, ora però staccati


  3. No però l’incipit no, fa troppo nonno-ilrockèfinitonegliannisettanta. Anzi è proprio il contrario, il medioevo era prima, quando le radio passavano tanta ma tanta merda e la musica di qualità e d’importazione era appannaggio aristocratico di chi aveva tempo, passione e denaro per rincorrere le riviste specializzate, sentire Suoni e Ultrasuoni la notte, ricorrere ai cataloghi per corrispondenza (che usai per esempio per i Wolfgang Press). Grazie ma tutto ciò non mi manca. E sì, naananananightwork mi dà molta più gioia dell’intera discografia dei Tuxedomoon.



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