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52) Astronomy Domine (Pink Floyd) by Voivod

23 agosto 2011

Pochi, pochissimi hanno avuto la voglia, l’intelligenza e la possibilità creativa di condurre l’heavy metal in territori sconosciuti, rendendo quel genere spesso snobbato (non a torto invero, vedendo le tante macchiette che hanno contribuito a formarlo) un fumigante calderone di disparate influenze. Portare il rock duro e granitico fuori dalle pastoie fatte di capelli lunghi, borchie, jeans stretti, cazzo in vista e urla belluine ha sempre rappresentato la sfida più difficile per ogni band che avesse voluto cimentarsi con il genere.

Insomma, i Twisted Sisters e i Poison non avevano certo la stessa valenza dei Warrior Soul o dei My Dying Bride, così come gli Scorpions e i Manowar nulla avevano in comune con Paradise Lost e Motorhead, pur giocando sullo stesso terreno; saremo altresì tutti d’accordo nell’ammettere che tra i Faith No More e i Guano Apes sia intercorso un oceano di elettricità e di intuizioni.

E se sono pochi quelli che hanno cercato negli anni di rendere l’heavy metal curioso, nobile ed interessante, sono ancor meno quelli riusciti nella nobile, seppure difficilissima, impresa. Tra questi sicuramente andrebbero annoverati i Voivod, ovvero la misconosciuta (perlomeno al grande pubblico) formazione canadese che ha rappresentato il perfetto incastro tra i Van Der Graaf Generator, il punk e i Rush.

Musicisti eccellenti (e anche qualcosa di più vista la padronanza grafica e l’enciclopedica cultura dei membri), incidentalmente caduti nelle spire del metal meno pacchiano in tenera età, dopo un inizio dai connotati hardcore.

Formatisi nella primaversa del 1981 come terzetto dovettero attendere il 1983 e l’ingresso in formazione di Denis Bèlanger prima di acquisire una parvenza di stabilità. Un inizio in sordina con War & Pain (Metal Blade, 1984), lavoro rigidamente assestato su schemi oscillanti tra rabbioso hardcore, trash metal e punk di stampo heavy, poi una ascesa fulminea grazie a lavori che andavano a ridisegnare i confini del metal evoluto: Rrroooaaarrr (Noise, 1986) e soprattutto Killing Technology (Noise, 1987) sono ancor oggi due ottimi sentieri, dove, a fianco della classica struttura heavy fondata su velocità e furore, andavano ad appoggiarsi scorribande psichedeliche, diavolerie cibernetiche e influenze prog.

Killing Technology rappresenta la prima vera accelerazione in casa Voivod: tematiche animaliste, incubi cyberpunk, fantascienza chirurgica e un substrato di impeti di marca Motorhead per un miscuglio sonoro che parecchia electronic body music annuserà con forza (i conterranei Front Line Assembly, ad esempio).

Un ottimo disco che fa volgere il capo un po’ a tutti, o quantomeno a tutti quelli decisi a non cedere ad anni di pagliacciate di stampo Twisted Sister o Europe.

Un disco intelligente, furioso ma senza essere permeato da una rabbia fine a se stessa, dove brani quali Cockroaches, Ravenous Medicine o la stessa title track indica(va)no nuove strade. Ma è nel 1989 che il capolavoro prende forma; abbandonata la Noise Records si accasano in MCA, finalmente liberi da problemi di budget danno alle stampe la summa teologica della loro visione d’insieme.

Nothingface rimane a tuttoggi una pietra miliare del metal oltre che il loro disco più venduto. Un lavoro dove il termine progressive acquista un significato diverso e più nobile rispetto alla classica etimologia della parola, dove si indugia sì su tecnicismi parossistici senza scadere nell’onanismo spiccio, stemperati da immersioni industrial (Trent Reznor deve aver assimilato parecchio veleno Voivod), schizofreniche reminiscenze Yes e Deep Purple e – addirittura – ribollenti lapilli a metà strada tra venefica ambient e bituminosa cosmic music in fase di accelerazione.

E’ qui dentro che svetta il capolavoro barrettiano, un omaggio immerso in fumi chimici dove si erge il progressive meno onanista e noioso come potevano intenderlo i King Crimson sotto valium, delle svisate kraut, dell’hard rock millesimato, accettate futuristiche (Careful with that Axe, Voivod) e delle sementi che avrebbero germogliato anche Neurosis e Godflesh.

Intensa e maleducatamente calibrata l’Astronomy Domine dei Voivod porta nel buio amniotico una delle più belle composizioni di Syd Barrett, l’uomo che si presentò negli studi di Abbey Road (non invitato) durante la fase di presentazione ad amici e parenti dell’album Wish You Were Here.

Calvo, obeso, con le sopracciglia rasate e una borsa della spesa tra le mani dovette vagare tra i presenti – incuriositi dall’ectoplasmica figura – per qualche minuto prima che uno sbigottito David Gilmour (ovvero colui che ne aveva preso il posto) lo riconoscesse, in una sorta di Contrappasso Dantesco.

Venne invitato in sala di regia ad ascoltare l’intero disco, alla fine del quale – sorridendo – Syd Lo Gnomo sentenziò: ‘mi sembra un po’ datato, non trovate?’ e uscì, lasciando tutti allibiti.
Sarà anche stato pazzo quel ‘diamante’, ma aveva già capito tutto.

L’hanno rifatta anche: Nash The Slash, Soft Boys, The Walking Seeds, Three O’ Clock, Gary Lucas, Atomic Bitchwax, Mission Of Burma

PINK FLOYD – The Piper At The Gates Of Dawn (Lp, EMI, 1967)
VOIVOD – Nothingface (Lp, MCA, 1989)

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